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Premio Strega: le vittorie e lo strettissimo rapporto con il cinema

Pino Farinotti racconta il legame che ha sempre unito la settima arte ai libri vincitori del Premio, che quest'anno si è aggiudicato Sandro Veronesi. 
di Pino Farinotti

sabato 4 luglio 2020 - Focus

Il Premio Strega è stato vinto da Il colibrì di Sandro Veronesi. Edito dalla Nave di Teseo. 
Il romanzo ha raccolto 200 voti. A seguire: La misura del tempo, Gianrico Carofiglio), 132; Almerina (Valeria Parrella) 86; Ragazzo italiano (Gianarturo Ferrari) 70; Tutto chiede salvezza (Daniele Mencarelli) 67; Febbre (Jonathan Bazzi) 50. La vittoria di Veronesi era ampiamente annunciata. Emerge, da questa edizione un dato interessante. Veronesi è al suo secondo “Strega”, aveva già vinto con Caos calmo nel 2006. Solo un altro scrittore vantava la prestigiosa doppietta Paolo Volponi con La macchina mondiale (1965) e La strada (1991).

Il senso del romanzo lo spiega il risvolto: “ Marco Carrera, il protagonista, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno.” Ma rileverei un altro personaggio decisivo, la nipotina del protagonista, simbolo completo di indicazioni progressiste e femministe: è nera di pelle, ha occhi a mandorla azzurri, prevale in tutto ciò che affronta, ma è anche capace di non porsi come stucchevole prima della classe per non diventare antipatica ai compagni. 

Un dato importante, una new entry, la Nave di Teseo, che ha saputo inserirsi fra le major che l’hanno sempre fatta da padrone. La “Nave” è stata fondata da Elisabetta Sgarbi solo quattro anni e mezzo fa, con Umberto Eco, Mario Andreose e vari soci della società civile e culturale. Adesso si è assestata “lassù”. Non può che fare piacere. Anche a me, visto cha la Sgarbi è il mio editore. Caos calmo è diventato film nel 2008, per la regia di Antonello Grimaldi, con Nanni Moretti.
 

Sembra che Il Colibrì sia già in fase di pre-produzione, affidato questa volta a un altro Veronesi, Giovanni, il fratello. Cinque anni fa ho firmato un editoriale nel senso dei film derivati dallo Strega. 
Pino Farinotti

Mi sembra opportuna una riproposta:

È stata selezionata la cinquina che si contenderà il Premio Strega 2015. È il più importante riconoscimento letterario del Paese. Chi lo vince entra nel cartello nobile della nostra letteratura: natural­mente siccome niente è perfetto, non lo è, a maggior ragione, un premio che smuove prestigio e denaro. Va detto, ed è polemica consolidata ed eterna, che lo Strega era, ed è, giurisdizione delle major che, mettendo in campo il proprio potere, quasi mai se lo sono lasciato scappare. A scapito di scrittori magari migliori ma pubblicati da editrici minori. Tuttavia lo Strega, dal 1947, ha quasi sempre premiato il merito. È la qualità del merito che, nei decenni, ha subito forti... mutazioni. Ma sarebbe un discorso troppo vasto. Rimaniamo al tema del titolo. È noto che i romanzi, grandi e meno grandi, sono quasi tutti diventati film. Salvo eccezioni par­ticolarmente nobili, come Il giovane Holden di Salinger, o Cento anni di solitudine, e pochi altri. 

Ci sono autori perfetti per il cine­ma e altri del tutto ostici. Un esempio per tutti. Marcel Proust: il suo racconto è di introspezione quasi assoluta, poca azione e scarso dialogo. Eppure Proust è un eroe della letteratura del novecento, “incontaminato” (quasi) dal cinema. Lo Strega è un premio di let­teratura e di cultura radicale, diciamo così (sono costretto, nelle definizioni a sintesi magari arbitrarie, per via dello spazio). Rara­mente si è preoccupato del grande pubblico e la critica è sempre intervenuta in quel senso: quelli dello Strega sono libri da critica. Va anche detto, ed è imbarazzante, che il modello del “pubblico” italiano, quello che legge, legge un libro all’anno. Farò, in questo intervento, molti nomi, perché, ripassando la storia dello Strega e dei film che ha generato, ho visto emergere, impietosamente, nelle epoche, la contrazione della qualità. Il termine prevalente, da mol­to tempo è crisi: crisi della narrativa, crisi del cinema. Stralcio il fenomeno devastante, che tutto devasta appunto, della crisi dell’e­ditoria e di tutto di questa epoca. Sappiamo. Alcuni miei romanzi sono entrati nelle cinquine dei premi (non dello Strega), e spesso sono stati premiati. Come critico e romanziere conosco l’argomen­to dall’interno e chi mi legge sa bene quanto mi stia a cuore il rapporto libro-film. I nomi che seguono sono quelli che, dal 1947 a salire, hanno ottenuto, fra gli altri, il premio: Flaiano,Cardarelli, Pavese, Alvaro, Moravia, Soldati, Buzzati, Morante, Bassani, Co­misso, Tobino, La Capria, Cassola, Lampedusa, Prisco, Ginsburg, Arpino, Volponi, Bevilacqua, Piovene. 

Maestri, qualità grande. Credo che basti una licenza di scuola media per conoscerli. E cre­do che il concetto sia importante, significa che quegli scrittori non appartenevano solo alla fascia aristocratica degli addetti. Guido Piovene vinse nel 1970. Sempre ricorrendo alle sintesi “impossi­bili”, dico che quell’anno è uno spartiacque: dagli anni settanta, guarda caso, la qualità si contrae. Come nel cinema. La sintesi sa­rebbe questa: con gli ultimi anni sessanta la società, la cultura e il mondo vivono la trasformazione che conosciamo. Prevale, in tutte le fasce - i giovani, i sindacati, il lavoro, le donne, le università, la politica - non più il sentimento individuale, ma quello collettivo. Prevalgono l’ideologia e l’appartenenza. È una cultura che detta legge e occorre, da parte dell’intellighenzia, assumerla e aderire. Il cinema, parlo di movimento generale naturalmente, ne risente perché deve limitare quella che è la sua prima opzione, l’evasione, e anche la letteratura perché vede ridursi il ruolo del dolore in­dividuale, che è, da sempre, il cuore e il centro di tutti i racconti. 

Molti autori dovevano, davanti al foglio, porsi il quesito “piacerò alla critica” e così ecco la mediazione fra ciò che volevano e ciò che dovevano scrivere. Ecco dunque la cosiddetta “crisi”. Non faccio altri nomi, ma dal 1970 i vincitori dello Strega, salvo eccezioni, fan­no parte... dell’“aristocrazia critica”. Occorre una laurea in lette­ratura, e magari non basta, per conoscerli e frequentarli. Veniamo ai film. L’inizio fu propizio, il primo romanzo premiato, Tempo di uccidere, di Ennio Flaiano, ed. Longanesi, sarebbe diventato un film nel 1989 per la regia di Giuliano Montaldo. Si racconta una storia d’amore, tragica, nel quadro della guerra d’Etiopia del ’36. Ma... niente di memorabile. Sì, libro e film, roba diversa: l’ennesima conferma. Ma Flaiano avrebbe avuto grandi soddisfazioni in avvenire, come “penna” di Federico FelliniCesare Pavese vinse lo “Strega” nel 1950 con La bella estate, il ro­manzo formato da due racconti, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. Cinque anni dopo Michelangelo Antonioni diresse Le amiche, trasposizione di Tra donne sole. La cifra letteraria, altissima, di Pa­vese venne adattata dallo stesso regista e da Suso Cecchi D’Amico, sceneggiatrice perfetta. Pavese non poté vedere il film, si era tolto la vita in quel 1950. Un peccato, e un dolore: lo scrittore ne sareb­be stato felice. Era la storia di un gruppo di amiche della borghesia torinese e del loro disagio nei rapporti con gli altri e con se stesse.


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