Le storie che Antonio Campos intreccia in Le strade del male, la storia di Willard (alias Bill Skarsgård), di Arvin (Tom Holland), di Leonora e di Sandy, corrono lungo le strade periferiche e i boschi della provincia americana degli anni ‘50 e ‘60, tra la West Virginia, l’Ohio e il Kentucky, lasciano scie di sangue e vengono a formare una croce dove Dio non si fa uomo e non libera l’uomo dal male, o meglio, gli uomini liberati dal male rimangono maligni come dice Mefistofele nel “Faust” di Goethe. Il Dio tanto invocato e pregato è un dio terribile che chiede in cambio sacrifici spietati, un dio che è frutto di una distorsione mentale del bene nel male, della salvezza nella punizione, distorsione dettata da fanatismo e fondamentalismo religioso ma anche dall’opportunismo e dall’ignoranza che si annidano nella provincia.
La provincia è un labirinto i cui percorsi appaiono tutti somiglianti, quasi indistinti, senza una via d’uscita proprio come il male che assedia Arvin sin da quando è bambino, e ogni percorso conduce allo stesso punto, un punto di non ritorno e cioè la legge del taglione, dell’occhio per occhio dente per dente, alla violenza si risponde con altra cruda violenza per non soccombere.
Al di là delle province declinate al plurale nelle loro caratteristiche geografiche e culturali, c’è la provincia come dimensione assoluta condannata ad un immobilismo fatalistico e macchiata da colpe ataviche in cui non si intravede una possibilità di riscatto sociale e morale.