Roma Lazio in serie è una casa per la serialità televisiva italiana, promossa da Roma Lazio Film Commission. Durante la Festa del Cinema di Roma prende la forma di uno spazio fisico all'Auditorium Parco della Musica, aperto a chi le serie le scrive, le produce, le interpreta e le distribuisce, e coordinato da Steve Della Casa.
È un laboratorio di idee che mette a confronto chi le serie le costruisce oggi (autori, showrunner, interpreti, produttori, emittenti televisive e piattaforme di streaming) e chi le ha costruite negli anni. Gli ospiti raccontano il proprio lavoro: i titoli che hanno segnato le stagioni passate, le serie in corso e soprattutto quelle che verranno. Lo fanno davanti al pubblico e agli operatori del settore, per far conoscere il mestiere e i suoi retroscena.
Non è una vetrina celebrativa, ma un luogo di confronto in cui le opere e chi le firma dialogano con il contesto che le rende possibili. E non si esaurisce nell'evento: l'obiettivo è che Roma Lazio in serie diventi un punto di riferimento stabile per la serialità, con un ruolo di sostegno produttivo, di comunicazione e di coordinamento tra i soggetti della filiera.
Perché ora: un settore che cambia su più fronti
La serialità sta cambiando su più fronti nello stesso momento, e qui sta il primo motivo di interesse. Si producono meno serie, le piattaforme cambiano modello di business e si accorpano, nascono formati nuovi pensati per lo smartphone. Nel frattempo il Lazio resta il centro produttivo dell'audiovisivo italiano. Vale la pena descrivere questo scenario con una certa precisione: è la mappa su cui si muove la manifestazione, e spiega perché far parlare insieme, oggi, chi fa e chi ha fatto serie abbia un senso particolare.
Meno serie, più selettive: la fine della "Peak TV"
Il cambiamento più visibile è la fine di un ciclo. Per oltre un decennio il numero di serie originali è cresciuto senza sosta, fino al picco statunitense del 2022, quando andarono in onda circa 600 titoli di finzione. Nel 2023 sono scesi a 516, con un calo del 14%, la contrazione più netta mai registrata, e la discesa è proseguita negli anni successivi.
Il conteggio è quello che ogni anno diffonde FX, canale televisivo statunitense oggi parte del gruppo Disney. Il suo presidente, John Landgraf, ha coniato l'espressione "Peak TV" per indicare questa stagione di abbondanza, e il suo centro studi tiene il censimento della produzione seriale americana.
Dietro quei numeri c'è un cambio di paradigma: l'industria non punta più alla crescita a ogni costo, ma alla redditività. Meno titoli, budget più controllati, stagioni più corte, e ogni singolo progetto che finisce per pesare di più. Sapere quali storie vengono ordinate oggi, come nascono e chi le porta avanti è il genere di conversazione che un incontro tra autori e committenti può rendere finalmente esplicito.
Lo streaming diventa adulto
Questo raffreddamento è il rovescio della maturazione dello streaming. Netflix ha chiuso il 2025 con circa 325 milioni di abbonati, ma l'aumento di 23 milioni sull'anno prima segna un rallentamento rispetto ai 41 milioni guadagnati nel 2024. Nei mercati ormai saturi l'abbonamento non basta più, e le piattaforme cercano altre fonti di ricavo. Arriva la pubblicità: il piano con gli spot ha raccolto circa il 55% delle nuove iscrizioni e superato i 94 milioni di utenti mensili. Arrivano la stretta sulla condivisione delle password, gli eventi dal vivo, i videogiochi.
Mentre le fonti di ricavo si moltiplicano, gli operatori si concentrano. Nel biennio 2025-2026 Paramount Skydance ha avuto la meglio su Netflix nella corsa per acquisire Warner Bros. Discovery, con un'operazione da circa 110 miliardi di dollari. Nel settembre 2026 l'accordo ha superato l'ostacolo dell'azione antitrust di un gruppo di procuratori generali, e porterà con ogni probabilità a fondere le piattaforme Paramount+ e HBO Max.
Cambiano così gli interlocutori che commissionano le serie, le loro logiche, i loro cataloghi. E
con loro cambia il destino concreto dei progetti di cui gli ospiti verranno a parlare.
Nuove forme, nuovi schermi
Cambia anche la forma del racconto, e con essa il modo di guardarlo. Accanto al dramma seriale di qualità da sessanta minuti si è imposta una serialità brevissima, pensata per il telefono. Da una parte le microserie verticali (in cinese duanju): decine di episodi da uno o due minuti, girati in formato verticale e costruiti su un colpo di scena continuo. Dall'altra le serie nate dentro Instagram, TikTok e YouTube.
È solo uno degli esempi possibili di quanto il terreno si stia muovendo, ma dà bene la misura del fenomeno. Nel 2024 il mercato cinese delle microserie ha superato i 50 miliardi di yuan, circa 7 miliardi di dollari, oltrepassando per la prima volta gli incassi delle sale cinematografiche del Paese. Fuori dalla Cina il mercato valeva 1,4 miliardi di dollari nel 2024 e dovrebbe arrivare a 9,5 miliardi entro il 2030.
Non è una curiosità esotica: DramaBox, una delle principali app di microserie, è stata ammessa al Disney Accelerator nel 2025, e Netflix ha introdotto un feed verticale per la visione da smartphone. Segno che anche i grandi tengono d'occhio la cosa.
Il formato lungo non sparisce, ma la serialità si allarga a durate, linguaggi e supporti molto diversi tra loro. È su questa gamma che si giocano oggi le scelte di chi scrive, produce e distribuisce. In fondo è la versione aggiornata di un'idea critica non nuova: già Umberto Eco osservava che nel racconto seriale l'innovazione nasce dal gioco tra ripetizione e variazione.