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Postumo e gioioso

La sedia della felicità e i film d'addio.
di Roy Menarini

In foto una scena del film La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati.
Valerio Mastandrea (49 anni) 14 febbraio 1972, Roma (Italia) - Acquario. Interpreta Dino nel film di Carlo Mazzacurati La sedia della felicità.

domenica 27 aprile 2014 - Focus

Ci si può congedare dalla vita e dal cinema con un titolo più giulivo di Aimer, boire et chanter (Amare, bere e cantare), come ha fatto Alain Resnais? E si può salutare il mondo, consapevoli di essere malati, realizzando un film più spensierato e vitale di La sedia della felicità?

Resnais e Mazzacurati, pur con le ovvie differenze e proporzioni nella storia del cinema, insegnano davvero tanto e dicono qualcosa del rapporto tra cinema e vita da parte di cineasti di cui - con buona pace dei cinici - non si può parlare che come autori. Ma mentre Resnais, ultranovantenne, già da alcuni film stava celebrando un lungo commiato pieno di buon gusto, ironia e curiosi spiazzamenti (Cuori e Vous n'avez encore rien vu ne sono chiara rappresentazione), Mazzacurati si trovava ancora in un'età nella quale, se in salute, ognuno augura a se stesso di lavorare ancora a lungo e - in quanto artista - di arricchire la propria opera. Nella storia del cinema, del resto, i film postumi sono raramente consapevoli. Davvero Kubrick avrebbe concluso la sua intera filmografia con il "fuck" pronunciato da Nicole Kidman alla fine di Eyes Wide Shut? Probabilmente sì, vista la capacità di ermetica ironia del maestro e la consapevolezza che l'infinito processo di realizzazione del film richiesto dalla sua pignoleria avrebbe allontanato il successivo di chissà quanto tempo. Mentre è certo che È difficile essere un dio rappresenta al meglio la visione del mondo di Aleksej German, anche se il film, non sincronizzato, è stato portato a termine dal figlio Aleksej German jr. e dalla compagna Svetlana Karmalita.

E che dire di quei film in cui la promozione alla firma in regia equivale all'omaggio verso il protagonista scomparso? In contesti differenti, sia Lampi sull'acqua - Nick's Movie (di Wim Wenders, ma co-intestato a Nicholas Ray dopo la sua morte) sia Il postino (di Michael Radford ma co-intestato a Massimo Troisi per lo stesso motivo), sono anch'essi diventati film d'autore postumi.

Gli esempi ci porterebbero lontano e ben dentro la giungla dell'infinita battaglia sulle "intenzioni dell'autore", per cui preferiamo ricordare casi più paradossali, per esempio parlando di colui che ha lasciato più film postumi e incompleti di tutti, Orson Welles (da Don Chisciotte a The Other Side of the Wind), una vita intera a spezzettare e sbriciolare incipit e sequenze di tante opere poi mai ricombinate del tutto. Poi ci sono i registi che, per sicurezza, girano in largo anticipo l'opera definitiva, quella che riassume il discorso sul proprio cinema, in senso auto-analitico: Clint Eastwood lo ha fatto con Gran Torino, lasciando a terra la sua icona nel pre-finale del film, e Woody Allen con Harry a pezzi, anatomia completa del rapporto vita/finzione con tanto di celebrazione finale dell'artista e parodia (inevitabile) del Posto delle fragole di Bergman.
Insomma, ci sono tanti modi per dire addio alla vita attraverso i film che si realizzano. E in questa struggente ed eroicomica galleria, La sedia della felicità non sfigura affatto, anzi assume una posizione tutta propria, che - ai meno sorprendenti sentimenti del congedo crepuscolare, o lieve, o patetico, o stoico, o farsesco - sostituisce quello dell'entusiasmo contagioso.

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