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La politica degli autori: Errol Morris

Uno dei più attenti rappresentanti del cinema del reale.
di Mauro Gervasini

In foto Errol Morris.
Errol Morris (71 anni) 5 febbraio 1948, Hewlett (New York - USA) - Acquario. Regista del film The Unknown Known.

mercoledì 15 gennaio 2014 - Approfondimenti

In un periodo in cui il dibattito sul "cinema del reale" pare interessare più dei 25 spettatori ai quali è di solito rivolto, esce nelle sale italiane The Unknown Known, docu-intervista di Errol Morris a Donald Rumsfeld, ex segretario alla difesa dell'amministrazione Bush. Capo, insieme al vicepresidente Cheney, dei cosiddetti "falchi" fautori della guerra in Irak. Presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2013, The Unknown Known è un film eccezionale che dimostra un paio di cose fondamentali, anche dal punto di vista della "metodologia storica" applicata al cinema. La prima: per raccontare un personaggio controverso come Rumsfeld non occorre essere imparziali. Morris (che entra in campo personalmente, ma non fisicamente, con la voce fuori campo) non lo ama, non ne condivide le idee e le ricostruzioni, lo incalza e lo contraddice. La seconda: se esiste una verità storica, al di la di ogni relativismo ideologico, è a questa che la narrazione cinematografica deve restare coerente, senza distorcere i personaggi a seconda dell'opinione del regista. Rumsfeld non è irriso, non è messo in "cattiva luce", tiene anzi testa al suo interlocutore ed è per questo che arriviamo a comprendere non solo il personaggio ma il suo contesto. Morris è stato accusato di avere "subito" il segretario della difesa: nulla di più falso. Se lo avesse ingannato o preso in giro come ad esempio fece Michael Moore con Charlton Heston in Bowling for Columbine, nulla avremmo compreso della statura di un uomo tra i responsabili negli anni Zero di un "conflitto di civiltà" che ha travolto medio oriente e occidente.

È il metodo Errol Morris. Rare, essenziali, non frequentissime immagini di repertorio montate insieme a un'intervista serrata, anche visivamente complessa (cambi d'angolazione improvvisi, movimenti di macchina, illuminazioni mai scontate o televisive) con colonne sonore ricercate e suggestive (di Caleb Sampson, Danny Elfman o Philip Glass, per dire). Il suo capolavoro è The Fog of War (2003), incontro con Robert McNamara, già segretario alla difesa di Kennedy e poi, brevemente, di Johnson, che in pratica lo costrinse a dare le dimissioni. Cireneo della guerra del Vietnam, additato dal movimento pacifista come il guerrafondaio numero uno dell'amministrazione democratica, McNamara ne fu, nelle "segrete stanze", un lucido oppositore, spingendo soprattutto Johnson al disimpegno, sforzo inutile che gli costò la carriera. Morris si mette in gioco anche in questo caso (non nasconde una certa stima per l'uomo) e con un procedimento maieutico quasi esclude il singolo per raccontare la complessità di una struttura di governo, ma anche bellica, nella quale persino i ministri potevano (e possono) essere meri ingranaggi. Del 1999 è invece Mr. Death - Il signor Morte, film-intervista dedicato a Fred Leuchter, ingegnere specializzato in sedie elettriche e altri strumenti di morte. Si addentra, Morris (più defilato del solito), in un percorso minato che tocca il tema del negazionismo. In un procedimento giudiziario in Canada contro un criminale nazista, infatti, l'ingegnere aveva cercato di dimostrare "scientificamente" certe aberrazioni sulle camere a gas dei campi di sterminio. Traspare una pietas inedita: il "signor Morte" non è un protagonista della Storia ma un gregario quasi kafkiano, per il quale persino un concetto come la "banalità del male" pare sproporzionato. Morris se ne accorge e al solito, forse più del solito, non giudica.

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