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Luca Guadagnino: «con We Are Who We Are voglio dare voce alle persone nella loro unicità»

L’autore e regista siciliano racconta in un'intervista le idee alla base del progetto che segna il suo debutto in TV, una serie in 8 episodi coprodotta da Sky e HBO e disponibile ogni venerdì su Sky e in streaming su NOW TV.
di Giorgio Crico

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venerdì 16 ottobre 2020 - Sky

La famiglia Wilson arriva nella base militare USA di Chioggia, a due passi da Venezia. Sarah e Maggie hanno deciso di lasciare New York per vivere e lavorare lì, rispettivamente come nuovo colonnello (nonché comandante in capo del distaccamento) e dottore dell’ospedale militare. Questo cambio radicale coinvolge anche il loro figlio adolescente Fraser, quattordicenne inquieto catapultato di botto in un microcosmo molto particolare come una base americana all’estero. Come lui, altri ragazzi che vivono nella base al seguito dei genitori cercano di esplorare il più a fondo possibile la loro gioventù per capire chi siano e cosa veramente vogliano dalla vita mentre, allo stesso tempo, provano a trovare il modo di porsi agli altri che più combacia con la loro identità. Una sfida cruciale per chi si affaccia all’età adulta ma che non termina con la fine della crescita: anche “i grandi”, infatti, hanno i loro problemi nel far collimare chi vogliono essere con ciò che riescono a essere effettivamente.
 

Fino a che punto l’idea che si ha di sé può condizionare davvero il nostro comportamento? E quanto può mediare la nostra espressività istintiva? È a domande come queste che – attraverso il racconto di un pugno abbondante di vite umane, di persone – We Are Who We Are cerca di suggerire delle risposte.

Non c’è la pretesa di esaustività, nella nuova serie di Luca Guadagnino, ma - come il regista spiega chiaramente nel corso dell'intervista rilasciata a Sky, di cui presentiamo in 4 pillole i passaggi più salienti - solo l’ambizione di mettere onestamente in scena delle esistenze che non vogliono spiegare a nessuno il senso della vita ma solo mostrare come la vita, fluendo, acquisisce senso quasi da sola.

Questo modo di accostarsi ai personaggi ha consentito a Guadagnino di liberarsi da una serie di pastoie e luoghi comuni che spesso si accompagnano al racconto degli anni dell’adolescenza: «Chi ha detto che è complicato raccontare l’adolescenza senza cadere nei cliché? Non credo che sia complicato raccontarla o cascare in quei cliché, decidi tu se farlo o meno. Il problema non è tanto se sia difficile o facile, fare cinema è difficile nella misura in cui tu devi avere l’esperienza di comprendere come comunicare con gli altri sul set, con gli attori, la troupe… Ma è relativamente facile nel momento in cui cascano le difese, gli intellettualismi o, peggio, le programmaticità. Dire che fare un film o una serie sull’adolescenza sia difficile dipende soltanto dal fatto che tu sia o meno pronto a cascare in quei cliché. Se non ci cadi è perché semplicemente non ti poni in relazione con essi e devi solo avere la capacità di osservare e di conoscere».

Il regista di Chiamami col tuo nome rivela anche che arrivare sul set della nuova serie Sky è stato un po’ come un nuovo, inesorabile, primo giorno di scuola: «Per un regista, fare un nuovo film è una perenne prima volta, è come se si debuttasse ogni volta. È come se scoprissi nuove incapacità tue e, almeno per quanto mi riguarda, devi fare sempre una sorta di corpo a corpo terrificante con questo sentimento di vuoto sotto ai piedi per impedire di apparire quel che tu pensi di essere, cioè un ciarlatano di fronte alla sua troupe… e quindi, ogni volta, devi ricominciare a parlare un linguaggio che si rinnova continuamente».

Alle prese con un cast prevalentemente molto giovane in We Are Who We Are, il regista siciliano non ama però parlare del loro talento: nella sua ottica di sincerità espressiva, un attore è colui che dà vita a un nuovo personaggio, più che interpretarlo. Ammette però anche di amare molto gli attori esperti: «Io amo gli attori e amo gli attori importanti perché un attore di livello porta con sé l’esperienza che lo ha fatto diventare quella persona e quell’attore importante che è. Però devo dire che il sistema bressoniano di pensare al cinema come racconto di modelli – non della moda ma della realtà – è sempre più irresistibile».

Del resto, Guadagnino avrebbe anche in mente molti altri modelli da inserire nei suoi lavori ma il principale ostacolo, come spesso accade, è il tempo: «Il problema di ogni regista è che, se da un lato gli scenari in cui vorrebbe lavorare con gli attori del proprio immaginario sono ampissimi, dall’altro però abbiamo poco tempo. Fai un film ogni otto mesi se sei Woody Allen o sei Pupi Avati oppure ogni due anni od ogni tre. Questa è la media, poi ci sono quelli che fanno ancora meno lavori. E comunque, per quanto tu possa essere o meno prolifico, non riuscirai mai a incontrare tutti gli attori che hanno colpito o ancora colpiscono il tuo immaginario. Questa è una cosa che mi dispiace».

We Are Who We Are è la nuova serie Sky Original diretta da Luca Guadagnino e scritta dallo stesso regista insieme al premio Strega Paolo Giordano, a Francesca Manieri e a Sean Conway. Nel cast, i ruoli principali sono ricoperti da Chloë Sevigny, Alice Braga e dall’enfant prodige Jack Dylan Grazer.


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