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Drive My Car, Ryûsuke Hamaguchi: «ho rispettato Murakami. Cechov è stato fondamentale»

«All’origine c’è molta letteratura. Questo, però, non fa un film. Un film è fatto di movimenti attraverso cui far percepire le relazioni e i sentimenti». Il regista racconta a MYmovies il suo film, premiato per la Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes e da giovedì 23 settembre al cinema.
di Roberto Manassero

Drive My Car

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Ryûsuke Hamaguchi (42 anni) 16 dicembre 1978, Kanagawa (Giappone) - Sagittario. Regista del film Drive My Car. Al cinema da giovedì 23 settembre 2021.
martedì 21 settembre 2021 - Incontri

All’ultimo Festival di Cannes Ryûsuke Hamaguchi ha vinto la Palma d’oro per la Miglior Sceneggiatura con il suo ultimo film, Drive My Car, tratto da un racconto di Haruki Murakami. Pochi mesi prima, al Festival di Berlino con il precedente Il gioco del destino e della fantasia aveva invece ottenuto l’Orso d’Argento. Due riconoscimenti importanti che hanno imposto il talento di un regista capace di lavorare con le immagini e le parole, grazie a una regia pulita ed essenziale e alla capacità di convogliare emozioni in dialoghi pieni di verità e in silenzi carichi di rivelazioni.

Drive My Car, che uscirà nelle sale italiane il 23 settembre, ha per protagonista Kafuku, un regista che accetta di dirigere a teatro lo "Zio Vanja" di Cechov per ricominciare a vivere dopo la tragica morte della moglie. Ne abbiamo parlato con Ryûsuke Hamaguchi.

Come è nata l’idea di adattare un racconto di Murakami? 
Ho cercato di rispettare il mondo di Murakami, dal momento che il scopo era rendere al cinema il suo racconto, la sua scrittura, e non tradirne lo spirito. La chiave di Drive My Car sta nelle parole che l’attore Takatsuki dice al protagonista Kafuku, il quale sa che il ragazzo è stato l’ultimo amante di sua moglie. «Per comprendere sé stessi bisogna prima comprendere gli altri». È questo che ho voluto comunicare nel film, affidandolo soprattutto alla recitazione degli interpreti. 

Com’è stato incontrare il lavoro di Cechov, e in particolare lo Zio Vanya, attraverso il filtro di Murakami? 
Cechov e lo Zio Vanja sono ovviamente fondamentali nel racconto di partenza. Leggendo Murakami si capisce come il personaggio di Vanja abbia una corrispondenza narrativa ed emotiva con Kafuku, il protagonista della storia. Entrambi devono cominciare una nuova vita dopo aver terminato quella precedente senza aver rivolto alla persona che amavano le domande che più contavano. Nel film, poi, Cechov assume un’importanza ulteriore per il fatto che al cinema non è possibile raccontare in prima persona e dunque mi servivano le battute del suo testo per comunicare l’intimità dei personaggi. Molte di queste battute sono già nel racconto di Murakami e credo siano una delle prove della grandezza di Cechov, la sua capacità di far dire ai personaggi cose che illustrano l’essenza della vita e che nel quotidiano nessuno di noi ha la possibilità o la libertà di dire apertamente. 

Quali registi occidentali ti hanno maggiormente influenzato?
Moltissimi, ovviamente, ma se devo citarne uno dico Cassavetes. Credo che il punto di partenza del mio lavoro sia la visione al cinema, ventuno anni fa, di Mariti.

Drive My Car è un film è fatto di parole, di racconti, di storie nelle storie, ma prima di tutto è uno straordinario film di regia, per il modo con cui gestisce gli spazi, entri ed esci dalle scene. Come lo ha costruito da un punto di vista visivo?
All’origine del film c’è molta letteratura, c’è il racconto di Murakami, ci sono altri frammenti di sue storie, c’è Cechov. Tutto questo, però, non fa un film. Un film è fatto di movimenti, non solo di parole. Attraverso il movimento, perciò, un regista deve fare percepire le relazioni e i sentimenti, deve fare in modo che in ogni scena nascano movimenti reciproci fra i personaggi. In Drive My Car ero in difficoltà perché nell’abitacolo di un’automobile non ci si muove e nelle prove di lettura di uno spettacolo è difficile cogliere un’intonazione o un’emozione. Proprio per questo, però, ho cercato di cogliere con la cinepresa il movimento che nasce nell’intimo di ciascuno, affidandolo alle parole, alla voce o al corpo dei miei interpreti. 

Puoi farci un esempio di questo tuo metodo?
Ad esempio quando, durante una cena a casa di due colleghi attori, Kafuku elogia la guida di Misaki, l’autista che la direzione del teatro le ha affidato, costringendolo ad adeguarsi a una situazione in cui non si ritrova. Nella scena Kafuku dichiara di ammirare molto la giovane ragazza, che però non è in campo. In quel momento la macchina da presa si abbassa e mostra Misaki accarezza il cane dei padroni di casa. Ecco, questa scena è un momento chiave della presentazione del personaggio, che fino a quel momento abbiamo vista guidare e restare spesso in silenzio, caparbia e decisa. Ora invece la vediamo per la prima volta in movimento, mentre ci dice implicitamente qualcosa di lei. Quando lavoravo alla sceneggiatura ho pensato che se Misaki avesse reagito alle parole di Kafuku con altre parole in qualche modo si sarebbe tradita, avrebbe perso credibilità. Così ho cercato di immaginare cosa sarebbe stato giusto farle fare e come avrei dovuto filmarla. 

A proposito delle mancate parole di Misaki: qual è l’importanza del silenzio nel film? 
Questa una domanda che mi fanno in molti e alla quale onestamente non avevo pensato mentre scrivevo il film. In Drive My Car ci sono due tipi di silenzio: uno legato al linguaggio dei segni, e dunque in grado di comunicare, e un altro che segna il rapporto fra Kafuku e Misaki. Le loro conversazioni si fanno sempre più rade mano a mano che si conoscono e nel finale, durante il lungo viaggio verso nord, arrivano a capirsi quasi senza parlare. È il loro silenzio a indicare la profondità del loro legame e in qualche modo a farsi anch’esso una forma di comunicazione.
 


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