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Busan 2013, bilanci e impressioni degli italiani

Gli artisti presenti al Festival raccontano la loro esperienza.
di Paolo Bertolin

In foto Gianfranco Rosi, a Busan per presentare Sacro GRA.
Gianfranco Rosi 1964, Asmara (Eritrea). Regista del film Sacro GRA.

lunedì 14 ottobre 2013 - Incontri

Al Festival Internazionale di Busan, anche quest'anno il cinema italiano è stato presente con una partecipazione numerosa e diversificata. Del resto, il pubblico coreano è qui sempre assai curioso della nostra produzione, che altrimenti fatica a raggiungere gli schermi locali. Come di consueto, approfittando della contiguità, Busan ha fatto incetta di recenti titoli veneziani, dal Leone d'Oro Sacro GRA, con Gianfranco Rosi accolto dalla platea coreana come una maestà del cinema, a L'Intrepido di Gianni Amelio, da Via Castellana Bandiera di Emma Dante a L'arbitro di Paolo Zucca. A questi titoli veneziani s'aggiungevano il Tornatore de La migliore offerta e il successo cannense di Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Oltre a Rosi, a presenziare alle proiezioni c'erano Zucca, Grassadonia e Piazza e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile Elena Cotta.

Come di consueto, tutti gli ospiti italiani sono rimasti colpiti dalla gioventù, dalla cortesia e dal calore della platea di Busan. "La cosa che mi ha colpito subito sono i ragazzi giovani in giro per il festival", dice Paolo Zucca, "stavo facendo una passeggiata ieri e mi sono imbattuto in un red carpet di divi locali che non conosco, e mi ha fatto impressione così tanta gente giovane, che avrà avuto un'età al massimo di diciott'anni". Una folla e uno staff del festival di grande cortesia, rileva Elena Cotta: "sono persone deliziose e di una grande gentilezza e dignità forte dignità. Il personale è indubbiamente ben addestrato. Noi italiani siamo molto più indisciplinati, non dico per un fondo di anarchia, ma per un certo individualismo, spinto a un buon livello. Me ne sono accorta anche quando si tratta di dormire su questi lunghi voli intercontinentale, dove il piccolo esercito di queste persone si coricava in assoluto silenzio, e si svegliava altrettanto silenziosamente, in maniera quasi militaresca".

Sul versante del pubblico, Piazza rileva che "il festival è anche affollato da persone normali, non solo da persone che lavorano nel mondo del cinema, come succede a Cannes, dove se non hai l'accredito è molto difficile vedere film. È una cosa molto piacevole per i registi". E Piazza è stato particolarmente felice dell'accoglienza riservata a Salvo: "i collaboratori del festival ci dicono che è stata molto positiva, perché il pubblico qui, se il film non piace, o va via o lo dice esplicitamente. Invece, per Salvo, la sala è rimasta piena per il Q&A e ci sono state domande, tanto che hanno dovuto interromperci quando ancora non erano finite. E poi, alla fine, siamo stati circondati per una richiesta di autografi che per noi è davvero molto insolita". Grassadonia precisa che "loro lo fanno con estremo rispetto, con una forma di gentilezza che si vede nel modo in cui ti si avvicinano, ti chiedono l'autografo e come lo conservano". Una formalità un po' rigida che Grassadonia ha trovato avere dei risvolti kafkiani: "questi modi molto rispettosi quando sei col pubblico sono molto piacevoli. Quando invece ti devi confrontare con l'organizzazione è diverso, perché hanno tutta una procedura macchinosa: quando devi salire in sala dalla strada passi attraverso trenta persone. Poi se chiedi una cosa semplicissima che non si attendono, c'è un meccanismo burocratico per cui li mandi subito in tilt e questa è una cosa abbastanza buffa. Ieri chiedevamo di aumentare il volume in sala per il nostro film, e siamo entrati in un universo kafkiano. La ragazza cui l'abbiamo chiesto ha cominciato a sudare freddo, ha rimbalzato la palla ad un altro, quello ad un altro ancora e solo alla fine si è riusciti a parlare con questo proiezionista, questa figura mitologica e indisturbabile". Il regista quindi generalizza: "c'è grande cortesia qui, ma anche rigidità. Tutto è ben organizzato, però ogni singolo movimento è da coordinare con loro, da decidere con loro. Se provi a scendere dall'auto in un posto diverso da quello deciso da loro, il conducente della macchina rischia l'infarto. A Cannes o altrove tutto è più rilassato; qui è tutto più irreggimentato, tutto è previsto dal primo all'ultimo minuto della tua presenza. Ma se dici vuoi invece andare a farti una passeggiata, crei un momento di crisi autentica per loro. Questo è buffo e ogni tanto ieri abbiamo giocato con queste cose".

Rispetto all'accoglienza dei propri film, Zucca s'interrogava sulla possibilità di traduzione culturale del suo film: "credo e spero che il calcio sia comprensibile ovunque. Tra l'altro nel mio film c'è la parodia di un personaggio che qualche coreano magari si ricorderà: si tratta dell'arbitro che fece perdere i mondiali a noi italiani, il celebre arbitro Moreno. Non so se i coreani lo ricordano. Ma diciamo che è un punto di contatto con la Corea". Aggiunge il regista sardo, "per qual che riguarda elementi arcaici che fanno riferimento alla pastorizia e al furto di agnelli, per quanto io abbia cercato di raccontarli in modo astratto e minimale, è possibile che uno non si renda conto di cosa stia succedendo. Un pastore che brucia il fienile di un altro pastore perché gli ha rubato l'agnello è una cosa certo lontana dalla vita di un diciottenne di Busan, che potrebbe legittimamente chiedersi, ma perché non va a denunciare il furto alla polizia? Ad ogni modo, in quest'ambito i codici non sono molto diversi da quello di un western classico. E del resto il mio film che è molto legato alla Sardegna registra differenze tra il pubblico della Sardegna e quello del resto d'Italia. Tali differenze qui sono amplificate"

Per quel che riguarda Salvo, invece, Grassadonia è convinto che "il pubblico abbia colto il nostro amore per un certo tipo di film asiatici, per un certo tipo di ritmo, di silenzio, e questa cosa l'hanno molto apprezzata. La discendenza di Salvo da alcune figure di samurai o killer più silenziosi, appartati che vengono dal noir l'hanno colta tutta con dei riferimenti molto precisi. E poi sono rimasti molto colpiti dal lavoro sul fuori campo e sulla costruzione del suono. Questa è una cosa su cui si sono incentrate molte domande, come anche sul senso di ogni singola inquadratura, come ad esempio in riguardo al finale e al cambio di fuoco proprio nell'ultima inquadratura. E hanno dato la giusta interpretazione immediatamente".

Ad Elena Cotta - che rivela scherzando "io ho una formidabile esperienza di donna di spettacolo, di teatro, di cinema, di televisione, ma ne ho un tantino meno come frequentatrice di festival; a Venezia era la mia prima volta ad un festival di cinema" - pare che sia "molto bella l'attenzione che dà l'Oriente alla cultura. Non voglio rimproverare nessuno, ma in questo momento in Italia c'è una tendenza a trascurare tutti gli aspetti culturali, mentre invece è una questione di progresso e civiltà. Il progresso non è solo tecnica, meccanica, industria. Ci si riduce al sopore delle coscienze se non 'è un'industria culturale".

Il punto di vista di Zucca sulla situazione del cinema italiano rispetto al mercato internazionale è assai personale ed interessante: "io vengo dalla letteratura, sono laureato in lettere, vengo dall'amore per cultura e scrittura. Faccio cinema in modo molto artigianale, nel senso che io costruisco ogni inquadratura del mio film con le mie mani e con i miei collaboratori. Mi sento molto un artigiano dell'immagine. Farò tutti gli sforzi artigianali perché questa mia qualità artigianale diventi sempre più fine. Se posso competere a livello mondiale è su questo che mi sento di poter competere, cioè attraverso la qualità sartoriale del mio manufatto film. Io potrò fare un film tagliato meglio, confezionato meglio, pensato meglio, e potrò competere il mio prodotto artigianale, un manufatto made in Italy - non posso competere con la Hyundai. Anche perché non ne ho la forza io e non ce l'ha l'Italia come sistema industriale. Non ce l'aveva, o se l'ha avuta, l'ha persa. Non credo l'abbia avuta. Il grande cinema italiano che ha fatto il giro per il mondo, ha funzionato per la forza degli artigiani. Certo eravamo più forti come sistema paese, come industria, di quanto lo siamo oggi, però i nostri erano prodotti fondamentalmente artigianali. Poi, qualcuno arriverà, magari non italiano, e si preoccuperà di vendere al mondo il manufatto made in Italy, come è successo con L'arbitro e la compagnia francese Le Pacte. Io mi devo preoccupare solo che il film sia fatto il meglio possibile".

Anche per Elena Cotta, la componente artigianale del suo lavoro è fondamentale: "noi attori siamo come ciabattini di buon mestiere, sappiamo come mettere chiodini nella tomaia; sappiamo quando va bene spingere un'emozione, trattenerla, sfruttarla o raggelarla. I ruoli sono come ipotesi di vita, vanno visti dal di fuori, in maniera critica, senza lasciarsi coinvolgere. E come il rapporto diretto con il pubblico a teatro, al cinema sì il rapporto con la macchina è altro, ma può essere intensissimo".

Se da un lato Cotta rivela di non aver "mai visto un film sul computer" e di credere che "il rituale del cinema è un rito comunitario; in platea si sente la partecipazione degli altri, le correnti che vanno in senso positivo o negativo e tu partecipi di queste cose, i registi di Salvo sono favorevolissimi alla fruizione del cinema su internet. Anzi, lamentano gli ostacoli incontrati nel momento in cui avevano cercato di proporre una distribuzione on line per il proprio film: "avevamo convinto i produttori, ma gli esercenti hanno detto di no. Si tratta di una battaglia ideologica dal loro punto di vista; dal punto di vista pratico, non gli verrebbe tolto nulla. È una guerra di retroguardia come quella dell'ultimo giapponese perso nella foresta. Il pubblico su internet ci sarebbe. La pagina Facebook di Salvo ha 20,000 fan e molti di questi giovani sicuramente non visitano abitualmente le sale cinematografiche. Perché fare guerra a questo pubblico potenziale e non farcelo invece amici? La battaglia di retroguardia degli esercenti è solo antistorica, ed è destinata alla sconfitta. Nel frattempo però stanno uccidendo molte possibilità per il cinema italiano".

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