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«Whitney? Era una persona semplice. Voleva solo ritrovare la strada di casa»

Il regista premio Oscar Kevin MacDonald del suo film su 'The Voice', dalle drammatiche rivelazioni del fratello alle numerose menzogne della famiglia. Disponibile da oggi sulle piattaforme streaming.
di Paola Casella

Whitney Houston (Whitney Elizabeth Houston) 9 agosto 1963, East Orange (New Jersey - USA) - 11 Febbraio 2012, Beverly Hills (California - USA). Interpreta Se stessa (materiali d'archivio) nel film di Kevin Macdonald Whitney.
lunedì 15 aprile 2019 - Incontri

Ha vinto un Oscar per il documentario Un giorno a settembre e ottenuto la qualifica di "documentario di maggior successo nella storia del cinema" dal Guardian per La morte sospesa. Ha diretto L'ultimo re di Scozia e State of Play, e coprodotto Amy, dedicato ad Amy Winehouse. Ora Kevin MacDonald si confronta con un'altra icona musicale, la divina Whitney Houston, nel documentario Whitney, che esce dopo il film dallo stesso titolo diretto da Nick Broomfield.

Presentato nella sezione Midnight Screenings del 71esimo Festival di Cannes , Whitney è ora disponibile in streaming sulle piattaforme Google Play, iTunes, Chili, Mediaset Play e Rakuten TV.
Paola Casella

È preoccupato di questa sovrapposizione?
Per niente. Nick ed io abbiamo cominciato contemporaneamente le riprese dei nostri documentari, ma conoscendolo ero sicuro che avremmo realizzato due prodotti completamente diversi l'uno dall'altro. E sono certo che ci sia spazio per entrambi, perché la curiosità del pubblico nei confronti di Whitney Houston sembra essere inesauribile.

È per questo che l'ha scelta come protagonista del suo documentario?
In realtà volevo capire come mai una persona che aveva tutto - bellezza, talento, denaro e opportunità - ha fatto quella fine tragica. La sua agente, Nicole David, mi ha detto: "Ho lavorato con lei per 25 anni e non sono mai riuscita a capire chi fosse". Il mio film indaga proprio questo.

Pensa di essere riuscito a conoscerla?
Si può mai conoscere qualcuno fino in fondo? Certo, credo di capirla meglio ora di quando ho iniziato le riprese, ma Whitney Houston resta un enigma: non si è mai esposta davvero durante le rare interviste che ha concesso, e al contrario di Amy Winehouse non ha scritto lei i testi delle canzoni che ha interpretato, dunque non ha trovato questa via per rivelarci qualcosa di se stessa. Il suo talento era tutto nell'immensa potenza vocale e quella magnifica voce riusciva a trasmettere al pubblico un'emozione unica.

Come la definirebbe oggi?
Una persona semplice: ma attenzione a ciò che intendiamo per semplicità. Whitney voleva soprattutto ritrovare la strada di casa - che è il motivo per cui il mio documentario si conclude sulle note della sua canzone Home. Era felice in famiglia, cercava la protezione delle persone care. Il suo sviluppo emotivo era bloccato all'infanzia, perché è allora che ha subìto un abuso sessuale.


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In foto il regista Kevin MacDonald.
In foto Whitney Houston.
In foto Whitney Houston con la famiglia.

È questa, infatti, la grande rivelazione di Whitney.
Sì: ho scoperto durante le riprese che uno dei componenti della sua famiglia aveva abusato di lei e di alcuni dei suoi fratelli.

Come è arrivato a questa scoperta?
Ho cominciato a sospettare qualcosa guardando i suoi home movie. C'era qualcosa di strano in Whitney, sembrava sempre a disagio con il proprio corpo: era bellissima, ma appariva quasi asessuata. Così ho cominciato a fare domande ai membri della sua famiglia, e ad un certo punto suo fratello Gary mi ha detto di essere stato abusato sessualmente da una parente quand'era bambino.

Come hanno reagito gli altri membri della famiglia a questa notizia?
Con grande sofferenza, soprattutto la madre di Whitney. Ma dopo lo shock iniziale, per loro è avvenuta una catarsi terapeutica, servita a spiegare come mai Whitney e Gary fossero finiti nel tunnel della droga.

Ha incontrato qualche resistenza nel raccogliere le testimonianze dall'entourage della Houston?
La sua amica del cuore Robin non ha voluto parlare con me, forse perché sta lavorando alla sua autobiografia, ed è un peccato, perché la sua testimonianza sarebbe stata preziosa. Tutti gli altri si sono resi disponibili, ma alcuni - ad esempio l'ex marito Bobby Brown - hanno mentito spudoratamente davanti alla mia cinepresa.

Anche la madre di Whitney.
È evidente che ha mentito davanti all'obiettivo, ma nel suo caso credo che sia perché per lei è troppo doloroso affrontare la verità su sua figlia. Nella mia attività di documentarista non ho mai incontrato una tale resistenza a confrontarsi con la realtà delle cose. Il mio lavoro di regista è stato evidenziare al pubblico le menzogne di alcuni degli intervistati e cercare di arrivare alla verità nascosta dietro alle loro bugie.

Come ci è riuscito?
La mia tecnica è opposta a quella di voi giornalisti, che dovete estrapolare le notizie nel più breve tempo possibile, e dunque vi ponete verso chi intervistate in modo aggressivo. Io invece ho bisogno di sviluppare un rapporto personale, e devo dare agli intervistati l'opportunità di aprirsi. La maggior parte della gente ha una gran voglia di raccontarsi: basta dare loro il tempo e lo spazio necessari.


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