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sabato 24 ottobre 2020

Articoli e news Gianfranco Rosi

Data nascita: 1964, Asmara (Eritrea)

Gli artisti presenti al Festival raccontano la loro esperienza.

Busan 2013, bilanci e impressioni degli italiani

Busan 2013, bilanci e impressioni degli italiani Al Festival Internazionale di Busan, anche quest'anno il cinema italiano è stato presente con una partecipazione numerosa e diversificata. Del resto, il pubblico coreano è qui sempre assai curioso della nostra produzione, che altrimenti fatica a raggiungere gli schermi locali. Come di consueto, approfittando della contiguità, Busan ha fatto incetta di recenti titoli veneziani, dal Leone d'Oro Sacro GRA, con Gianfranco Rosi accolto dalla platea coreana come una maestà del cinema, a L'Intrepido di Gianni Amelio, da Via Castellana Bandiera di Emma Dante a L'arbitro di Paolo Zucca. A questi titoli veneziani s'aggiungevano il Tornatore de La Migliore Offerta e il successo cannense di Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Oltre a Rosi, a presenziare alle proiezioni c'erano Zucca, Grassadonia e Piazza e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile Elena Cotta. Continua »

   

Gianfranco Rosi a Busan con il documentario vincitore del Leone d'Oro.

Il Sacro GRA conquista la Corea

Il Sacro GRA conquista la Corea Gianfranco Rosi è uno dei più importanti registi italiani contemporanei - e da molto prima della consacrazione del Leone d'Oro per Sacro GRA. Cineasta essenziale già dal suo primo film, Boatman, realizzato in India vent'anni fa, e già premiato a Venezia nel 2008 per Below Sea Level, Rosi vanta un'impeccabile filmografia di grande cinema, che comprende pure lo sconvolgente El Sicario, Room 164. Opere sfortunatamente ignorate dalla nostra distribuzione, ma che hanno conosciuto circolazione globale nei festival e che ora, proprio mentre Sacro GRA dimostra il potenziale di botteghino del documentario creativo, saranno disponibili per gli utenti di MYmovies.it. I tre film saranno infatti in streaming on demand a 3,99 euro in esclusiva su MYMOVIESWIDE! a partire da venerdì 11 ottobre e da novembre sulla piattaforma MYMOVIESLIVE!. Arriveranno prossimamente anche in dvd accompagnati da un libro nella collana Feltrinelli Real Cinema.
Rosi in questi giorni è al BIFF, per la prima asiatica del suo film. Sulla via per Seoul, la memoria l'ha riportato al suo primo viaggio in Corea: "è buffo che mi sia venuto in mente mentre ero in viaggio. Quando sono arrivato, ho chiesto conferma in merito all'evento del ponte sventrato. Non vorrei che fosse un incubo che non ho mai vissuto".

La storia di Rosi ha infatti del surreale, quasi un film, vissuto in prima persona. "Arrivavo qui in aereo da New York per presentare Boatman al Festival del Documentario a Seoul nel 1993", inizia il suo racconto Rosi, "ho fatto scalo a Londra, e poi Londra-Seoul. All'epoca non c'erano email, solo fax, e mi era stato raccomandato di comprare il biglietto perché costava meno negli Stati Uniti - e poi sarei stato rimborsato. Sono arrivato a Seoul e non c'era nessuno all'aeroporto. Ho atteso una, due ore, poi ho preso un taxi e ho prenotato un albergo in città. Il giorno dopo, ancora sotto l'effetto del jet lag mi sono alzato alle sei, e ho poi preso un taxi alle otto per andare all'ufficio del festival. Sono arrivato presso questo edificio isolato in periferia, sono salito fino a questa sorta di loft, ho bussato alla porta, ma nessuno ha risposto. Ho quindi aperto la porta e trovato una grande stanza con una decina di cubicoli con scrivanie, tutti vuoti. Si poteva però vedere che c'era stata una presenza umana. Ad un certo punto appare un uomo, che parla solo coreano. Cerchiamo di spiegarci: io gli dico che sono il regista di Boatman, lui mi mostra degli articoli di giornale dove si vedono foto di un ponte sventrato. Mi dice di attendere e dopo un'ora arriva un signore che parla inglese e mi spiega che il Direttore e lo staff del festival sono tutti morti nel crollo del ponte e che il festival è stato cancellato. Io ero l'unico regista che non era al corrente. È stato davvero surreale".
Ovviamente, nel rivivere questo ricordo Rosi ha sentito nuovamente "l'ansia dei bambini abbandonati all'asilo". Fortunatamente, il suo pick up all'Aeroporto Gimhae lo ha portato sano e salvo al festival e nell'area di Haeundae dove il cineasta osservatore ha notato che "Busan è molto diversa da Seoul, mi sembrava d'essere in Blade Runner". Come altri stranieri in visita, ha notato la presenza di una folla molto vivace: "al rientro da una delle reception sono uscito per fare una passeggiata di un'ora e mezza, due, verso le due di notte e c'erano molti giovani, molta musica e attività, le strade erano piene". Rosi elabora metaforicamente, "qui vedi solo giovani, vedi solo futuro, ragazzi contemporanei del futuro, con nessun legame col passato".

In merito alla presentazione del suo film al festival, Rosi si compiace dell'ottima accoglienza sin qui riscontrata: "Il film è già comprato per le sale coreane, e alla conferenza stampa ho riscontrato molta adesione. Nell'intervista con la giornalista del settimanale Cine21 ho sentito che aveva colto tutti i segni del film".

Un'ammirazione e rispetto per il suo cinema documentario che Rosi trova più prossimo a quelli italiani e europei. Il suo linguaggio documentario trova invece difficoltà in Nord America: "Toronto non ha preso Sacro GRA. Ma non aveva preso né Boatman, né Below Sea Level, né Sicario. Il mio linguaggio anti-hegeliano, senza tesi, antitesi e sintesi non funziona con americani e canadesi. Sembrano avere sempre bisogno che un documentario dimostri qualcosa, che racconti una storia. Io invece trasformo questo luogo, il Grande Raccordo Anulare in un luogo ipotetico, in un pretesto narrativo". Per Rosi la grande svolta nel documentario in Nord America l'ha segnata Michael Moore: "Quando studiavo alla New York University, c'erano molti documentaristi interessati a perseguire una via linguisticamente creativa. Poi, quando Moore riuscì a firmare un contratto di vendita da un milione di dollari al Sundance, la crescita del documentario USA è stata distrutta. Sono proliferati gli imitatori, e si è imposto un modello con uno sviluppo del racconto molto preciso, in cui dev'essere presente una forte componente spettacolare, di intrattenimento".

Modi di cinema diametralmente opposti all'approccio di Rosi per il quale "lo spettatore deve vivere un'esperienza, che poi è la mia. I miei sono incontri, viaggi ipotetici, come in Boatman e Sicario, dove lo spettatore è invitato a salire su una barca o a chiudersi in una stanza con un personaggio che non conosce. Io chiedo sempre un atto di fiducia al mio pubblico".

In merito a Sacro GRA, il regista ama soprattutto parlare della "forte dimensione poetica dei personaggi" e del suo "lavoro di sottrazione, un lavoro presente anche quando ho girato e che non ho trovato al montaggio. Il montaggio ha il compito di dare una drammaturgia al film, d'identificare tra mille volti possibili quello più adatto per un film che non ha un vero arco narrativo". Rosi usa la metafora del "cubo di Rubik, dove ci sono mille combinazioni possibili, ma una solo che porta ad avere lati dello stesso colore. Poi all'interno c'è il caos, e se si sposta solo un elemento tutto crolla e si deve ricominciare da capo".

Per Rosi il film è stato un'occasione pure di scoprire Roma e d'iniziare ad amare la città: "Questo film non viene da una mia idea. Per me il GRA era una strada che percorrevo per andare da casa all'aeroporto e viceversa. Non sapevo nemmeno che fosse un cerchio, e non l'avevo mai percorso a 360°. È come una muraglia medievale, e come diceva Nicolini, le mura non funzionavano nel Medio Evo, figuriamoci oggi. Per Calvino poi, l'unico viaggio possibile è quello intorno alla città, e quale viaggio intorno ad una città è più facile di quello intorno al raccordo anulare? Tra l'altro, Nicolini raccontava di un raccordo che si può percorrere all'infinito, di persone perse, come una squadra di calcio di bambini che sta ancora cercando l'uscita dal raccordo. Se si prende l'uscita sbagliata, ci si può trovare in un altro mondo. Ho imparato ad amare Roma proprio attraverso il raccordo anulare.

Per Rosi, il film è "un organismo a sé stante, che ti parla e tu lo devi ascoltare". La metafora perfetta per il film la dà dunque proprio il personaggio del palmologo che Rosi ha seguito per due anni, "senza mai filmarlo. Non sapevo come filmarlo; è un matematico, ingegnere, alchimista, chimico, che ha creato un'oasi al margine del raccordo anulare, a Prima Porta, ma questo non lo vedi nel film, vedi lui che parla alla palma e basta. Infatti, per due anni d'incontro con lui, ci sono solo quaranta minuti di girato. E l'ho filmato solo al momento dell'invasione del punteruolo. Una sera ho messo il mio microfono nella palma, l'ho chiamato, gli ho messo le mie cuffie, e lui era sconvolto. Ho iniziato a filmare, lui mi ha guardato con odio, come se entrassi nel suo dolore, ma si è lasciato andare, e ha iniziato il dialogo con la palma. Un dialogo che nessuno sceneggiatore poteva scrivere. Due anni d'attesa; quaranta minuti di girato!"

E il valore metaforico complessivo che questo personaggio ha per il film è qualcosa che Rosi ha scoperto nel confronto col pubblico: "Io non me n'ero reso conto, ma girando le sale in Italia, c'è stato chi mi ha detto che la palma è l'Italia e i punteruoli sono i politici, che divorano il paese". Aggiunge poi, in un'osservazione che vale per tutto il suo cinema e il suo rapporto con le platee, cinematografiche e non, "capisco il mio film dalle reazioni del pubblico. Mentre lo faccio intuito e istinto sono all'opera. Poi, una volta dato il film al pubblico, sei costretto ad analizzarlo, quando ti fanno domande. Non ho mai scritto appunti o sinossi dei miei film. Mi piace che un film abbia una vita sua che subentra in seguito e mi affascina moltissimo sentire le interpretazioni altrui".

   

Alice Rohrwacher premiata a Cannes: un bel segnale.

ONDA&FUORIONDA

domenica 1 giugno 2014 - Pino Farinotti da FOCUS

ONDA&FUORIONDA Il film Le meraviglie diretto da Alice Rohrwacher ha dunque vinto il Grand prix della giuria al festival di Cannes. Il trofeo viene considerato il secondo in ordine di importanza, dopo la Palma d'oro. Il riconoscimento è un bel segnale, che riallaccia il filo d'oro dell'Oscar, attribuito alla Grande bellezza di Sorrentino. Ed è recente anche il Leone d'oro attribuito a Gianfranco Rosi col suo Sacro Gra, lo scorso settembre al festival di Venezia. Non vincevamo il "Leone" dal 1998 (Così ridevano di Amelio) e l'Oscar dal '99 (La vita è bella di Benigni) e continuiamo a non vincere la Palma dal 2001 (La stanza del figlio di Moretti). Continua »

   

Le riflessioni di Dario Zonta, creative producer del film Leone d'oro a Venezia 70.

Sacro GRA, la rivincita del documentario

martedì 10 settembre 2013 - Dario Zonta da APPROFONDIMENTI

Sacro GRA, la rivincita del documentario A questo punto bisogna parlare più consapevolmente del ruolo del documentario nella politica cinematografica e culturale italiana, ora che il Leone d'oro è andato a un film documentario, Sacro Gra di Gianfranco Rosi. La vittoria, lasciatecelo dire, ha un valore storico perché per la prima volta, grazie al coraggio di Alberto Barbera, un film documentario è entrato nella competizione maggiore, concorrendo al pari di altri film di fiction, e perché ha vinto sbaragliando proprio quella concorrenza.
Chi vi scrive - meglio subito dirlo - non è terzo, perché ha avuto parte attiva nella realizzazione del film, affiancando nel ruolo di "creative producer" il regista e la produzione nel processo decisionale. L'occasione di questa clamorosa vittoria è troppo ghiotta per non fare alcune considerazioni. La prima è questa: Sacro Gra è un film che ha elementi di unicità e eccezionalità che derivano in gran parte dalla particolarità del percorso del suo autore. Fino a pochi giorni fa in molti in Italia non avevano mai sentito parlare di Gianfranco Rosi, eppure questo uomo solitario, cittadino del mondo ed esploratore inesausto di mondi sommersi, ha girato nell'arco di venti anni tre film importanti, se non straordinari, che sono passati per i festival, spesso vincendoli, e che hanno ricevuto all'estero onori e gloria. Boatman, Below Sea Level, El Sicario sono i titoli di una filmografia sofferta perché auto-prodotta in tempi lunghissimi. Continua »

   

Il concorso si chiude con Es-stouh (Les Terrasses).

Venezia 70, l'Algeria di Allouache

venerdì 6 settembre 2013 - Annalice Furfari da NEWS

Venezia 70, l'Algeria di Allouache Grande soddisfazione alla Mostra del Cinema di Venezia, ieri, per Sacro GRA di Gianfranco Rosi. Per la prima volta, nella lunga storia del festival, un documentario italiano partecipa in concorso. Già questo è un ottimo risultato, ma lo è ancor di più l'apprezzamento della critica e del pubblico. "Essere in concorso - ha affermato il regista in conferenza stampa - è già una vittoria per il cinema documentario, per quanto io abbia sempre cercato di non fare grandi distinzioni tra i generi. Il fatto, però, che questa distinzione venga superata dalla Mostra e dal suo direttore mi sembra molto importante". Con Sacro GRA Rosi racconta la capitale. Girando per tre anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma, il regista ha scoperto mondi invisibili, da cui emergono personaggi sfuggenti e apparizioni fugaci. "Questa - spiega Rosi - è una Roma poco conosciuta, un polmone esterno rispetto al pantano romano. Dopo molti film fuori dall'Italia, era il momento giusto per raccontare questa storia, un modo per conoscere meglio Roma e di riflesso il nostro paese, oggi in forte crisi di identità".

Molto elegante, dalla splendida fotografia in bianco e nero, La Jalousie di Philippe Garrel, presentato ieri in concorso. Al Lido, con il regista francese, gli attori Anna Mouglalis e Louis ed Esther Garrel, figli del cineasta. Questa intensa storia d'amore, fatta di passioni ed emozioni esasperate, si interroga sulla dicotomia tra il sentimento e il bisogno economico. Molto positiva l'accoglienza al festival, per un film ambientato in un mondo di attori di teatro che credono profondamente nella loro arte, ma faticano a spiccare.

Sempre in concorso, ha ricevuto lunghi applausi dal pubblico Jiaoyou (Stray Dogs) di Tsai Ming-liang, cantore malese della solitudine e dell'alienazione contemporanea, vincitore di un Leone d'oro al Lido nel 1994 e due Orsi d'argento a Berlino. Pressoché privo di dialoghi, dalle inquadrature molto ricercate ed estremamente dilatate, Jiaoyou (Stray Dogs) è il dramma di un uomo disoccupato e abbandonato dalla moglie, che vive per strada con i due figli, cercando di mantenere un'idea di famiglia. "Spero che sia il mio ultimo film - ha affermato il regista 55enne in conferenza stampa - ma credo nel destino". Chissà che la Mostra non lo induca a ripensarci.

Fuori concorso ieri si è imposto Walesa dello stimato cineasta polacco Andrzej Wajda. Il film racconta la vita del premio Nobel Lech Walesa, fondatore del sindacato anticomunista Solidarnosc, coraggioso elettricista operaio che ha dato la spallata decisiva al crollo del comunismo in Polonia. "Un eroe dei suoi tempi", come l'ha definito il regista, che è stato accompagnato al Lido proprio dal sindacalista settantenne. Sempre fuori concorso, abbiamo visto il documentario Pine Ridge di Anna Eborn, che racconta le vite di alcuni nativi americani nella riserva di Pine Ridge, nel South Dakota.

È già tempo di tirare le somme, per un festival che non ha regalato grandi sussulti cinematografici, rispetto a edizioni passate. Oggi, nella penultima giornata prima della chiusura, arriva l'ultimo film in concorso, Es-stouh (Les Terrasses) dell'apprezzato regista algerino Merzak Allouache, che porta avanti la sua peculiare indagine sulla complessa e tormentata società algerina, dove i tetti delle case, un tempo luoghi di relax e incontro, sono oggi scossi dalla violenza e dalla morte. Cinque terrazze di Bab El-Oued, quartiere popolare di Algeri, ospitano cinque storie diverse, che si svolgono nell'arco di una sola giornata. Molteplici personaggi, reali o immaginari, si avvicendano, con racconti a volte tragici, a volte divertenti.

Fuori concorso oggi vedremo Unforgiven di Lee Sang-il, remake giapponese del capolavoro di Clint Eastwood Gli spietati. Il film è ambientato a Hokkaido nel 1880. Jubei Kamata è un killer molto temuto. Scomparso dalla circolazione per dieci anni, l'uomo riappare, vedovo e con due figli a carico, costretto a riprendere la spada per le disperate condizioni economiche in cui versa la sua famiglia. Due grandi registi a confronto sul terreno dell'amicizia, nel documentario fuori concorso intitolato Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini. Ettore Scola fruga nel suo cassetto dei ricordi, per ricostruire piccoli ma importanti episodi della vita di Federico Fellini. Ricordi che riportano alla luce i luoghi e le emozioni provate in quasi cinquant'anni di amicizia.

Nella sezione Orizzonti vedremo La prima neve di Andrea Segre, tornato al cinema di finzione dopo lo stupefacente esordio nel 2011 con Io sono Li. Il regista italiano mette ancora una volta a frutto la sua esperienza di documentarista attento ai problemi dell'immigrazione, per raccontare una storia incentrata sul rapporto tra un undicenne che vive tra le montagne del Trentino, e soffre per la perdita recente del padre, e un giovane originario del Togo, fuggito dalla Guerra in Libia e incapace di accettare la propria paternità. Sempre in Orizzonti sarà presentato l'iraniano Mahi Va Gorbeh di Shahram Mokri, girato in un unico piano sequenza e basato su una storia vera, quella di tre cuochi alla ricerca della carne per il ristorante per cui lavorano, in una remota regione del Caspio. Ma nei dintorni l'unica carne presente è quella di un gruppo di studenti giunti per una gara di aquiloni.

Per vedere le foto della serata di ieri fai clic QUI

In concorso anche Tsai Ming-liang con Jiaoyou.

Venezia 70, ecco Rosi e il suo Sacro GRA

giovedì 5 settembre 2013 - Annalice Furfari da NEWS

Venezia 70, ecco Rosi e il suo Sacro GRA Fischi e qualche timido applauso dalla critica per il secondo film italiano in concorso ieri alla Mostra del Cinema di Venezia, L'intrepido di Gianni Amelio, analisi agrodolce della situazione del lavoro ai tempi della crisi. Le aspettative nei confronti dell'ultimo cineasta italiano che si è aggiudicato il Leone d'Oro - nel 1998 con Così ridevano - erano elevate, ma il film non ha convinto tutti. Al Lido con Antonio Albanese, attore protagonista, Amelio ha spiegato che L'intrepido è "un inno alla dignità dell'uomo, la storia di un personaggio candido che fa un mestiere che è la quintessenza del precariato odierno", vale a dire il rimpiazzo a chiamata, con un lavoro diverso ogni giorno. Un film italiano che ha riscosso, invece, successo al Lido è Zoran il mio nipote scemo di Matteo Oleotto, con Giuseppe Battiston. Presentato nella sezione Settimana della critica, al termine della proiezione ha ricevuto dieci minuti di applausi. La storia è quella di un uomo cinico, egoista e bugiardo che trascorre le sue giornate in osteria. La sua vita subisce un brusco cambiamento quando la morte di una vecchia parente lo costringe ad accudire un quindicenne sloveno, forbito e perfezionista, col talento per le freccette.

Nell'edizione che si distingue per la presenza di ben due documentari in concorso, ieri è stato apprezzato il lavoro di Errol Morris. Dopo il successo ottenuto con The Fog of War, in cui veniva intervistato l'ex segretario alla difesa Robert McNamara, il regista ha messo alla prova Donald Rumsfeld, uno dei grandi architetti della guerra in Iraq. The Unknown Known: The Life and Times of Donald Rumsfeld è un documentario-intervista in cui l'ex segretario alla difesa ripercorre gli episodi più importanti della sua carriera, dagli albori fino al discusso conflitto iracheno del 2003. "Rumsfeld - ha affermato Morris in conferenza stampa - mira a manipolare gli altri e si perde nel suo mare di parole. Ma alla fine agli americani non piacciono le bugie".

Fuori concorso ieri è stato presentato A Promise, il nuovo lavoro di Patrice Leconte, storia d'amore senza tempo, ambientata nella Germania del 1912. Un giovane laureato di umili origini viene assunto in un'acciaieria e, grazie alla sua capacità, si guadagna la fiducia dell'anziano proprietario, che lo sceglie come segretario personale. È così che il ragazzo ha occasione di conoscere la giovane moglie del padrone, bella e riservata, con cui nasce un'intesa. Ad accompagnare il sofisticato regista francese sul red carpet gli attori Rebecca Hall, Alan Rickman e Richard Madden.

La presentazione fuori concorso del documentario Ukraina Ne Bordel di Kitty Green ha portato la protesta neo-femminista nel cuore del festival. L'opera, che svela il volto intimo e anche oscuro dell'ormai celebre movimento delle Femen, ha condotto al Lido, insieme alla regista, alcune attiviste, che si sono presentate al photocall in topless, con slogan di protesta scritti sul petto ("L'Ucraina non è un bordello", "Guerra nuda"). Il documentario, in maniera non agiografica, racconta la genesi del movimento che lotta contro un sistema fondato sul patriarcato. Altro fuori concorso visto ieri è Feng Ai di Bing Wang, ambientato in un manicomio isolato, in cui vivono rinchiusi cinquanta uomini, quasi senza avere contatti con il mondo esterno né con i medici.

Occhi tutti puntati oggi sul terzo film italiano in concorso al festival, Sacro GRA dell'apprezzato documentarista Gianfranco Rosi. Dopo l'India dei barcaioli, il deserto americano dei dropout e il Messico del narcotraffico, il regista ha deciso di raccontare il suo paese, girando per tre anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma, per scoprire i mondi invisibili che questo luogo cela oltre il muro del suo incessante frastuono, da cui emergono personaggi sfuggenti e apparizioni fugaci. Altro film in concorso oggi è La Jalousie di Philippe Garrel, con Louis Garrel e Anna Mouglalis. Il regista francese, autore di un cinema sperimentale che risente dell'influenza della Nouvelle Vague, presenta una storia di sentimenti brucianti, tratta da una vicenda autobiografica: la relazione del padre con un amante quando il regista era un bambino. L'attore Louis Garrel, figlio del regista, interpreta quindi il nonno all'età di trent'anni, un attore di teatro che fa fatica a sbarcare il lunario, vive con la compagna in una modesta abitazione e ha una figlia frutto di una passata relazione.

Celebre cantore della solitudine e dell'alienazione contemporanea, Tsai Ming-liang presenta oggi in concorso Jiaoyou (Stray Dogs), dramma dei sentimenti incentrato su un uomo disoccupato che vive con i suoi due figli in un quartiere povero di Taipei. Abbandonato dalla moglie, l'uomo è incapace di soddisfare i bisogni della sua famiglia. Al centro commerciale dove spesso accompagna i figli, incontra Xiao Lu, una donna che inizia ad affezionarsi ai bambini e a interessarsi al padre, che però vive ancora nel ricordo ingombrante della moglie.

Fuori concorso arriva Walesa, diretto dallo stimato cineasta polacco Andrzej Wajda e da Ewa Brodzka. Il film racconta la vita del premio Nobel Lech Walesa, fondatore nel 1980 del sindacato anticomunista Solidarnosc, e gli eventi che negli anni '70 hanno portato alla rivoluzione pacifica in Polonia. Sempre fuori concorso, oggi vedremo il documentario Pine Ridge di Anna Eborn, che racconta le vite di alcuni nativi americani nella riserva di Pine Ridge, nel South Dakota.

Nella sezione Orizzonti vedremo il kazako Bauyr (Little Brother) di Serik Aprimov, storia di un bambino di nove anni che vive in totale solitudine in un piccolo villaggio tra le montagne. Quando ormai il ragazzino ha perso tutte le speranze, fa ritorno a casa il fratello maggiore, che però si rivela completamente diverso da come il piccolo lo ricordava.

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A Venezia 70 con Sacro GRA, uno dei rifondatori del documentario italiano.

La politica degli autori: Gianfranco Rosi

giovedì 5 settembre 2013 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

La politica degli autori: Gianfranco Rosi Una delle cose più interessanti della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia ancora in corso è il dibattito sul documentario. In selezione ufficiale ce ne sono 21 disseminati in varie sezioni, due in concorso. Ma sulla terminologia non c'è accordo. O almeno, viene fuori vedendo i film e ascoltando gli autori che la definizione è spesso una formula di comodo. Costanza Quatriglio, regista di Con il fiato sospeso, presentato fuori concorso, racconta l'avvelenamento di alcuni giovani ricercatori dell'Istituto di Chimica e farmacia dell'Università di Catania, e affronta di petto la questione scegliendo attori professionisti come Alba Rohrwacher e Michele Riondino voce narrante per un'opera all'apparenza documentaristica. Gianfranco Rosi invece, in concorso con Sacro GRA, dal 25 settembre in sala, è ancora più radicale sul suo film e sulla classificazione. «La parola documentario mi fa paura», sostiene, ed è quasi il manifesto di un cinema che il simulacro del reale (a volte un fardello, un'ipoteca) lo esorcizza con una libertà espressiva potente, non solo mimetica. Continua »

   

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Notturno

Dopo Lampedusa Rosi arriva in Medioriente
Data uscita: 09/09/2020
Regia di Gianfranco Rosi. Genere Documentario, produzione Italia, 2020.

Un documentario girato nelle zone calde di Siria, Libano e Iran.
prossimamente al cinema Film al cinema Novità in dvd Film in tv
mercoledì 7 ottobre
Gamberetti per tutti
L'anno che verrà
Nel nome della Terra
Vulnerabili
mercoledì 30 settembre
Gli spostati
mercoledì 23 settembre
A Tor Bella Monaca non Piove Mai
martedì 22 settembre
L'hotel degli amori smarriti
giovedì 10 settembre
La mia banda suona il pop
mercoledì 9 settembre
Fantasy Island
martedì 8 settembre
Doppio sospetto
mercoledì 2 settembre
Villetta con ospiti
giovedì 27 agosto
Dopo il matrimonio
mercoledì 26 agosto
Qua la zampa 2 - Un amico è per se...
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