Un delicato road movie attraverso la pancia dell’America, dove la gente è concreta, pragmatica, con un grande cuore. Regia di Alexander Payne. Con un ottimo Bruce Dern.
Lo Stato del Nebraska confina a Nord col South Dakota, a Ovest col Wyoming e il Colorado, a Sud col Kansas e a Est con lo Iowa e il Missouri. È la pancia dell’America, dove il popolo non è quello della città delle due coste, Los Angeles e San Francisco a Ovest, New York e Washington a Est, i posti della cultura, della politica, dei giornali, dell’intelligenza: il Paese progressista che irradia le notizie nel mondo rappresentando se stesso in quel modo. Le coste sono strisce sottili, una cornice che contiene i grandi territori centrali, con un popolo che non irradia niente, che ha accolto le istanze di Trump, senza soffermarsi su concetti come populismo o demagogia, ma su altri che capiva meglio, come pragmatismo e concretezza.
È l’America della maggioranza, e del Nebraska raccontato da Alexander Payne, con quelle città lunghe, separate dallo stradone principale. Dove alle cinque, finito il lavoro l’americano di siede su quegli alti sgabelli dei bar, si gonfia di birra fino all’obesità e chiacchiera col suo vicino, magari disoccupato. E più tardi, a casa consumerà la cena preparata da una moglie rimbecillita dai talk e che non spiccica parola.
Woody Grant è un vecchio sfiorato dall’Alzheimer che crede di aver vinto un milione di dollari a una lotteria. È una truffa, tutti glielo dicono, ma lui non cede, partirà dal Montana per raggiungere Lincoln nel Nebraska. Attraversando l’America riattraversa la sua vita, ritrovando posti e persone del passato. Il figlio lo accompagna e lo tutela.
Payne è un ottimo scrittore, ha vinto due Oscar come sceneggiatore (Sideways e Paradiso amaro) e non tradisce la sua attitudine di osservatore ironico e amaro delle vicende umane. E in Nebraska accentua linguaggio ed espressione con un bianco e nero che sferra un altro colpo a una visione da sogno americano della realtà.
Il riscontro della vita di Woody è triste come le lande che attraversa, anche se, alla fine, ne nasce qualcosa di buono. Rilevante è la performance di Bruce Dern che ha avuto una nomination all’Oscar, così come il film e il regista. Dern sta dando il meglio di se stesso da anziano. Ha avuto un destino di attore particolare, condizionato da due ruoli infelici: nel 1964 era il soldato che cerca di molestare la bambina Marnie nel film di Hitchcock. Nel 1972 era il bandito che uccide John Wayne ne I cowboys, di Mark Rydell. Bruce lo dice sempre: “Gli americani non me lo hanno mai perdonato.” Hitchcock si è invece fatto perdonare dando a Dern il ruolo di protagonista del suo ultimo film, Complotto di famiglia, del 1976.