La filmografia della cineasta polacca sarà al centro della rassegna Grandi Classici del Cinema Polacco che prenderà il via l’11 novembre a Roma.
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di Marianna Cappi
Quando si parla di cinema e di Polonia è impossibile non pensare ad Agnieszka Holland, i cui film dialogano da decenni, senza sosta, con il proprio tempo e con il drammatico passato comune ai paesi d'Europa. Nata nel 1948 a Varsavia, da madre polacca e padre ebreo, sopravvissuto all’Olocausto, perde quest’ultimo molto presto, in circostanze tragiche e a lungo poco chiare, quando viene accusato ingiustamente di spionaggio.
Precocemente innamorata del cinema, fin dalla scuola superiore, si forma con i film della nouvelle vague cecoslovacca e con le opere di Bresson, Bergman, Fellini, Kurosawa e Tarkovsky che vede nei cineclub polacchi dei tardi anni '60. Capisce presto che vuole studiare cinema ma sa anche che non sarebbe facile per lei entrare alla nazionale Lódz Film School, per via dei sospetti ancora pendenti sul padre, per cui inaugura la prima delle sue tante esperienze all'estero iscrivendosi alla FAMU di Praga (uno dei suoi professori è Milan Kundera, ma passano di lì anche Vittorio de Sica e Pudovkin).
Il ritorno in Polonia, terminati gli studi, segna l'inizio della carriera professionale di Holland con la formula, abbastanza tipica dell'epoca e del luogo, dell'adesione a un collettivo cinematografico e dell'apprendistato presso registi affermati. Diventa assistente di Zanussi, prima, e poi, più lungamente, di Wajda, che si rivela per lei un aiuto fondamentale.
È di questo periodo Picture from Life (1975), un progetto collettivo costituito da sette storie su temi o fenomeni della contemporaneità normalmente esclusi dai soggetti cinematografici polacchi del tempo, di cui Holland firma Girl and "Akwarius" (15'), che sarà visibile nel contesto della rassegna al Palazzo delle Esposizioni. Anche Screen Tests (1976), ugualmente presente nella rassegna, è un film a sei mani prodotto dallo Studio X di Wajda: Holland firma la prima parte, dedicata al ritratto di una giovane, Anka, che sogna di vivere una vita migliore rispetto a quella dei suoi genitori.
Fuori dallo schermo, la posizione della regista non è apertamente femminista, forse anche per ragioni strategiche, visti i tanti problemi che le pone già il suo spirito critico, e anzi occorrerà molto tempo perché Holland rivendichi una consapevolezza di genere, ma ciò non le impedisce di trattare fin da subito temi e soggetti che indagano aspetti centrali della vita di una donna e la mettono in una relazione conflittuale con il sistema sociale di stampo patriarcale.
Screen Tests s'inserisce nel breve ma influente movimento del "cinema della preoccupazione morale", di cui il primo lungometraggio in solitaria di Agnieszka Holland, Attori di provincia, del '78, anch'esso presente nel cartellone del festival, è uno dei titoli chiave (vincitore del premio Fipresci a Cannes). A porre bruscamente fine allo sviluppo di questo movimento è, nel 1981, l'introduzione dello "stato di guerra", col quale il governo comunista tenta di schiacciare l'opposizione politica, guidata da Solidarnosc. Momentaneamente all'estero, in seguito a una serie di dichiarazioni contro il regime comunista, Holland non può più rientrare in patria ed è costretta all'esilio con base a Parigi.
Comincia così una nuova stagione nella vita e nel lavoro della regista, che coincide con l'inizio di una carriera internazionale e con l'abbandono progressivo delle tematiche e dello stile che avevano contraddistinto il suo cinema in Polonia, anche se cerca in tutti i modi di restare vicina alla vita culturale del suo paese di origine. Sono gli anni di Un prete da uccidere (1988, con Ed Harris), Europa, Europa (il cui successo le riapre, nel 1990, le porte di casa), e Olivier, Olivier (1991, il suo film più personale).
Il periodo successivo la vede attraversare l'oceano per i grandi adattamenti realizzati in America (Il Giardino Segreto e Washington Square, ma anche Poeti dall’inferno), che oscillano tra le convenzioni del cinema mainstream e quelle del cinema d'autore, e per gran parte del suo lavoro televisivo, nel quale affronta questioni sociali delicate e rilevanti per la società americana (la pena di morte, l'identità transgender) e contribuisce a una stagione di grande qualità del prodotto narrativo seriale (The Wire, House of Cards).