La regista, collaboratrice di lunga data di Sean Baker (Anora), attinge a un ricordo di infanzia per costruire un film caleidoscopico e personale, ad altezza di bambina. Dal 22 dicembre al cinema.
di Marzia Gandolfi
Collaboratrice di lunga data di Sean Baker (Anora) – insieme hanno diretto un documentario sul quotidiano di un fattorino cinese senza documenti a New York (Take Out) e prodotto diversi film - Shih-Ching Tsou debutta alla regia con un dramma di famiglia in un esterno (notte), dove una madre single e le sue due figlie sognano una ripartenza. La prima, adulta e ribelle, la seconda ancora bambina. Appena sbarcate a Taipei, prendono in affitto uno spazio al mercato notturno della capitale taiwanese per aprire una bancarella di noodles. Ognuna a modo suo dovrà fare i conti con le regole implicite, i pregiudizi e le aspettative di un ambiente in cui le donne faticano a essere se stesse. Scritto a quattro mani con Sean Baker, La mia famiglia a Taipei è una tappa importante per questo proficuo tandem professionale, che ama scambiarsi i ruoli e ricambiarsi i favori. Shih-Ching Tsou ha prodotto quattro film (Starlet, Tangerine, Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione), Red Rocket) del regista indipendente americano, vincitore della Palma d’Oro nel 2024 con Anora, e quest’anno ha esordito alla Settimana della Critica di Cannes, dribblando la notte e le bancarelle per inseguire tre generazioni di donne represse dalla tradizione e dalla comunità patriarcale cinese. Tre passeggere che (non) si somigliano e di cui il legame fino alla fine rimane oscuro, mentre un padre muto e morente giace in ospedale.
Sean Baker e Shih-Ching Tsou, amici per la vita, collaborano insieme da oltre vent’anni. Se il Baker touch è evidente (il colore dominante, l’ode ai personaggi, il supplemento d’anima nei dialoghi), La mia famiglia a Taipei resta un’opera assolutamente personale. Ficcato in una giungla sociale, il debutto di Shih-Ching Tsou compone con soldi, debiti, sesso, menzogne, adulterio, aborto. E ancora, corse in città, montaggio iperveloce, riprese con iPhone, a cui l’autrice aggiunge una formidabile analisi dei costumi e delle superstizioni: la mano sinistra è per forza del diavolo e la preferenza sociale va sempre agli uomini, ai figli maschi, mai alle figlie. Come in Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione), La mia famiglia a Taipei sa catturare bene l’energia volubile e la spontaneità cruda dell’infanzia, l’onnipotenza della sua immaginazione. Se il titolo italiano è ‘inclusivo’, quello originale, Left-Handed Girl (la ragazza mancina), centra un personaggio preciso del racconto. Personaggio che ne custodisce a sua insaputa il segreto e che nasce da un ricordo d’infanzia di Shih-Ching Tsou, a cui il nonno proibiva di usare la mano sinistra, considerata superstiziosamente la mano del diavolo. Guidata da una suggestione lontana, filma un nucleo familiare dentro un caos di luci calde e di ambulanti, dove le tensioni che attraversano la società taiwanese vengono riprodotte in miniatura. La regista si mantiene ad altezza di bambina e si avventura con lei in un mondo di bubble tea e di suricati, prima di passare a preoccupazioni più adulte. Perché la piccola protagonista condivide storia e appartamento con la madre e la ‘sorella’, una donna e una ragazza, che provano ogni giorno a far tornare i conti. Vitalità, sopravvivenza e urgenza cementano una narrazione sempre trascesa dalla benevolenza dello sguardo dell’autrice, desiderosa di trovare un legame in fondo al film. Film che esplode in un climax finale sorprendente e involontariamente comico.
Devoti al Dogma 95, Sean Baker e Shih-Ching Tsou si sono conosciuti a un corso di montaggio alla prestigiosa New School di Manhattan e insieme hanno deciso di esplorare mondi sconosciuti, sempre marginali. È dalle chiacchiere tra una lezione di editing e l’altra che nasce questo progetto, che ha una lunga storia alle spalle, cominciata nel 2001 e poi rimandata perché troppo costosa. Tra false partenze e battute d’arresto, Shih-Ching Tsou riesce infine a raccontare la sua storia e una trinità femminile che attinge alla sua biografia, ai suoi ricordi d’infanzia e a un bisogno terapeutico, come quello di ricordare. Baker la aiuta finalmente a realizzare il suo primo film di finzione, magnificamente cesellato, pensato e portato avanti fino all’inquadratura finale, la più bella, la più semplice. Janel Tsai, Shih-Yuan Ma e Nina Ye (piccola star in divenire) incarnano tre stagioni e tre emozioni che finiscono per convergere in un finale che non ha bisogno di parole. È sufficiente la presenza incandescente delle attrici, che armonizzano la loro presenza nelle scene comuni e hanno diritto al loro momento di gloria. Nella stasi e nella ribellione, nella compassione e nella gratitudine, attraversano unite situazioni comiche e alterchi duri, pressioni materiali e pregiudizi familiari. Le sorprese abbondano, senza rovinare il piacere della cronaca umanistica, perché la tenerezza non è mai lontana dalle marachelle infantili e dalla costruzione di un gineceo dove le emozioni finiranno per placarsi e convivere.
Produttrice creativa di un singolo regista, per il quale ha lavorato occasionalmente anche come costumista (Tangerine e Red Rocket) e attrice (Red Rocket), Shih-Ching Tsou ha scritto con Sean Baker una delle pagine più belle del cinema indipendente americano. Dietro al cinema del regista si è sempre nascosta una donna, un’autrice che ha saputo aspettare il suo turno precipitandoci nell’ambiente elettrico e notturno della cultura taiwanese. Per più di vent’anni Shih-Ching Tsou si è concentrata più sulla direzione artistica che sull’aspetto finanziario dell’attività produttiva, recandosi sul set di Sean Baker ogni giorno, guardando da vicino il suo lavoro ‘pratico’ (e con solide base politiche) e maturando una visione che dirige finalmente verso una storia tutta sua. Una storia mancina di disordini sociali e familiari. In un’atmosfera cinetica e di sovraccarico sensoriale, di colori e di fumi, tre generazioni di donne si raccontano e ci raccontano il peso delle tradizioni, il desiderio di modernità e la difficoltà di vivere tra segreti, omissioni e paura del rifiuto sociale. Un film caleidoscopico, come il suo inizio multicolore ed esplicito su quello che ci attende alla fine del viaggio.