Occhi blu. Ovvero, un film noir tutto in blu. Blu sono le notti in cui è affondato il film, blu i riflessi sulle pareti, dominanti di colore fredde in tutto il film. Il blu è un colore nobile, spirituale, il più “moderno” dei colori: per gli antichi, era una variante del verde. Cominciò a esistere, ad avere una sua forza, quando nel Medioevo venne associato alla veste della Madonna.
Qui il blu è il colore dello sgomento, del lutto. C’è la morte di una ragazzina di tredici anni, travolta e uccisa da un motociclista. Non la vediamo: è il passato del film, un passato che pesa su ogni minuto della storia. C’è un padre – interpretato da un irriconoscibile Jean-Hugues Anglade – che non se ne dà pace. C’è un commissario con la passione per la musica napoletana, interpretato dal regista Ivano De Matteo. E c’è Valeria Golino tutta vestita di pelle, che va in moto, silenziosa ed enigmatica.
Tutto il film è silenzioso ed enigmatico. Il film d’esordio da regista di Michela Cescon è ambizioso, cerca modelli “alti” del cinema d’autore, e sceglie di raccontare il meno possibile, di non sottomettersi all’obbligo della chiarezza. Ne viene fuori un film di atmosfere, di inquadrature che si fanno notare: Valeria Golino che sale una scala a chiocciola vista dal basso, carrelli che vanno ad isolare lei che scrive, in un palazzo di cristallo, gelido e pieno di riflessi sul vetro, un po’ come tutto il film.
