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Ryûsuke Hamaguchi: «Siamo vivi solo quando siamo connessi gli uni agli altri»

Regista raffinato, Hamaguchi racconta il nuovo Soudain, in concorso a Cannes.
di Paola Casella

martedì 19 maggio 2026 - Incontri

Il suo film in concorso al Festival di Cannes, All of a Sudden, è in magico equilibrio fra vita e morte, racconta i mali della società capitalistica e le storture del sistema sanitario attraverso le conversazioni intime fra due donne, una delle quali è malata terminale, ma vive i suoi ultimi giorni con grande levità.
Ryusuke Hamaguchi, già premio Oscar e Miglior sceneggiatura a Cannes per Drive My Car nonché Gran premio della giuria e premio FIPRESCI alla Mostra del cinema di Venezia per Il male non esiste, è regista raffinatissimo e persona amabile, come amabili sono i personaggi di All of a Sudden, in particolare le due protagoniste interpretate dall’attrice giapponese Tao Okamoto e quella francese Virginie Efira. La storia è basata sull’omonimo romanzo epistolare di Makiko Miyano e Maho Isono, che documenta le lunghe conversazioni fra la filosofa e l’antropologa giapponesi.

Ci racconta la genesi del film?
Sono partito domandandomi come fosse possibile trasformare in un film quelle conversazioni fluviali fra due donne che appartengono a mondi diversi ma trovano insieme un dialogo istintivo e profondo. Per aumentare questo senso di differenza originaria ho scelto due attrici di nazionalità diverse che parlano anche l’una la lingua dell’altra, ma che si capirebbero comunque perché fra di loro c’è un’intesa immediata e viscerale. Nel romanzo però non si parla di molti temi che affronto nel film, come le storture sistemiche del capitalismo che influenzano ogni momento della nostra vita.

Qual era per lei l’aspetto irrinunciabile del romanzo?
Il rispetto verso l’unicità delle persone. Una delle mie protagoniste lavora in una casa di cura francese applicando un metodo che rispetta la singolarità degli individui, trattati non solo come pazienti, ma come componenti di una famiglia. L’altra protagonista è una regista teatrale che dirige la pièce “Da vicino nessuno è normale” incentrata sul lavoro di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha aperto i manicomi in Italia con l’intento di riconoscere l’individualità delle persone con disturbi mentali.

Dedica sempre molto tempo alla preparazione dei suoi film. È andata così anche questa volta?
Lavoro a lungo per permettere ai miei attori di capire le motivazioni e il vissuto dei loro personaggi, e in questo caso ho chiesto alla produzione cinque mesi di tempo, di cui due di riprese e tre di preparazione. In quei tre mesi Tao e Virginie hanno creato una sintonia simile a quella che si vede nel film, imparando da zero la lingua l’una dell’altra per poter comunicare entrando anche nel reciproco mondo verbale. Del resto non è la prima volta che nei miei film gli attori parlano lingue diverse, ad esempio il giapponese e il coreano in Drive My Car. Voglio che i miei attori non pensino più quando recitano, che si dimentichino di essere attori perché hanno interiorizzato le loro scene e i loro dialoghi.
 


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Di che cosa ha bisogno il mondo oggi?
(Ride) Non mi sono mai posto questa domanda così direttamente, ma personalmente mi sono chiesto come potermi dedicare alla cura degli altri attraverso lo sguardo, il tocco, l’ascolto, gli incontri. Il contatto fisico ci è stato portato via dal sistema sociale in cui viviamo: come possiamo ritrovarlo? La risposta è che bisogna ricercarlo insieme, contro un mondo che mira a fare soldi e considerare gli altri semplicemente in base al lavoro che svolgono. Invece siamo vivi solo quando siamo connessi gli uni agli altri, che è anche l’unico modo per preservare la nostra identità.

Che ruolo ha l’arte in questo processo?
Ci dà modo di esplorare le varie possibilità di contrapporci alla società, permettendoci di raccontare storie apparentemente improbabili e in realtà molto possibili. Quando Basaglia ha aperto i manicomi tutti gli dicevano che non era possibile farlo, e invece lui ci è riuscito. Allo stesso modo le mie due protagoniste, che vengono da mondi diversi, non dovrebbero incontrarsi e invece lo fanno, per scoprire che hanno molto più in comune di quanto avrebbero potuto immaginare. E ciò che rende credibile la loro intesa è l’emozione che le due attrici hanno saputo trasmettere attraverso i rispettivi ruoli.

Nel film ha lavorato anche con veri degenti e vero personale sanitario.
Sì, anche se i personaggi del film affetti da demenza senile sono interpretati da attori. Ma i pazienti veri mi hanno comunicato la loro enorme forza vitale: persone over 80 che ballavano, che hanno aderito al film con partecipazione totale. Certo, ho dovuto stare molto attento, perché potevano cadere e farsi male, o ammalarsi durante le scene girate all’aperto. Quei pazienti mi hanno regalato molto ottimismo sulla mia futura vecchiaia, mi hanno convinto che l’avanzare dell’età non è una brutta cosa!

Nonostante una delle sue protagoniste sia malata terminale, si esce dal suo film con una sensazione di grande serenità. Com’è possibile?
Credo che sia perché tutta la storia, secondo una teoria antropologica, è attraversata da una linea che attraversa gli esseri umani e li collega attraverso un movimento che mette tutti a proprio agio. Mentre leggevo il libro di Makiko Miyano e Maho Isono sentivo la presenza di questa linea vitale, e ho voluto allungarla anche all’interno del mio film, facendo in modo che gli spettatori la facessero proseguire anche dopo la visione in sala.

C’è una linea continua che collega anche All of a Sudden al precedente Il male non esiste?
Ho preparato All of a Sudden e Il male non esiste in contemporanea, ed entrambi sono nati dalla stessa esigenza: ero fisicamente e mentalmente esausto dopo i tour promozionale di Drive My Car, con tutte quelle interviste che, data la differenza di fuso orario col Giappone, si svolgevano a tarda notte o alla mattina presto. Mi sentivo rapinato del mio spazio privato, e mi sono reso conto che la nostra società non dà valore al tempo personale.  Per questo entrambi i film parlano anche di come sia necessario riprendersi quegli spazi, e durano a lungo perché bisogna dare alle cose il tempo che ci vuole, non quello affrettato che ci impone il nostro mondo. 


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