| Anno | 2013 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Canada |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Ron Mann |
| Attori | Julianne Moore, Bruce Willis, Robin Williams, Keith Carradine, James Caan Elliott Gould, Lily Tomlin, Philip Baker Hall, Lyle Lovett, Robert Altman, Sally Kellerman, Michael Murphy (III), Paul Thomas Anderson, Konni Corriere, Mike Altman, Steven Spielberg, Kathryn Reed, Donald Sutherland, Dick Cavett, Tommy Thompson (II), Vilmos Zsigmond, Matthew R. Altman, Stephen Altman, Richard Nixon, Shelley Duvall, Paul Dooley, Wesley Ivan Hurt, Christine Altman, Gene Shalit. |
| Uscita | giovedì 16 ottobre 2014 |
| Tag | Da vedere 2013 |
| Distribuzione | MYmovies.it |
| MYmonetro | 3,30 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 19 marzo 2015
Presentato a Berlino 2013, il documentario segue la vita di Altman dall'infanzia all'Oscar nel 2006.
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CONSIGLIATO SÌ
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L'arte del racconto è obliqua per natura, ovvero mentre si racconta qualcosa si racconta sempre insieme un'altra storia, quella delle reazioni di chi è stato testimone, protagonista, spettatore di quella storia. La storia per Ron Mann è quella di Robert Altman, svolta in novantacinque minuti dalla sua famiglia, quella biologica e quella artistica. Irreperibile agli occhi dello spettatore, Robert Altman era un attore senza apparenze, un narratore impassibile, onnipotente, polimorfo, che film dopo film dimostrò la libertà che hanno le cose di accadere. Difficile perciò afferrarlo, attribuirgli un corpo, difficile incarnare la profondità del suo sguardo cinematografico, esatto, millimetrico, altrove. Ci provano con partecipazione rifinite voci attoriali, chiamate a definire l'aggettivo altmanesque e le qualità che esprime.
In Elliott Gould, James Caan, Keith Carradine, Robin Williams, Bruce Willis, Michael Murphy, Julianne Moore, Lily Tomlin, Baker Hall la sontuosa bellezza di Altman riluce come il riflesso del fuoco del camino sulle posate d'argento di Gosford Park, riferendoci di una mai abdicata e riconoscibile specificità linguistica, della corrosione visiva e narrativa cui l'autore ha sottoposto il proprio Paese, del distacco registico che diventa analisi del senso (del dolore). Convinto che fare film fosse come costruire castelli di sabbia in attesa che i marosi li rovescino, il 'guastatore' di Hollywood in cinquant'anni di carriera ha guadagnato, perso e riacquistato il favore della critica e del suo pubblico, ha preso a pugni Hollywood, ha inseguito un'autonomia produttiva e affermato la sua identità autoriale, che emerge con M.A.S.H. ed esplode con Nashville. Dotato di enorme talento e altrettanta pazienza, il successo arriva a quarant'anni, Robert Altman era un robusto bevitore e un fumatore incallito, genio per alcuni, manipolatore egocentrico per altri. Poco preoccupato della sceneggiatura, amava più di tutto gli attori, i film corali, l'improvvisazione, le conversazioni incrociate e i destini trasversali, quelli liminari rispetto alla principale linea narrativa. È proprio questo costante movimento lungo i bordi della storia a produrre film dal respiro corale, affreschi privi di veri e propri protagonisti (Nashville, I protagonisti, America Oggi, Gosford Park), avvelenati e affollati di piccole storie intrecciate che si nutrono di lunghi piani sequenza o di chirurgici zoom, le griffe più evidenti del cinema altmaniano. Movimenti virtuosi che permettono al regista di scovare gli anfratti più nascosti dell'inquadratura, mostrando rughe e pieghe del Paese.
Dalla commedia antimilitarista 'impalmata' a Cannes nel 1970 (M.A.S.H.) alla sferzante autopsia a cui sottopose Hollywood (I Protagonisti) e che i francesi premiarono di nuovo nel 1992, il cinema di Altman si (re)incarna nella narrazione a mosaico di Paul Thomas Anderson, nella regia onesta di Mann, nei backstage, nei super8 di famiglia, negli occhi chiari di Kathryn Reed Altman, nei frammenti del suo cinema 'armato' di franco-tiratore. Perché i film di Altman sono freccette, l'America il loro bersaglio. E quando Hollywood non ne voleva più sapere di lui, l'entomologo del sogno americano faceva la televisione, emigrava a Parigi, si interessava alla moda, a Nixon, a Van Gogh o dirigeva pièces teatrali con budget limitati, attori sconosciuti e risultati non sempre eccelsi. Fabbricatore di guanti in un mondo di produttori di scarpe, Altman non ha mai mollato, non è mai sceso dal palcoscenico, quello di Radio America, luogo sacro e ultimo spazio da difendere. A fermarlo nel 2006 è il cancro, a fermarsi è il suo cuore, quello trapiantato di una giovane donna che torna a reclamarlo vestita di bianco e sospesa dal blues (l'angelo della Morte di Virginia Madsen). Robert Altman muore a ottantuno anni, pieno di un sentimento ardente per la sua famiglia, per i perdenti, gli artisti, i vinti e le petites gens dell'America profonda. Muore come ha vissuto e ha inteso dopo la visione di Breve incontro, consapevole che un film non sarà mai soltanto un film.
Realizzato dal regista canadese Ron Mann, Altman è il prodotto di una ricerca meticolosa, un documentario a più voci che dietro la narrativa caleidoscopica e l'apparente disinvoltura rivela una struttura solida. Una costruzione altmaniana che (ben) definisce Altman e altmaniano.
Il nuovo documentario Altman di Ron Mann è uno sguardo in profondità della vita del cineasta Robert Altman (M.A.S.H, I compari, Nashville, I protagonisti, Gosford Park, e molti altri).
Pur rifiutando di piegarsi alle convenzioni di Hollywood e dei suoi dirigenti, lo stile unico di Altman ha vinto su amici e nemici conquistando critiche lodevoli e avvolte graffianti in tutto il mondo e ha dimostrato come sia possibile fare cinema veramente indipendente.
Il documentario rende omaggio al regista assemblando interviste ai grandi attori che hanno lavorato con lui, ai suoi collaboratori e ai familiari. Comprende anche immagini di repertorio dello stesso Altman e clip dei suoi film. Ron Mann cerca di restituire un'immagine fedele del filmmaker americano, raccontando non soltanto gli anni della grande popolarità, ma anche l'infanzia e i suoi ultimi anni di vita fino al 2006, quando fu omaggiato con un Oscar alla carriera, un anno prima della sua morte.
La vita e la carriera del regista Robert Altman percorsa da lui stesso e da coloro che l’hanno conosciuto: dai membri della sua famiglia e dalle parole dei suoi attori. Parlando dei suoi successi, fino alle difficoltà economiche e personali. Chi fosse Robert Altman, regista trasversale, rispetto all’ establishment hollywoodiano, dotato di una fantasia prettamente [...] Vai alla recensione »
Nessun documentario può restituire la ricchezza della personalità di un autore come Robert Altman, spiegano sua moglie Kathryrin e il regista Ron Mann, autore dell'omaggio passato a Venezia Classici e che si vedrà a febbraio su Studio Universal (Mediaset Prernium) nell'ambito di una retrospettiva sul cineasta nel novantesimo anniversario della nascita.