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La signora delle rose, una storia toccante sulle seconde occasioni. E sulla voglia di rialzarsi, dopo ogni K.O.

Un film sulla solitudine da cui possiamo cercare di liberarci, magari “ibridandoci” con un altro esemplare, diverso da noi: una signora di mezz’età e un piccolo delinquente, per esempio. Al cinema.
di Giovanni Bogani

La signora delle rose

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Catherine Frot (64 anni) 1 maggio 1957, Parigi (Francia) - Toro. Interpreta Eve nel film di Pierre Pinaud La signora delle rose.
sabato 4 dicembre 2021 - Focus

Il nome della rosa. L’aveva chiamato così, Umberto Eco, il suo libro che in realtà grondava sangue e buio, misteri e preghiere, notti e omicidi, passi frettolosi di chierici vaganti nello sgomento, ossessionati da innominabili segreti. Fece bene: al fascino di quella parola così breve e semplice non puoi sfuggire. Il pubblico non sfuggì, in tutto il mondo, e il libro divenne uno dei bestseller del Novecento, con sessanta milioni di copie vendute in tutto il mondo. Non male, per l’esordio di uno che dopo tutto era un docente universitario, mica una rockstar.

Non sfugge al fascino di questa parola così luminosa e densa questo film, che in francese si chiama “La fine fleur”. E dentro questo titolo che cosa c’è? C’è del rassicurante cinema color pastello? Beh, non solo. All’inizio forse può sembrare. Vediamo una signora di mezz’età, persa nel mondo di un concorso floreale. Una cosa tanto, tanto fuori moda, fuori tempo, fuori tutto, pensi. Come i concorsi di bellezza canina, come le passeggiate con l’ombrellino da sole. E il film sembra assecondarti su questo pensiero: i colori sono così luminosi e artificiali, rosa-rosa, rosso-rosso, giallo-giallo, come se fosse stato girato con un avanzo di pellicola degli anni ’60.

E poi tutto cambia.

Perché scopri presto che la signora, innamorata delle rose che coltiva, dei suoi libri, delle sue penne stilografiche, della sua eleganza, è quasi in bancarotta. E perché un furgoncino le scarica nel cortile, e dentro la storia del film, tre personaggi assegnati a servizi socialmente utili. Un uomo di mezz’età di origini arabe, una ragazza quasi incapace di spiccicar parola, psicologicamente fragilissima, e un ragazzo che ha una storia di microcriminalità e di abbandono familiare alle spalle.

Con loro, con questa scombinata Armata Brancaleone, il film prende echi di commedia. Monicelli viene davvero in mente, nel momento in cui i quattro disperati si trovano a proiettare su una parete il maldestro filmato di una serra nella quale penetrare, come facevano Gassman, Mastroianni e soci in una scena dei Soliti ignoti. E in entrambi i casi, i filmati erano pessimi…

E se il film, all’inizio, poteva apparire lezioso, pian piano inizia a mettere su carne, sostanza. Inizi a vedere meglio nella storia di ciascuno. Scopri presto la ferita profonda, nella vita della signora che un tempo era floricoltrice di successo, e adesso difende la sua azienda come una Fort Alamo, sapendo che prima o poi dovrà capitolare. La interpreta, con misura, Catherine Frot, vista qualche anno fa in una prova di attrice pazzesca, quella di Marguerite di Xavier Giannoli, in cui interpretava una cantante d’opera stonata – negli Stati Uniti, Meryl Streep interpretava lo stesso personaggio in Florence. Non è facile intonare una stonatura. Lei ci è riuscita.

Scopri presto anche la ferita nella vicenda del giovane in libertà vigilata, figlio al quale i genitori hanno voltato le spalle, duro finché non vede una signora in una piazza e a insegue, gridandole “mamma!”, e ritornando per pochi minuti bambino. Lo interpreta, con credibilità, il rapper parigino – trapiantato a Tolosa – Melan, già al settimo album con il suo gruppo, Omerta. Il suo personaggio ha delle analogie con il protagonista di un film di Ken Loach, La parte degli angeli: tutti e due nei guai con la giustizia, tutti e due assegnati a servizi socialmente utili, tutti e due scoprono di avere un dono: una innata e profondissima sensibilità per i profumi. Entrambi tentano una grande impresa, sfruttando il loro talento naturale. Là si tratta dei profumi nascosti in un bicchiere di whisky, qui di quelli rivelati da un petalo di rosa.

La parte degli angeli, si diceva. Ma andando in Italia, viene in mente un film nel quale uno scombinato gruppo di emarginati riesce a compiere qualcosa di grande, di importante: è Si può fare di Giulio Manfredonia. Che sicuramente il regista, Pierre Pinaud, non avrà visto. Ma i film si parlano anche in silenzio, fra di loro.


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