Il Paradiso delle Signore arriva al ‘68: «L’unica serie al mondo che racconta l’Italia giorno per giorno, con sessant’anni di fuso orario»
Il work in progress della soap di Rai 1: due troupe che girano in parallelo, 40 minuti di montato al giorno, 250 persone al lavoro, vendita in oltre 70 Paesi. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie è la volta del Paradiso delle Signore, presentato come un work in progress mentre le riprese dell’undicesima stagione sono in corso. La serie va in onda su Rai 1 dal lunedì al venerdì ed è una coproduzione di Rai Fiction, Aurora TV (Banijay) e Rai Com. All’incontro c’erano il produttore Gianandrea Pecorelli, il regista e produttore creativo Francesco Pavolini e gli attori Roberto Farnesi, Arianna Amadei, Lavinia Longhi, Enrico Oetiker e Filippo Scarafia. Pecorelli rivendica la formula: «La particolarità di questa serie, unica al mondo, è raccontare giorno per giorno la giornata vissuta dalle persone oggi, come se ci fosse un fuso orario di una sessantina d’anni». La storia è partita dal 1956 e quest’anno arriva dal 1967 al 1968. Racconta l’evoluzione del costume attraverso lo sguardo delle donne, dagli abiti ampi degli anni Cinquanta alla minigonna. E se all’inizio Umberto Guarnieri imponeva alla figlia un matrimonio, ora sarà Carla a ricevere qualche lezione dalla propria. Pavolini sottolinea come certi temi tornino: le manifestazioni di questi giorni ricordano quelle del ‘68 e la battaglia di Valle Giulia, «come se ci fosse un ciclo storico».
La parte più interessante riguarda la macchina produttiva. Due unità girano contemporaneamente nove scene ciascuna, e ognuna porta a casa venti minuti al giorno, cioè i quaranta minuti di una puntata. Quattro registi si alternano, due in preparazione e due sul set, «così abbiamo tanti giorni di preparazione quanti di riprese». Ci sono 25 attori e una settimana di lavoro, dalla scrittura al montaggio, per ogni blocco di cinque puntate. Il modello, spiega Pecorelli, viene dalla Spagna: «In Italia le daily sono tutte da 20-22 minuti. Arrivare a 40 è stata un’impresa». Ne deriva un lavoro continuativo di nove-dieci mesi l’anno per circa 250 persone, «una rarità assoluta».
Le puntate si guardano tutti insieme in produzione, con i social aperti: seguire i commenti su X, scherza Pavolini, «equivale a una seduta di analisi». I numeri del successo li dà Pecorelli. La serie è venduta in oltre 70 Paesi: in Grecia ne hanno fatto un remake, in Montenegro e in altri Paesi dell’ex Jugoslavia è stata premiata come serie dell’anno. Il fan club più vivace è quello brasiliano, che manda regolarmente regali al cast. In Italia è la daily più vista anche in streaming su RaiPlay. In tour sono state allestite quattro mostre di costumi: a quella romana per il millesimo episodio, l’ultimo giorno, c’erano più di mille persone in fila, arrivate dalla Sicilia al Nord. Gli attori raccontano il rapporto con il pubblico. Roberto Farnesi, il «cattivo» Umberto Guarnieri, sente l’affetto dei fan ogni giorno nel suo ristorante, e cita i grandi cattivi della tv, da J.R. di Dallas a Tano Cariddi della Piovra. Lavinia Longhi è la new entry Carla Corsi, antagonista della contessa Adelaide, «e ne ha un po’ per tutti». Arianna Amadei, alla terza stagione nei panni di Odile, ricorda i fan che le dicevano: «Tratta bene tua mamma». Enrico Oetiker, Riccardo Guarnieri, è passato dai pizzicotti delle signore («fai il bravo!») ai complimenti, a seconda delle svolte del personaggio. Filippo Scarafia, nel cast dalla prima stagione, è «letteralmente cresciuto» con Roberto Landi, da pubblicitario a direttore del Paradiso.
Tutti pazzi per amore, la reunion vent’anni dopo: premio speciale alla serie che «ha svecchiato la fiction». E Solfrizzi lancia l’idea di un seguito
Alla casa della serialità quasi tutto il cast, con Ivan Cotroneo, Riccardo Milani e Verdiana Bixio. Il ricordo di Carlo Bixio, Piera Degli Esposti e Pietro Taricone. Alla casa della serialità di Roma Lazio in Serie, di fronte a un pubblico foltissimo, è la volta della reunion di Tutti pazzi per amore, la serie musicale di Rai 1 prodotta dalla Publispei di Carlo Bixio. Sul palco con Steve Della Casa c’erano Leonardo Ferrara, capostruttura di Rai Fiction, Verdiana Bixio per Publispei, Emilio Solfrizzi, lo sceneggiatore Ivan Cotroneo e il regista Riccardo Milani. In platea buona parte del cast: Ricky Memphis, Marina Rocco, Irene Ferri, Luca Angeletti, Martina Stella, Brenno Placido, Alessio Boni, Nicole Murgia, Carlotta Natoli, Claudia Alfonso. Stefania Rocca e Francesca Inaudi hanno mandato un saluto. In chiusura l’amministratrice delegata della Roma Lazio Film Commission, Lorenza Lei, ha consegnato un premio speciale Roma Lazio in Serie alla serie che «ha rivoluzionato l’idea stessa di fiction italiana», nel segno di Carlo Bixio, scomparso nel 2011. Per Ferrara è «un cult, irripetibile, uno spartiacque»: dopo Un medico in famiglia e Don Matteo, la Rai cercava un concept per rinnovarsi, e da lì «è partita l’innovazione della fiction italiana». È il titolo che metterà per primo nel curriculum, a tre anni dalla pensione.
Cotroneo, che l’ha scritta con Monica Rametta, ricorda il mandato esplicito della Rai di «svecchiare la fiction», tanto che dopo la messa in onda i colleghi chiedevano: «Come avete fatto a far passare tutto questo in Rai?». La risposta: «Ce l’hanno chiesto loro». In tre stagioni hanno scritto 78 puntate da 50 minuti e affrontato temi mai visti la domenica sera su Rai 1: un padre che rivela ai figli la propria omosessualità, una coppia lesbica, un ragazzo sieropositivo che vive una relazione serena e protetta. Il tutto con canzoni, coreografie e il commento in scena del Dottor Freiss. Milani rivendica soprattutto lo spostamento del pubblico: «Abbiamo scardinato un po’ i canoni del pubblico di Rai 1», avvicinando spettatori più giovani. Verdiana Bixio ricorda il motto del padre: «Innovare nella tradizione», e aggiunge: «Nei mercati internazionali non ho mai più visto una serie così».
Ricorda anche le dimensioni del set: stagioni da 26 episodi, tredici serate, due teatri di posa, tutto girato in pellicola. Solfrizzi racconta la fatica di imparare canzoni e balletti dopo le riprese: per una sola coreografia ci sono voluti quaranta giorni. Poi la battuta e la proposta: «Mi piacerebbe immaginare cosa farebbero oggi questi personaggi, con i cambiamenti climatici, i nipotini. Uno la può immaginare, una prosecuzione». Gli attori raccontano le follie chieste da Milani. Alessio Boni ricorda l’ornitologo nerd che canta Passerotto non andare via vestito da Baglioni. Carlotta Natoli parla delle scene «nuda negli occhi di lui» e delle «epoche delle caverne». Luca Angeletti ricorda il televisore a tubo catodico lanciato durante una lite, e soprattutto l’affetto per chi non c’è più, Piera Degli Esposti e Pietro Taricone. Ricorda anche un altro modo di fare televisione: «Si girava in pellicola, si facevano tante prove. Non era keep rolling». Nicole Murgia aveva 17 anni («vivevo una favola») e ringrazia Solfrizzi, «un papà». Brenno Placido dice di aver imparato il mestiere su quel set. Verdiana Bixio ha ricordato con commozione che, quando il padre morì durante la terza stagione, cast e troupe decisero di non fermarsi: «Lui avrebbe voluto che andassimo avanti». La serie, ricorda Ferrara, continua a vivere: è passata su Netflix e su RaiPlay ed è di nuovo in programmazione su Rai Premium.