Apri le opzioni
mercoledì 21 ottobre 2026 - News

Stefano Mordini, Fabrizio Gifuni, Emilio Solfrizzi e gli altri ospiti di ROMALAZIO in serie

Ieri riflettori anche su Tutti pazzi per amore, la reunion vent’anni dopo: premio speciale alla serie che «ha svecchiato la fiction». E Solfrizzi lancia l’idea di un seguito.

Melania Rea, la serie HBO Max che mette al centro la manipolazione: «Una relazione abusante da manuale, con una violenza psicologica invisibile»
Stefano Mordini dirige Maria Esposito e Daniele Rienzo nella miniserie sul femminicidio del 2011, dal 6 novembre su HBO Max. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie è la volta di Melania Rea, presentata negli Incontri seriali curati da Laura Delli Colli. All’incontro c’erano il regista Stefano Mordini, le autrici Doriana Leondeff e Bianca Rondolino, l’attore Daniele Rienzo ed Elettra Canovi, responsabile dei contenuti scripted di HBO Max in Italia. La miniserie in quattro episodi, prodotta da Simona Ercolani per Stand By Me, arriva su HBO Max il 6 novembre.

Maria Esposito è Melania, Daniele Rienzo il marito Salvatore Parolisi, condannato per il suo omicidio. A quindici anni dai fatti, gli autori hanno scelto di stare lontani dal true crime morboso. Leondeff confessa che quella cronaca l’aveva respinta: «Mi respinge il voyeurismo, e intorno a questo caso ce n’era stato tantissimo». La chiave è stata la lettera di Melania ritrovata dopo la sua morte, in cui si prendeva la colpa della crisi di coppia: «Un sasso in uno stagno. Ha portato a galla una relazione maltrattante da manuale, con una violenza psicologica invisibile». Nessun familiare e nessuna amica, ricorda, aveva mai raccontato di maltrattamenti fisici. La serie ne fa il racconto del controllo, della paura, dell’isolamento, «come un cappio che si stringe».

Le autrici ricordano anche che allora il dibattito pubblico dava la colpa a tutti tranne che all’uomo: a Melania, alle amanti, alla famiglia di lei. E ringraziano la criminologa Margherita Carlini, una delle pochissime voci che già allora parlavano di manipolazione e relazione maltrattante. Il cerchio, dice Leondeff, si è chiuso con il messaggio del fratello di Melania, Michele Rea, letto alla presentazione: la sua è «una vita da ricordare, non solo una storia da vedere». È un invito a non fermarsi alla tragedia. Mordini, entrato quando il progetto era già scritto in quattro puntate, «più simile a un lungo film», ha incontrato la famiglia una sola volta prima del set. Le autrici raccontano che la famiglia si è sentita rappresentata, ed è la loro soddisfazione più grande: «Ci hanno messo in mano le loro vite».

Per Rienzo, Parolisi è «il ruolo più difficile che ho fatto ad oggi», un personaggio che ha richiesto un cambiamento fisico e di consapevolezza. Leondeff ammette di aver fatto fatica a scriverlo: «Penso sempre che i personaggi non vadano giudicati. Qui la sospensione di giudizio è stata difficilissima». L’attore cita Il profeta di Kahlil Gibran sul tema della colpa: «Nessuno, per convenzione sociale, punta il dito verso il maschile. Il cambiamento si fa insieme, uomini e donne». E aggiunge: «Sono grato di aver interpretato un personaggio del genere. Questo mestiere ti permette di imparare in un ambiente protetto, senza farti male». Canovi spiega la linea editoriale di HBO Max in Italia: «Non ci siamo approcciati a questa storia come true crime. Scegliamo storie vere che ci portino a farci delle domande». Alla domanda se, come Portobello di Marco Bellocchio, anche Melania Rea potrà passare in futuro su altri canali, non lo esclude: «Per il momento, dal 6 novembre su HBO Max».    

 

Alessio Lapice: «I social hanno abbassato la soglia d’attenzione. Portare le persone al cinema è una missione sempre più complessa»

L’Ippazio Calogiuri di Imma Tataranni ospite del podcast di “Roma Lazio in Serie”: l’addio alla serie, il pubblico teneramente «agguerrito», il copione con gli appunti come «Bibbia». Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie, il progetto della Regione Lazio e della Fondazione Roma Lazio Film Commission, è la volta di Alessio Lapice, intervistato da Giulio Sangiorgio nel podcast registrato alla Festa del Cinema. L’attore napoletano, tra cinema e serie da un decennio, dice che a cambiare non è tanto il mestiere quanto il pubblico: «Quello che mi preoccupa di più è l’attenzione. Con i social si è abbassata la soglia, e oggi portare le persone al cinema e farle restare in poltrona è una missione sempre più complessa». A casa si guardano più film e più serie, osserva, ma con la possibilità di mettere in pausa per leggere un messaggio, «negando l’esperienza della sala». Ne vede anche le conseguenze sulla scrittura: si fatica a raccontare storie molto intense e si cerca di catturare l’attenzione con la musica e con le innovazioni digitali, e così «si riduce un po’ quella libertà creativa che ha permesso le grandi opere del passato». Non che sia uno tra quelli che dice «chi se ne frega del pubblico»: «Un bravo attore, un bravo regista, un bravo produttore sono come un ottimo chef: deve sapere cosa piace. Noi senza il pubblico non esistiamo».

Sulla serialità ha un’idea precisa. Oggi le serie hanno spesso più mezzi del cinema, «che in questo momento storico ne ha meno», e quindi possono girare certe scene con più cura, oltre a lasciare più margine narrativo per correggere il tiro. In compenso sono più faticose, con mesi di set e scene girate fuori ordine. Lapice tiene una tabella di tutte le scene per sapere sempre, quando varca una porta, che cosa è appena successo e che cosa succederà: «Sono un Art Attack vivente. Il copione per me è la Bibbia». Se lo fa rilegare a spirale con pagine bianche per gli appunti e lo porta sempre con sé, anche quando deve solo attraversare una scena. Sull’intelligenza artificiale scherza, «ce ne andiamo tutti?», poi si fa serio: «Potrebbe sostituire me, te, tutti. Ma è un robot, e l’umano non lo potrà mai sostituire. Facciamo un mestiere legato ai sentimenti, e questo mi fa ben sperare».

Da spettatore cita Breaking Bad, vista la prima volta in una notte fino all’alba, Better Call Saul e Chernobyl (guarda la video recensione), «i giganti». Il personaggio a cui è più legato resta Calogiuri di Imma Tataranni, costruito in sei o sette anni con il regista Francesco Amato e gli autori, dal «soldatino semplice» in avanti: «Mi è rimasto sulla pelle». Dell’addio alla serie racconta la reazione dei fan: «Un affetto agguerrito: dimmi perché non la vuoi più fare». E spiega che dietro certe scelte «ci sono tantissime logiche editoriali e produttive che il pubblico non vede». Ne resta una nostalgia «che sta con me, e va bene così». Il cliffhanger è sul set: Lapice sta finendo le riprese di un film «molto ambizioso», su una storia molto attuale, di cui per ora non può dire altro.            

Fabrizio Gifuni: «Il caso Tortora non è solo la pagina nera della giustizia italiana, è la pagina nerissima della stampa»

L’Enzo Tortora di Portobello e il Nino Sarratore dell’Amica geniale (guarda la video recensione) in conversazione con Steve Della Casa: la serialità vista da un uomo di teatro. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie è la volta di Fabrizio Gifuni, ospite di una conversazione con Steve Della Casa. Il passaggio più forte arriva sul finale, parlando di Enzo Tortora, che ha interpretato in Portobello di Marco Bellocchio: «Si parla sempre di Tortora come della pagina nera della giustizia italiana. Ma è la pagina nerissima della stampa italiana». Dopo l’arresto, ricorda, scrissero articoli «da far rabbrividire» anche firme come Camilla Cederna e Giovanni Arpino, mosse soprattutto dal fatto che Tortora «non era mai stato simpatico»: «Altro che social. E c’era quel leitmotiv: non si arresta uno alle quattro e mezza di notte se non ha fatto qualcosa. È un tema universale». Durante l’anno di preparazione ha scoperto un uomo che non conosceva, con «un coraggio civile che non ho visto in tanti uomini impegnati». Nel 1981, ai tempi dello scandalo della P2, Tortora attaccava politici e istituzioni dalle rubriche della posta. Ha passato sette anni fuori dalla Rai e si è battuto contro il monopolio della tv pubblica. Ripete spesso una sua frase: «In Italia puoi commettere i peggiori reati, ma se sei simpatico ti viene perdonato tutto».

Per Gifuni è «illuminante anche per i decenni successivi». Gifuni racconta che Portobello è andato oltre l’Italia: in un collegamento con giornalisti dalla Corea al Giappone alla Germania, ha scoperto che la serie emozionava anche chi non sapeva chi fosse Tortora, perché Bellocchio «stacca la cronaca, la rende Kafka, Il processo». Con HBO, aggiunge, il set è stato protetto da qualunque ingerenza: «Marco si è guadagnato un’autorevolezza tale che siamo stati al riparo da tutto». Riferisce anche che il giorno prima Portobello aveva vinto il premio di UNITA, l’associazione degli interpreti, per il miglior cast. Della lunga serialità diffida: «Resto un uomo di teatro». Quando si firma una serie, spiega, oggi si firmano in anticipo anche le opzioni per la seconda e la terza stagione, «e ti consegni mani e piedi per due o tre anni». Le sue serie, da La meglio gioventù a Esterno notte e Portobello, sono state quasi sempre cinema.

La meglio gioventù in particolare sparì dai palinsesti Rai dopo gli spot, e finì a Cannes per caso, quando il festival chiese al produttore Angelo Barbagallo un film da vedere. Fa eccezione la quarta stagione dell’Amica geniale, quasi un anno di riprese, con il «manicomio planetario» intorno a Nino Sarratore: centinaia di messaggi di lettrici indignate, e prima ancora del set i gadget con la scritta «uomo di merda». Ha scelto Sarratore anche per uscire da una galleria di figure positive, da Moro a Basaglia: «A un certo punto ho detto: adesso basta». C’è spazio anche per il lavoro dell’attore. Gli obblighi di promozione, spiega, sono diventati clausole contrattuali importanti, e dopo il Covid la presenza degli interpreti in sala «sposta l’ago della bilancia sugli incassi»: «La gente vuole vedere i corpi vivi, gli attori fanno vere tournée».

Ricorda poi la «demenziale» separazione degli anni Novanta tra attori di cinema e di teatro. Nella sua classe all’Accademia Silvio D’Amico c’erano Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio e Alessio Boni, e «dire che venivi dall’Accademia era uno stigma», tanto che fiorivano le «biografie proletarie». Cita Valerio Mastandrea che a Luca Marinelli, prima di incontrare Claudio Caligari, consigliò: «Non dirgli che sei di Prati». Il merito della sua generazione, conclude, è aver rotto quel muro, e oggi i registi di cinema vanno a teatro. Da spettatore cita Il metodo Kominsky, Fleabag, le prime stagioni di The Crown e, tra gli sceneggiati della sua infanzia, Dov’è Anna?. L’ultima puntata la vide in ospedale, a undici anni, dopo l’appendicite.    

Il Paradiso delle Signore arriva al ‘68: «L’unica serie al mondo che racconta l’Italia giorno per giorno, con sessant’anni di fuso orario»

Il work in progress della soap di Rai 1: due troupe che girano in parallelo, 40 minuti di montato al giorno, 250 persone al lavoro, vendita in oltre 70 Paesi. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie è la volta del Paradiso delle Signore, presentato come un work in progress mentre le riprese dell’undicesima stagione sono in corso. La serie va in onda su Rai 1 dal lunedì al venerdì ed è una coproduzione di Rai Fiction, Aurora TV (Banijay) e Rai Com. All’incontro c’erano il produttore Gianandrea Pecorelli, il regista e produttore creativo Francesco Pavolini e gli attori Roberto Farnesi, Arianna Amadei, Lavinia Longhi, Enrico Oetiker e Filippo Scarafia. Pecorelli rivendica la formula: «La particolarità di questa serie, unica al mondo, è raccontare giorno per giorno la giornata vissuta dalle persone oggi, come se ci fosse un fuso orario di una sessantina d’anni». La storia è partita dal 1956 e quest’anno arriva dal 1967 al 1968. Racconta l’evoluzione del costume attraverso lo sguardo delle donne, dagli abiti ampi degli anni Cinquanta alla minigonna. E se all’inizio Umberto Guarnieri imponeva alla figlia un matrimonio, ora sarà Carla a ricevere qualche lezione dalla propria. Pavolini sottolinea come certi temi tornino: le manifestazioni di questi giorni ricordano quelle del ‘68 e la battaglia di Valle Giulia, «come se ci fosse un ciclo storico».

La parte più interessante riguarda la macchina produttiva. Due unità girano contemporaneamente nove scene ciascuna, e ognuna porta a casa venti minuti al giorno, cioè i quaranta minuti di una puntata. Quattro registi si alternano, due in preparazione e due sul set, «così abbiamo tanti giorni di preparazione quanti di riprese». Ci sono 25 attori e una settimana di lavoro, dalla scrittura al montaggio, per ogni blocco di cinque puntate. Il modello, spiega Pecorelli, viene dalla Spagna: «In Italia le daily sono tutte da 20-22 minuti. Arrivare a 40 è stata un’impresa». Ne deriva un lavoro continuativo di nove-dieci mesi l’anno per circa 250 persone, «una rarità assoluta».

Le puntate si guardano tutti insieme in produzione, con i social aperti: seguire i commenti su X, scherza Pavolini, «equivale a una seduta di analisi». I numeri del successo li dà Pecorelli. La serie è venduta in oltre 70 Paesi: in Grecia ne hanno fatto un remake, in Montenegro e in altri Paesi dell’ex Jugoslavia è stata premiata come serie dell’anno. Il fan club più vivace è quello brasiliano, che manda regolarmente regali al cast. In Italia è la daily più vista anche in streaming su RaiPlay. In tour sono state allestite quattro mostre di costumi: a quella romana per il millesimo episodio, l’ultimo giorno, c’erano più di mille persone in fila, arrivate dalla Sicilia al Nord. Gli attori raccontano il rapporto con il pubblico. Roberto Farnesi, il «cattivo» Umberto Guarnieri, sente l’affetto dei fan ogni giorno nel suo ristorante, e cita i grandi cattivi della tv, da J.R. di Dallas a Tano Cariddi della Piovra. Lavinia Longhi è la new entry Carla Corsi, antagonista della contessa Adelaide, «e ne ha un po’ per tutti». Arianna Amadei, alla terza stagione nei panni di Odile, ricorda i fan che le dicevano: «Tratta bene tua mamma». Enrico Oetiker, Riccardo Guarnieri, è passato dai pizzicotti delle signore («fai il bravo!») ai complimenti, a seconda delle svolte del personaggio. Filippo Scarafia, nel cast dalla prima stagione, è «letteralmente cresciuto» con Roberto Landi, da pubblicitario a direttore del Paradiso.    

Tutti pazzi per amore, la reunion vent’anni dopo: premio speciale alla serie che «ha svecchiato la fiction». E Solfrizzi lancia l’idea di un seguito

Alla casa della serialità quasi tutto il cast, con Ivan Cotroneo, Riccardo Milani e Verdiana Bixio. Il ricordo di Carlo Bixio, Piera Degli Esposti e Pietro Taricone. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie, di fronte a un pubblico foltissimo, è la volta della reunion di Tutti pazzi per amore, la serie musicale di Rai 1 prodotta dalla Publispei di Carlo Bixio. Sul palco con Steve Della Casa c’erano Leonardo Ferrara, capostruttura di Rai Fiction, Verdiana Bixio per Publispei, Emilio Solfrizzi, lo sceneggiatore Ivan Cotroneo e il regista Riccardo Milani. In platea buona parte del cast: Ricky Memphis, Marina Rocco, Irene Ferri, Luca Angeletti, Martina Stella, Brenno Placido, Alessio Boni, Nicole Murgia, Carlotta Natoli, Claudia Alfonso. Stefania Rocca e Francesca Inaudi hanno mandato un saluto. In chiusura l’amministratrice delegata della Roma Lazio Film Commission, Lorenza Lei, ha consegnato un premio speciale Roma Lazio in Serie alla serie che «ha rivoluzionato l’idea stessa di fiction italiana», nel segno di Carlo Bixio, scomparso nel 2011. Per Ferrara è «un cult, irripetibile, uno spartiacque»: dopo Un medico in famiglia e Don Matteo, la Rai cercava un concept per rinnovarsi, e da lì «è partita l’innovazione della fiction italiana». È il titolo che metterà per primo nel curriculum, a tre anni dalla pensione.

Cotroneo, che l’ha scritta con Monica Rametta, ricorda il mandato esplicito della Rai di «svecchiare la fiction», tanto che dopo la messa in onda i colleghi chiedevano: «Come avete fatto a far passare tutto questo in Rai?». La risposta: «Ce l’hanno chiesto loro». In tre stagioni hanno scritto 78 puntate da 50 minuti e affrontato temi mai visti la domenica sera su Rai 1: un padre che rivela ai figli la propria omosessualità, una coppia lesbica, un ragazzo sieropositivo che vive una relazione serena e protetta. Il tutto con canzoni, coreografie e il commento in scena del Dottor Freiss. Milani rivendica soprattutto lo spostamento del pubblico: «Abbiamo scardinato un po’ i canoni del pubblico di Rai 1», avvicinando spettatori più giovani. Verdiana Bixio ricorda il motto del padre: «Innovare nella tradizione», e aggiunge: «Nei mercati internazionali non ho mai più visto una serie così».

Ricorda anche le dimensioni del set: stagioni da 26 episodi, tredici serate, due teatri di posa, tutto girato in pellicola. Solfrizzi racconta la fatica di imparare canzoni e balletti dopo le riprese: per una sola coreografia ci sono voluti quaranta giorni. Poi la battuta e la proposta: «Mi piacerebbe immaginare cosa farebbero oggi questi personaggi, con i cambiamenti climatici, i nipotini. Uno la può immaginare, una prosecuzione». Gli attori raccontano le follie chieste da Milani. Alessio Boni ricorda l’ornitologo nerd che canta Passerotto non andare via vestito da Baglioni. Carlotta Natoli parla delle scene «nuda negli occhi di lui» e delle «epoche delle caverne». Luca Angeletti ricorda il televisore a tubo catodico lanciato durante una lite, e soprattutto l’affetto per chi non c’è più, Piera Degli Esposti e Pietro Taricone. Ricorda anche un altro modo di fare televisione: «Si girava in pellicola, si facevano tante prove. Non era keep rolling». Nicole Murgia aveva 17 anni («vivevo una favola») e ringrazia Solfrizzi, «un papà». Brenno Placido dice di aver imparato il mestiere su quel set. Verdiana Bixio ha ricordato con commozione che, quando il padre morì durante la terza stagione, cast e troupe decisero di non fermarsi: «Lui avrebbe voluto che andassimo avanti». La serie, ricorda Ferrara, continua a vivere: è passata su Netflix e su RaiPlay ed è di nuovo in programmazione su Rai Premium.

LEGGI ANCHE ...
Vai alla home di MYmovies.it »
Home | Cinema | Database | Film | Calendario Uscite | Serie TV | Dvd | Stasera in Tv | Box Office | Prossimamente | Trailer | TROVASTREAMING
Copyright© 2000 - 2026 MYmovies.it® Mo-Net s.r.l. P.IVA: 05056400483 Licenza Siae n. 2792/I/2742.
Società soggetta all'attività di direzione e coordinamento di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.
Credits | Contatti | Normativa sulla privacy | Termini e condizioni d'uso | Riserva TDM | Dichiarazione accessibilità | Cookie Policy

Il riesame e il controllo editoriale dei contenuti del presente sito sono affidati al team di MYmovies e al direttore responsabile.
Per contatti, scrivere al seguente indirizzo email: live@mymovies.it