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Wagner Moura: «L'agente segreto è un film profondamente politico»

Intervista a Kleber Mendonça Filho e Wagner Moura, regista e attore di L'agente segreto, film pluripremiato al Festival di Cannes e vincitore di 2 Golden Globe. Dal 29 gennaio al cinema.
di Paola Casella

L'agente segreto

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Wagner Moura (Wagner Maniçoba de Moura) (49 anni) 27 giugno 1976, Salvador (Brasile) - Cancro. Interpreta Marcelo nel film di Kleber Mendonça Filho L'agente segreto. Al cinema da giovedì 29 gennaio 2026.
lunedì 12 gennaio 2026 - Incontri

Dopo aver conquistato all’ultimo Festival di Cannes due premi importanti – Miglior regia a Kleber Mendonça Filho e Miglior attore a Wagner Moura – il film brasiliano L’agente segreto ha ricevuto due Golden Globe, uno come Miglior film in lingua non inglese e uno a Wagner Moura come Miglior attore in un film drammatico, e ora è in pole position per gli Oscar per cui ha ricevuto quattro candidature fra cui quelle come Miglior film drammatico e Miglior film in lingua non inglese, un anno dopo la vittoria di Io sono ancora qui del connazionale Walter Salles
L’agente segreto
ambientato nel 1977, ai tempi della dittatura di Ernesto Geisel, e narra le vicende di Armando, un insegnante di tecnologia che si trasferisce da Sao Paulo a Recife durante il Carnevale per sfuggire ad un passato ambiguo del quale non conosciamo i contorni. Abbiamo parlato del film con il regista Kleber Mendonça Filho e con l’attore protagonista Wagner Moura.

Wagner, lei è nato nel 1976 per cui non può avere una memoria diretta del 1977. Quali pensa siano le ricadute di quel periodo sul Brasile di oggi?
Moura: Non ho ricordi specifici del 1977, ma ricordo sorprendentemente bene l’atmosfera degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta in Brasile, sia attraverso dettagli della mia infanzia che attraverso le foto di famiglia. Inoltre ho fatto molte ricerche su quel periodo per Marighella, il film che ho girato nel 2018 da regista, per cui ho dovuto studiare il Brasile anni Settanta in termini economici, culturali e politici. E non dimentichiamo che anche se ufficialmente la dittatura di Ernesto Geisel è finita nel 1985, il suo eco è ancora molto presente nella società brasiliana contemporanea, e Bolsonaro ne è stata la manifestazione fisica, un presidente di estrema Destra che ha incarnato tutti i valori negativi nella storia del mio Paese: il colonialismo, l’elitarismo, la violenza, il trattamento delle popolazioni indigene – ricordiamoci che il Brasile è stato l’ultimo Paese del mondo occidentale ad abolire la schiavitù. 

L’agente segreto ha avuto un enorme successo in Brasile, e molti spettatori si sono riconosciuti nelle vicende che racconta. 
Moura: L’estrema Destra, che ha governato recentemente in Brasile per dieci anni, ha cercato di convincere la gente che non valesse la pena investire nella cultura del Paese, e invece i brasiliani, come ogni altro popolo, hanno bisogno del proprio cinema, il proprio teatro, la propria letteratura, di riconoscersi come nazione nella propria produzione artistica: è un modo per crescere e svilupparsi come nazione, per capire chi siamo veramente, e mostraci al resto del mondo. 


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Crede che abbia fatto bene al pubblico brasiliano rivedersi sotto la dittatura, e che possa fare bene anche a chi oggi assiste al ritorno delle derive autoritarie?
Moura: In Brasile il nostro film ha avuto un enorme successo al botteghino, le sale erano strapiene, e anche il lancio statunitense è andato molto bene, proprio perché le vicende narrate in The Secret Agent non riguardano solo il Brasile ma il mondo, e tutti i Paesi che stanno subendo una svolta autoritaria, compresi gli Stati Uniti: adesso attendiamo con curiosità il lancio in Europa e in Italia. Credo che i film e la cultura in generale siano uno specchio che ci permette di riconoscerci nella nostra immagine riflessa.

Infatti L’agente segreto ha molto a che fare con la perdita della memoria della Storia.
Mendonça: Io sono figlio di uno storico, e ricordo benissimo il modo in cui mia madre ha cercato di recuperare, attraverso lettere, testimonianze registrate, documenti nascosti, fotografie, la storia della dittatura di Ernesto Geisel che non veniva ufficialmente documentata. Il cinema stesso è una collezione di ricordi e ogni film fa parte di un archivio della memoria, che è fatta di sequenze cinematografiche, articoli di giornale, istantanee, brani musicali.  Per questo anche nel film la ricostruzione degli eventi avviene per frammenti, in contrasto con la negazione ufficiale, le bugie e gi insabbiamenti. E ogni personaggio, compreso il protagonista, si chiede chi è, da dove viene, e come può rivelarsi al mondo, oppure occultare la propria identità. E voluto lasciare in sospeso molte domande, senza rivelare tutti i segreti, perché ci sono ancora molte cose del passato di quegli anni in Brasile che non sappiamo, e forse non sapremo mai, perché mi piace lasciare aperte molte spiegazioni alla libera interpretazione del pubblico.

Moura: Inoltre si comincia a capire di che cosa parli veramente il film solo dopo un’ora e mezza di racconto, quando il mio personaggio, Armando, incontra il personaggio di Elza nella sala cinematografica: solo allora le tessere del mosaico si compongono. Quella scena, che nel film è inframmezzata da vari flashback per capire il passato del mio personaggio, nella realtà è durata 25 minuti di seguito, come una recitazione teatrale. 

Definireste L’agente segreto un film esplicitamente politico?
Moura: Tutto è politica, e arte e politica in particolare camminano fianco a fianco. Dunque sì, L’agente segreto è un film profondamente politico, in modo fieramente intenzionale.


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Kleber, lei ha spesso detto che uno dei registi che l’hanno ispirata è Dario Argento. 
Mendonça: L’influenza di Argento era molto presente in un mio film precedente, Retratos fantasmas, dove si vede la stessa sala cinematografica che appare anche in L’agente segreto, e quando ho girato la scena al cinema di Retratos fantasmas stavano proiettando sul grande schermo Suspiria, quindi ho filmato il rosso spruzzato sulle pareti nell’oscurità della sala, quel rosso tipico dei film di Dario Argento. E in L’agente segreto ho voluto riprodurre lo stile cinematografico anni Settanta che tanto amo, perché sono gli anni in cui ho cominciato ad andare al cinema (Mendonça è nato nel 1969, ndr). Poi negli anni Ottanta sono andato a cercare tutti i film del decennio precedente che non avevo potuto vedere quando sono usciti perché ero ancora troppo piccolo, fra cui quelli di Dario Argento, che allora in Brasile erano vietati ai minori di 18 anni. Per me Argento fa parte di un pantheon insieme a Brian De Palma, Sergio Leone, John Carpenter e Steven Spielberg

Credo di vedere l’influenza di Argento anche nella scelta di utilizzare in L’agente segreto  quei colori primari accesi che distinguono immediatamente il suo film dalle spy story di questi tempi, tutti in toni di grigio e di blu.
Mendonça: Ma infatti, ne ho abbastanza di quei blu e quei grigi! A suo tempo l’avevo proprio detto esplicitamente a Evgenia Alexandrova, la direttrice della fotografia di L’agente segreto. Ma credo che in film come Suspiria o Tenebre i colori siano ancora più decisi perché negli anni Settanta lo erano anche nella realtà: le automobili erano di un rosso profondo – ehi, ho appena citato Profondo Rosso! – e di un giallo, verde, blu molto intensi, quindi è stata una scelta naturale usare la stessa palette. Ma l’influenza di Argento sia soprattutto nel modo completamente libero in cui ho girato L’agente segreto, ispirandomi ai grandi film degli anni Settanta e a quell’aria di assoluta libertà registica che hanno i film di Argento.

Avete entrambi un background come giornalisti, qual è secondo voi il ruolo del giornalismo oggi?
Moura: Mi spezza il cuore il modo in cui oggi, ovunque nel mondo, vengono trattati i giornalisti dai leader mondiali, che cercano di delegittimarne il ruolo e il lavoro. Inoltre oggi la gente prende le sue informazioni dai social media invece che dai giornali, il che è molto pericoloso, perché anche se il giornalismo ufficiale è spesso controllato dalle multinazionali rimane uno dei caposaldi della democrazia. Chi, come noi, ha studiato giornalismo ha dovuto imparare a verificare le notizie, a dare voce a opinioni divergenti, a cercare la verità. Oggi invece i fatti sembrano non contare più, la gente se ne crea la propria versione e viviamo tutti in una bolla di false informazioni e di interpretazioni della realtà, e questo mi spaventa moltissimo. In passato la invece Destra e la Sinistra si scannavano, ma a partire da fatti reali. 

Mendonça: Oltre che da giornalista, io ho un passato da critico cinematografico, e credo che il ruolo dei critici sia quello di cercare di capire ciò che la cultura del nostro tempo prova a dirci. Faccio l’esempio degli Stati Uniti: abbiamo tutti visto molti film americani attaraverso Hollywood. Che cosa hanno cercato di dirci a proposito degli Stati Uniti e della loro visione del mondo? Qual è il loro rapporto con la sessualità? Sono ancora un popolo puritano? Cosa ci raccontano a proposito delle armi e delle guerre? E le stesse domande me le pongo mentre guardo un film che viene dalla Danimarca, dall’Italia, o dallo stesso Brasile: che cosa cercano di rappresentare di sé?  La critica migliore vuole capire quello che la produzione artistica di un determinato Paese cerca di dirci, invece di limitarsi ad una funzione “semaforica” su cosa andare a vedere al cinema il prossimo weekend.


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