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Elvis, era arte, era moda, era rock. Baz Luhrmann dirige un biopic king-size

Lo spettatore sente fisicamente cosa fu veramente Elvis per il pubblico degli anni Cinquanta: un dio sceso in terra “a miracol mostrare”. Al cinema.
di Marzia Gandolfi

Austin Butler (31 anni) 17 agosto 1991, Anaheim (California - USA) - Leone. Interpreta Elvis Presley nel film di Baz Luhrmann Elvis.
sabato 25 giugno 2022 - Focus

Incarnare Elvis significa misurarsi con un’immagine insuperabile fissata più di ogni altra negli occhi e nella memoria collettiva. Significa fare i conti con l’iconografia che ha prodotto, una messe inesauribile di copie, imitazioni, parodie, citazioni, deliri finzionali, che rendono praticamente impossibile sgombrare il campo per raggiungere l’originale e offrirgli l’ennesima reincarnazione. Baz Luhrmann lo sa bene e si vede. Sa che Elvis era perfetto, così perfetto da rendere impossibile guardare altrove. Austin Butler, il suo (magnetico) interprete, non lo è. O almeno non è Elvis come non lo è nessuno dei sosia in pellegrinaggio a Graceland. Un problema insormontabile per un biopic in cui Luhrmann vede un’opportunità isterica e grandiosa, prendere o lasciare.

La nota d’intenzione è data dalla prima ora energica del film che abbatte le convenzioni del genere (rise and fall) a colpi di split screen, sequenze animate e frenesia stordente, per raccontare non la vita e l’impresa di un uomo ma per far sentire fisicamente allo spettatore di oggi cosa fu veramente Elvis per il pubblico degli anni Cinquanta. Gambe divaricate, corpo incandescente che si impennava e si liberava, liberava tutti, attivando da solo l’analogia suggestiva tra rock e ‘canaglieria’ (Il delinquente del rock and roll, 1957). Attraverso Elvis, l’America (inerte e puritana) sospettava per la prima volta un legame diretto tra la carica libidica della musica e la contestazione sociale. Quella sua maniera di ballare e di occupare lo spazio, gli valsero la prigione e un successo scandaloso. Who cares? Era arte, era moda, era rock.

Per questa ragione, nella sequenza che muta il ragazzo di Tupelo in fenomeno da palcoscenico, Luhrmann carica il trucco e veste il suo eroe di un rosa sgargiante. Di seta vestito, Butler non assomiglia certo al Presley del 1954 ma è esattamente così che il pubblico doveva vederlo e percepirlo. Un dio sceso in terra “a miracol mostrare”. Baz Luhrmann costruisce allora il suo film intorno a questa idea di perfezione divina, un partito preso e una scommessa estetica che gli permettono tutto: scorciatoie biografiche e musicali, approssimazioni storiche e politiche, che faranno arrabbiare gli specialisti, e poi slanci d’amore incontrollabili verso il suo soggetto, reazioni orgasmiche e un catalogo di aneddoti.

Tutto è al servizio di un pop-up euforico, un primo atto chic e choc, che restituisce a EP la statura persa a furia di caricature. Elvis non trascende il genere ma cerca un’altra forma partendo dal miracolo della perfezione, un miracolo religioso suggerisce l’autore mostrando un Elvis bambino trasfigurato come un giovane profeta alla ricerca di dio in una chiesa nera. Quella chiamata passa per un corpo mai in grado di controllarsi, di decidere per sé, è lo spirito musicale e vocale a imporsi e a possederlo per sempre sul palcoscenico. E su quel palcoscenico Elvis accettava di essere il veicolo di una rivoluzione culturale, americana e poi universale. Impossibile per Butler ‘essere’ Elvis, farsi corpo sciamanico, non c’è lezione di danza che tenga davanti a una vocazione divina. Basta guardare le immagini originali, Elvis non sembra sapere cosa stia facendo, il suo interprete sì. Austin Butler recita Elvis e nessuno gliene vuole perché è il primo a esserne consapevole. Lo dichiara in ogni intervista rilasciata.

Ma poi accade qualcosa, il film cambia di senso e di colore, vira al nero, e l’attore ‘raggiunge’ Elvis sul palco di Las Vegas. Dall’apparizione di un dio si passa alla sua gestione, al suo commercio, alla svendita del suo miracolo. Se il cristianesimo fu un’invenzione’ di San Paolo, la ‘elvis-exploitation’ fu l’invenzione del colonello Parker, apostolo autoproclamato e rapace, che rese profano il sacro, il rocker un artista di varietà, il Re un martire, ballando sulle sue vestigia e sotto una pioggia di gadget e ‘santini’ che ne perpetuassero il culto, vivo o morto.


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