In origine queer era un termine dispregiativo usato per rivolgersi alle persone non etero: «you people», voialtri, come li definiva sprezzante Don Draper, il pubblicitario degli anni ’60 protagonista di Mad Men, rivolgendosi a un collega segretamente omosessuale. Nel corso degli anni ’80, come vent’anni prima la parola nigger per gli attivisti di colore, queer venne trasformato in un termine militante, per rivendicare la non conformità di un’intera comunità. Erano gli anni dell’Aids, dell’affermazione di un intero movimento, della diffusione dei festival a tematica omosessuale (dopo quelli di Atlanta e San Francisco a metà anni ’70, tra il 1986 e 1987 arrivarono quelli di Torino, Milano e Londra) e la parola queer passò a rappresentare la fluidità del genere e della sessualità, sia etero sia gay, e in generale una certa distanza, un punto di vista alternativo, sulla realtà.
Il cinema, in qualche modo, ci era arrivato da tempo, per quanto in forme implicite nella produzione mainstream. Quello che oggi è chiamato con orgoglio “cinema queer”, e che negli ultimi decenni (ma nel caso della Berlinale si può risalire fino al 1980) ha dato vita a una massiccia produzione di film e studi accademici, per diversi decenni ha vissuto nell’ombra, inizialmente timido, poi sempre più sicuro della propria voce e dei propri valori.
È a questo cinema che rende omaggio Orgoglio e Pregiudizio, rassegna dedicata al cinema queer che dal 25 marzo si tiene al Nuovo Olimpia di Roma. Nel programma si passa in rassegna soprattutto la produzione inedita degli ultimi anni (con i primi lavori di Robin Campillo e Céline Sciamma, alcune chicche come Pariah di Dee Rees e un focus sul regista argentino Marco Berger), ma spiccano cinque film del passato che, per citare i curatori Cesare Petrillo e Simone Ghidoni, «hanno fatto da spartiacque e, magari timidamente, talvolta in modo prorompente, hanno messo lo spettatore di fronte a una realtà diversa». Una realtà, aggiungiamo noi, osservata, raccontata e vissuto con una prospettiva altra, fuori norma, per l’appunto queer.
Il mondo del film inglese Victim, diretto da Basil Dearden nel 1961, è ad esempio quello dell’epoca, quando per la legge l’omosessualità era ancora un reato perseguibile, ma la sua trama gialla e la sua tensione lo fa sembrare quasi un lavoro futuribile, proiettato verso un tempo perennemente presente. Protagonista è un avvocato omosessuale, sposato e rispettato, che dopo l’uccisione di un ex amante persegue una banda di ricattatori. Dirk Bogarde incarna l’ambiguità di un uomo integrato ma pronto a essere perseguibile, mostrando così il lato oscuro e paradossale di una società ancora lontano dal definirsi progressista.
