Il fondatore del Teatro Patologico racconta a MYmovies il suo terzo film da regista, un'opera originale e priva di pregiudizi sulle disabilità e le loro ricadute sui componenti di una famiglia. Dal 14 maggio al cinema.
di Paola Casella
Dario D’Ambrosi è il fondatore del Teatro Patologico, una delle più importanti realtà italiane del teatro d’avanguardia e sperimentale che coinvolge ragazzi affetti da patologie psichiche. Con i suoi spettacoli D’Ambrosi ha girato in tour in mezzo mondo, si è esibito all’Onu ed è salito sul palco del Festival di Sanremo. Il principe della follia, dal 14 maggio al cinema, è il suo terzo film da regista e sceneggiatore, racconta in modo originale e privo di pregiudizi le disabilità e le loro ricadute sui componenti di una famiglia, e vede come attore protagonista Stefano Zazzera, realmente affetto dal morbo di Parkinson.
Come è nato il suo interesse per le patologie psichiche?
Io sono stato internato nel manicomio Paolo Pini di Milano dopo la legge 180, alla fine degli anni ’70, per fare un’esperienza assolutamente unica - dico unica perché non la rifarei manco se mi offrissero un milione di euro - e molto violenta: in quegli anni c'erano pochissimi psicofarmaci per tantissime patologie diverse, alcune non ancora riconosciute, e i pazienti avevano reazioni assolutamente incontrollate. Lì ho capito che c'era un mondo da raccontare, e così è iniziata l'avventura del Teatro Patologico.
Il principe della follia sembra dire che queste patologie coinvolgono tutta la famiglia, non soltanto chi ne soffre.
Guardi, dopo 40 anni le posso assicurare che non c'è un genitore che non viva il dramma di un figlio disabile, ma allargherei anche ai nonni, gli zii, il condominio: il dolore si allarga a molte altre persone.
Il protagonista ricorda il Joker di Joaquim Phoenix….
Joker tratta di uno psicopatico grave, però in molti momenti il personaggio è poco credibile. Stefano Zazzera invece non recita, purtroppo è davvero disabile. Lo conosco da vent'anni, quando era sanissimo, un bellissimo ragazzo che chiamavamo Robert perché ricordava tantissimo De Niro. Poi, un giorno di un paio d'anni fa, ho visto una persona che tentava di tirare fuori dalla macchina la propria figlia sul seggiolino e non ci riusciva perché il suo corpo sbatteva da una parte all'altra. L’ho riconosciuto: “Ma tu sei Stefano! Che ti è successo?” Era stato colpito dal morbo di Parkinson, il che ha reso molto difficile girare con lui come protagonista di Il principe della follia, perché non riuscivamo a tenergli dietro con la cinepresa.
Questo però aggiunge pathos al suo personaggio, perché si vede che è in balia di qualche cosa di incontrollabile.
Penso che sia qualcosa di unico nel cinema, mentre giravo mi venivano i brividi perché vivevo il suo dramma, la sua angoscia. Questo rende il film un’esperienza visiva difficile, ma mi piacerebbe che lo guardasse tantissima gente proprio perché è vero, non è una recita. E il messaggio secondo me più importante del film è che ogni genitore che mette al mondo un figlio, che sia sano o disabile, lo deve amare e curare come se fosse la perla di questo mondo.
Nel film lei presta molta attenzione ai corpi, quelli che funzionano piuttosto che quelli che non funzionano bene.
In un disabile il corpo diventa comunicazione, diventa forza ed energia. Io lavoro molto con i miei ragazzi del Teatro Patologico sul movimento del corpo e attraverso la teatro-terapia riescono a scoprire tante potenzialità che non sapevano di avere. E piano piano, conoscendo il linguaggio del loro corpo, riescono anche a capire il linguaggio della malattia, e a gestirlo. Ho accompagnato in questo percorso più di 1700 ragazzi.
Nel film recitano anche volti noti come Andrea Roncato e Alessandro Haber: come li ha convinti a partecipare al suo film?
Quando Andrea ha letto il copione ha cominciato a chiamarmi dieci volte al giorno perché voleva a tutti i costi il ruolo del tassista, ed è incredibile perché mentre scrivevo quel ruolo, lo giuro, ho detto: “Come mi piacerebbe se lo interpretasse Andrea Roncato”, pensando che avrebbe potuto rappresentare per lui la stessa svolta che per Diego Abatantuono hanno rappresentato i film di Pupi Avati. Alessandro Haber da anni diceva di voler lavorare con me perché ci conosciamo teatralmente, e in Il principe della follia recita sempre seduto non per esigenze di sceneggiatura, ma perché davvero non ce la fa a stare in piedi.
Il film si cimenta con vari generi, compreso l’horror, preferendo l’orrore al sentimentalismo: il pranzo della famiglia mi hai fatto pensare a Freaks
Mi fa piacere che lo dica, perché mentre ero al monitor pensavo: “Chissà se il pubblico riconoscerà qualcosa del film di Tod Browning?” Ed è vero, non ho voluto cadere nel patetico perché sono stati fatti troppi film sula disabilità da gente che non la conosce, mentre io ci sono a contatto da 40 anni e mi rifiuto di raccontarla attraverso un film che si piange addosso.
Forse l'obiettivo di Il principe della follia era proprio cambiare il modo in cui viene vista la disabilità.
È quello che volevo da questo film, e se ci sono riuscito ne sono felice come un bambino.