Quando si parla di cinema e di Polonia è impossibile non pensare ad Agnieszka Holland, i cui film dialogano da decenni, senza sosta, con il proprio tempo e con il drammatico passato comune ai paesi d'Europa. Nata nel 1948 a Varsavia, da madre polacca e padre ebreo, sopravvissuto all’Olocausto, perde quest’ultimo molto presto, in circostanze tragiche e a lungo poco chiare, quando viene accusato ingiustamente di spionaggio.
Precocemente innamorata del cinema, fin dalla scuola superiore, si forma con i film della nouvelle vague cecoslovacca e con le opere di Bresson, Bergman, Fellini, Kurosawa e Tarkovsky che vede nei cineclub polacchi dei tardi anni '60. Capisce presto che vuole studiare cinema ma sa anche che non sarebbe facile per lei entrare alla nazionale Lódz Film School, per via dei sospetti ancora pendenti sul padre, per cui inaugura la prima delle sue tante esperienze all'estero iscrivendosi alla FAMU di Praga (uno dei suoi professori è Milan Kundera, ma passano di lì anche Vittorio de Sica e Pudovkin).
