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Ultimo aggiornamento venerdì 2 aprile 2021
Una storia senza tempo, di amore, sangue e conflitto. Il film ha ottenuto 8 candidature e vinto 3 Nastri d'Argento, 15 candidature e vinto 3 David di Donatello, In Italia al Box Office Il primo Re ha incassato 2,2 milioni di euro .
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Romolo e Remo, letteralmente travolti dall'esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l'inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.
Epica barbara, mito di fondazione e tragedia classica con tanto di hybris, tutto questo fa di Il primo Re un vero e proprio antipeplum, stilisticamente brutale ma al tempo stesso attento alla natura incontaminata dell'alba della civiltà.
Il merito di Matteo Rovere va in buona parte condiviso con il magnifico lavoro di Daniele Ciprì alla fotografia con luce naturale, dove i raggi di sole filtrano tra le fronde della foresta e solo i fuochi tengono a bada le tenebre della notte. La regia cerca di ricostruire un'atmosfera tanto quanto un racconto eroico e tragico, dando eguale spazio ai più piccoli dettagli di riti magici e religiosi, dei costumi, delle primitive capanne e dell'ambiente naturale. Senza dimenticare lo spettacolo, presente fin dall'apertura con l'onda che travolge i due fratelli in un momento altamente drammatico e visivamente impressionante, dove il lavoro in computer graphic non ha cedimenti.
Allo stesso modo i numerosi scontri all'arma bianca e corpo a corpo non vanno per il sottile, gli stunt men non trattengono i colpi e la violenza è spaventosa e credibile, senza mai il bisogno di ricorrere al sangue digitale - che invece segnava i momenti meno felici di un film vicino a questo (ma più astratto) come Valhalla Rising.
Più che ai classici italiani del filone mitologico ed epico, Matteo Rovere guarda a modelli naturalistici come The New World di Terrence Malick, di cui evita però la voce over con le sue infinite domande: i protagonisti di Il primo Re ci sono proposti nelle loro semplici gesta, lasciando parlare le azioni e limitando al minimo anche i dialoghi, parlati in proto-latino e sottotitolati. Il lavoro di ricostruzione linguistica ha fatto avvicinare il film anche ad Apocalypto di Mel Gibson, ma la messa in scena è meno adrenalinica e si guarda piuttosto a Revenant - Redivivo di Alejandro González Iñárritu, di cui comunque Rovere evita saggiamente di riprendere gli eccessi onirici e lirici.
Il primo Re, insomma trova una propria strada in questo territorio e, nonostante ci siano letture del futuro e superstizione in abbondanza, è molto più concreto e laico dei suoi modelli, del resto la storia che racconta è già leggenda e non necessita di ardite rielaborazioni stilistiche per farsi mitopoietica.
Ottimo il lavoro di casting con volti credibili e in particolare, ovviamente, Alessandro Borghi che deve mantenere una intensità ferina per larga parte del film e al tempo stesso trasudare anche il carisma di un capo. Il suo arco caratteriale è il più tradizionalmente tragico, perché parte dalle migliori intenzioni ma via via il suo orgoglio finisce per metterlo in contrasto con gli dèi, facendone anche una sorta di tiranno. Alessio Lapice nei panni di Romolo è molto sacrificato per buona parte del film, ma quando arrivano i suoi momenti se la cava bene, non cerca di seguire Borghi e anzi si pone come un antagonista prima di tutto caratteriale. Se Borghi è una conferma e Lapice una speranza, la vera sorpresa è Tania Garribba, che buca lo schermo nei panni della vestale, misteriosa e decisa, inquietante nonostante la fragilità fisica, la sua è una presenza che si ricorda a lungo.
Unica nota dolente dell'operazione è la musica, che parte trattenuta ma una volta che Remo ha preso il controllo del gruppo scivola in un registro fin troppo banalmente esaltante, sulla scia dei tamburi di Junkie XL per Mad Max: Fury Road ormai già copiati da molti blockbuster. Questo scadimento del tessuto sonoro, così come un paio di ralenti di cui si faceva tranquillamente a meno, spostano il film verso un taglio più popolare e commerciale e cozzano con il rigore esibito invece nella prima parte. Si tratta comunque di peccati veniali: le grandi ambizioni sono nel complesso realizzate e Il primo Re porta a maturazione, anche autoriale, il nuovo cinema italiano di genere.
"Due fratelli, soli, nell'uno la forza dell'altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda". Così recita la criptica sinossi ufficiale di Il primo re film che del resto rimane avvolto da molti segreti anche a poco più di un mese dall'uscita in sala (comunicata da un post su Instagram di Alessandro Borghi). Di certo c'è che quei due fratelli sono pastori e si chiamano Romolo e Remo, i gemelli che secondo la leggenda erano figli di Rea Silvia, discendente di Enea e del dio della guerra Marte.
"Il nostro mito fondativo non è stato trattato dal cinema che, invece, ha costruito un filone ricchissimo sulla narrazione dell'antica Roma. È stata questa la spinta iniziale: era il momento di provare a calare lo spettatore nel Lazio dell'VIII secolo a. C. tenendoci più lontani possibile dall'estetica classica del peplum alla Ben-Hur, immaginando di raccontare, invece, la fondazione dell'Impero a partire proprio dal mito come se fosse vero. Alla pari di un film d'avventura, abbiamo reinterpretato in chiave realistica ed emotiva la leggenda dei gemelli Romolo e Remo".
Matteo Rovere
Le riprese si erano concluse già alla fine del 2017, ma un'opera ambientata addirittura nel 753 A.C. non poteva che aver bisogno di molta laboriosa post-produzione, in particolare pare per una spettacolare scena all'inizio del film. La gran parte degli effetti e dei trucchi però è stata realizzata già in fase di ripresa, grazie agli artisti e alle maestranze tutte italiane che hanno partecipato alla produzione, così come, nonostante la partecipazione di una società belga, anche gli stunt sono a opera della troupe italiana.
Il film è prodotto da Rai Cinema, Groenlandia, Roman Citizen e i belgi di Gapbusters, ed è diretto da Matteo Rovere, assurto a una certa fama dopo il buon risultato di critica e pubblico di Veloce come il vento, unanimemente riconosciuto come uno fra i titoli più riusciti della cosiddetta rinascita del cinema di genere italiano. Rovere come produttore aveva partecipato anche alla saga di Smetto quando voglio, mentre come regista aveva esordito con Un gioco da ragazze seguito poi da Gli sfiorati, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi.
Protagonista nei panni del fondatore di Roma, Remo, è Alessandro Borghi, ormai affermata star del nuovo cinema italiano e molto apprezzato in film come Suburra, Non essere cattivo e Napoli velata fino alla sua prova mimetica in Sulla mia pelle, dove ha dato corpo al calvario di Stefano Cucchi. Il suo gemello Romolo ha invece il volto di Alessandro Lapice, decisamente meno noto e tra i protagonisti di Nato a Casal di Principe. Inoltre tra gli attori figura anche il belga Fabrizio Rongione, molto amato dai fratelli Dardenne e prossimamente anche in un film sul caso Pantani e in un L'amore a domicilio con Miriam Leone.
Le riprese del film, costato circa 8 milioni di euro, sono state affidate a Daniele Ciprì, con l'idea di avvalersi solo della luce naturale in linea con le imprese di Emmanuel Lubezki su altri film al liminare della civiltà, quali Revenant - Redivivo di Iñárritu e The New World di Malick. Il tutto è stato girato interamente nel Lazio, in location come il Bosco del Foglino e nei pressi dei comuni di Nettuno, Orvieto, Viterbo e Manziana. Le musiche sono a cura dell'inseparabile Andrea Farri, che ha firmato la colonna sonora di tutti i film di Rovere e pure di Smetto quando voglio.
Il film è stato recitato interamente in una sorta di protolatino, antecedente a quello arcaico, alla cui costruzione hanno collaborato alcuni ricercatori dell'Università La Sapienza, inserendo elementi linguistici indo-europei. L'idea del regista è che questa lingua porti il pubblico all'interno di un mondo realmente unico, che ha preceduto di secoli l'impero romano. Si tratta di una scelta analoga a quella compiuta da Mel Gibson in Apocalypto e il film non dovrebbe uscire in versione doppiata, ma il primo trailer, del tutto privo di parlato, prolunga la suspense su questa decisione...
"Il primo re " di Matteo Rovere è un film potente e filologicamente accurato che ci propone una descrizione delle società arcaiche essenziale e lontana dai miti e dalle leggende che la tradizione ha codificato nella narrazione di Romolo e Remo. Una natura primordiale - e molto più forte dei pochi umani che la popolano-, insediamenti rarefatti di capanne monofamigliari, [...] Vai alla recensione »
C'era una volta il peplum. Genere quant'altri mai relegato alla storia minore del cinema italiano, tra anni Cinquanta e Sessanta nutrì le seconde visioni di tutto il Paese, generando ricchezza per produttori ed esercenti da nord a sud della penisola. L'idea - poi sfruttata dal più moderno e spregiudicato western all'italiana - era di far germogliare un intero genere (che comunque affondava le radici nel nostro cinema muto e nella nostra storia antica) a partire dai residui, lacerti, resti, giacimenti dei set e dell'immaginario della mitica Hollywood sul Tevere. Tra i vari Il colosso di Rodi e Ercole alla conquista di Atlantide - per citare i migliori e più fantasiosi - c'erano decine di titoli meno ricordati oggi, tra cui Romolo e Remo, diretto nel 1961 da Sergio Corbucci, e co-sceneggiato tra gli altri da Sergio Leone. Il film, interpretato dal grande Steve Reeves, ripercorreva la storia della fondazione di Roma secondo schemi piuttosto tradizionali, con un occhio particolare all'iperbole dei corpi dei protagonisti e un impianto spettacolare di innegabile forza, anche grazie alla formidabile professionalità degli autori coinvolti.
La domanda è questa: anche Il primo re (guarda la video recensione) è un peplum? Sinceramente, stupisce un po' il discorso generale che circonda lo sforzo (encomiabile va detto subito) di Matteo Rovere, una riflessione cioè che tende a esaltare l'assoluta novità del progetto dentro il cinema italiano.
Se dal punto di vista produttivo è difficile discutere che si tratti di un "apax", di un'operazione sorprendente e spiazzante, dal punto di vista dell'immaginario invece ci sembra abbia parentele piuttosto strette con quel passato del cinema italiano. In fondo, chi oggi riconosce a Rovere l'intelligenza di appoggiarsi a quel cinema internazionale a metà tra film epico e survival movie, citando Valhalla Rising o Revenant, non fa altro che confermare quell'arte del riciclaggio all'italiana cha ha fatto la nostra fortuna e che segna gran parte della creatività dei nostri generi (dove per riuso e appunto riciclaggio non si indica certo furbizia o plagio, bensì consapevolezza che il cinema e le industrie creative rimescolano e riassemblano per natura).
E così, Il primo re diventa un territorio davvero suggestivo per gli storici, poiché se il pubblico o qualche appassionato ha la sensazione di trovarsi di fronte al corrispettivo nazionale di Apocalypto e dell'epico-cruento caro ai titoli citati (con l'aggiunta della recitazione in latino con sottotitoli italiani), al cinefilo smaliziato salta all'occhio la cara, vecchia scuola all'italiana.
Alessandro Borghi è innanzitutto una bellezza classica. Il sex symbol di un altro tempo, l'età d'oro del cinema italiano, la reincarnazione di Franco Interlenghi. Eppure ha deciso di incarnare altro che lo charme rassicurante e smarrito. In un paese che non interroga mai il corpo attoriale, Alessandro Borghi è un'evidenza. Un'evidenza che provoca l'inerzia della stampa specializzata, un corpo che inchioda e immobilizza come sotto l'effetto di un sortilegio terrificante o eccitante. Talvolta, come in Napoli velata, le due suggestioni convivono e il corpo di Alessandro Borghi diventa oscuro oggetto del desiderio. Il suo potere di attrazione, la sessualità pericolosa, la malìa blu dello sguardo sono evidenti a Ferzan Özpetek che lo esibisce nel talamo o sul tavolo autoptico. Una scena sigilla poi la crescente tensione sessuale tra il suo personaggio e l'anatomopatologa di Giovanna Mezzogiorno, confermando quella sua fisicità magnetica e sottilmente modulata, raramente leggera, sovente fragile. Attraverso differenti universi, la fragilità ritorna nei suoi ruoli con sorprendente frequenza.
Amico fraterno per Claudio Caligari sulla spiaggia di Ostia, (Non essere cattivo), dona la replica a Luca Marinelli e abita un film sulla chance e la sfortuna, sui piccoli azzardi della vita che tolgono qualcuno dalla miseria e ci affondano un altro senza sapere il perché.
E poi Aureliano (Suburra), Luigi Tenco (Dalida), Stefano Cucchi (Sulla mia pelle), è come se tutta la debolezza maschile repressa gli piombasse addosso, in un cinema italiano che non aveva trovato un attore per incarnarla da Massimo Girotti.
Declinato nei generi e in una filmografia che abita spesso la periferia di Roma e il suo marasma postindustriale, il corpo dell'attore non si perde mai in un puro movimento edonista, condannato a sopportare sulle solide spalle i colpi incessanti di un destino tragico. Teppista platinato che vuole diventare un uomo in Suburra o fuggire l'abisso che si avvicina a misura che lui si allontana in Non essere cattivo, dietro la vernice del controllo e il volto impassibile dei suoi personaggi, brucia sempre un fuoco ardente. A suo agio nei racconti di scacco o salto sociale, svolti in un quadro legale o illegale, dove le figure rispettabili si mescolano ai delinquenti e la porosità tra le classi è estrema, Borghi colleziona impressionanti performance fisiche e non risparmia certo il corpo. Pila elettrica sempre carica può trasformarsi in un incontrollabile Joker, la risata isterica, l'occhio folle, il corpo sfrenato e spinto fino all'incandescenza. Ma è il corpo come arma politica a marcare, almeno fino a oggi, la sua carriera.
"Il Lazio del 753 a.C., l'anno della fondazione di Roma, era simile a una terra di barbari. Si combatteva con lance dalla punta di bronzo, ci si copriva con pelli di animale. L'agricoltura e la pastorizia erano le forme primarie di sussistenza, le case erano capanne dalle mura di fango. Condizioni di vita che richiamano quelle della Gerusalemme prima di Cristo o degli indiani d'America". Deve ancora uscire in sala, Il primo re di Matteo Rovere, e già il film incassa una promozione: quella di Sergio Iacomoni, presidente del Gruppo Storico Romano, che da 25 anni mette in scena a Roma - nella cornice del Circo Massimo - la ricostruzione "istituzionale" dei natali della città. Un evento che è al centro del film di Rovere, con Alessandro Borghi nei panni di Remo e Alessio Lapice in quelli di Romolo, e sul quale è oggi impossibile avere certezza assoluta: "Si pensa che i due fratelli, che forse non erano nemmeno gemelli, furono allevati da una lupa, ovvero una prostituta - spiega Iacomoni - ma per avere un quadro preciso di quell'epoca possiamo basarci su pochissimi reperti. Roma si è espansa costruendosi addosso: per scoprire cosa accadde davvero intorno al Tevere dovremmo dragare il fiume per almeno 4 metri".
L'origine divina della città ("Due fratelli destinati a sfidare gli dei", recita la trama ufficiale del film) ci è stata tramandata tra gli altri da Tito Livio nelle "Storie" e da Plutarco, che nel suo "Vite Parallele" scriveva: "Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza se non avesse avuto, in qualche modo, origine divina tale da offrire, agli occhi degli uomini, qualcosa di grande e inesplicabile". Ma cosa racconta la leggenda?
Secondo la leggenda Romolo e Remo sarebbero i figli di Rea Silvia, sacerdotessa del tempio di Vesta e figlia del re di Albalonga Numitore, che per un capriccio di Marte partorì due figli senza padre. Considerata sacrilega e gettata nel fiume Aniene dallo zio usurpatore Amulio, della sua sorte non si seppe più nulla (ma secondo alcune versioni della storia fu resuscitata dal fiume): i suoi figli Romolo e Remo, nascosti in una cesta, furono tratti in salvo sotto al colle Palatino da una lupa, che invece di divorarli li accudì. Il pastore Faustolo e sua moglie Acca Larenzia, che vivevano poco distante e non avevano figli, trovarono i bambini mentre sorvegliavano il loro gregge e decisero di prenderli con sé. Diventati adulti i due giovani si vendicarono dello zio, ripristinando il regno di Numitore, e decisero di fondare una propria città. Che nacque, contro ogni previsione, dal sangue versato proprio dai due fratelli, coinvolti in una disputa fatale.
Quando le città non esistevano ancora. Quando gli uomini erano in balia dell'acqua e del fuoco. Quando la natura incuteva terrore e gli dei sapevano essere feroci. È in questo mondo arcaico e brutale che si svolge Il primo Re di Matteo Rovere (Veloce come il vento): una rilettura sorprendente della leggenda di Romolo e Remo che si colloca a pieno titolo al livello di produzioni come Revenant o Il trono [...] Vai alla recensione »