Il film ha scosso molto la coscienza nazionale. Anche tu hai avvertito delle nuove responsabilità derivate da questo lungometraggio?
Quello delle responsabilità è un tema su cui mi sono interrogata tanto perché nonostante io conoscessi ovviamente la storia del film, poi vedere al cinema quel finale lì, ha sconvolto anche me. Mi ha dato una bella botta. Infatti poi, durante le votazioni che si sono svolte poco dopo nel nostro Paese, sono andata a votare salendo le scale, con la tessera elettorale in mano, con un altro spirito e un altro peso. Mi piace definirlo un peso leggero però, perché sì, è un senso di responsabilità, ma anche un senso di grande speranza.
Dopo il successo di C’è ancora domani, hai avuto modo di lavorare in una produzione americana ad alto budget, la serie Amazon Prime Video Those About To Die, che vanta tra gli interpreti Anthony Hopkins e tra i registi Roland Emmerich. Ci sono delle differenze tra le lavorazioni italiane e quelle statunitensi?
Sì, senza dubbio, anche se il fatto di aver lavorato in Italia con una produzione americana, in qualche modo ha aiutato a limitare un po’ questo scalino che ci separa. Those About To Die è un progetto del tutto statunitense. Tuttavia lo abbiamo girato nel nostro Paese, quindi le maestranze, gli assistenti, i tecnici e tutta la troupe erano per lo più italiani. Il tutto ha favorito un incastro molto interessante. Ho la sensazione che gli americani siano delle macchine, siano molto veloci e siano anche disposti a fare dei sacrifici e dei compromessi in maniera anche piuttosto spietata. Invece magari noi italiani siamo sempre un pochino più insicuri, oppure comunque ci vogliamo un po’ bene, cerchiamo di non calpestare i piedi a nessuno e viviamo il set in modo più familiare. Loro invece sono un decisamente più freddi ma portano a casa il lavoro che devono fare. Sono quindi due visioni di lavoro diverse, però il fatto di aver girato la serie in Italia ha reso il tutto un pochino più omogeneo.
A proposito di produzioni straniere, ti piacerebbe un giorno intraprendere un percorso all’estero?
Sì, sicuramente, perché in qualche modo arricchirebbe anche la mia curiosità di poter lavorare con persone all’infuori del nostro Paese, conoscere nuovi colleghi e provare a capire come loro approcciano i ruoli o i progetti rispetto a quelli che sono i nostri standard più consolidati. Però probabilmente non me la sentirei di vivere all’estero. Quindi per lavoro, in un periodo ben definito, andrei molto volentieri. Ma io sono anche molto attaccata alla mia casa, intesa non solamente come un luogo fisico ma come l’insieme di molti valori, affetti, amici, parenti… Sicuramente in trasferta andrei volentieri, però poi tornerei qua.
Il tuo percorso, come abbiamo avuto modo di raccontare, è stato sensazionale. Ora però hai davanti a te un’altra esperienza interessante: la presentazione, alla Mostra del Cinema di Venezia, del nuovo film di Francesca Comencini, Il tempo che ci vuole. Sappiamo che il progetto si basa sulla relazione tra l’autrice e suo papà, il regista Luigi Comencini. Puoi dirci qualcosa di più?
Purtroppo devo deludervi, non posso tassativamente parlarne (ride, nda). Posso dire però che sono molto contenta ed emozionata all’idea di presentarlo a Venezia. È un film a cui tengo moltissimo e mi auguro che potrà trovare un pubblico numeroso nelle sale perché tutti, il film, il progetto, la regista... lo meritano.