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Old Man & the Gun, il cinema ha ancora bisogno dei vecchi divi

Il film non inscena solamente un'ultima grande recita, ma capitalizza e celebra una grande carriera, un intero immaginario, il carisma di un'epoca irripetibile. Al cinema.
di Roy Menarini

Old Man & the Gun

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Robert Redford (Charles Robert Redford Jr.) (83 anni) 18 agosto 1936, Santa Monica (California - USA) - Leone. Interpreta Forrest Tucker nel film di David Lowery Old Man & the Gun.
martedì 25 dicembre 2018 - Focus

C'è una scena quasi clamorosa in Old Man & the Gun. Forrest Tucker - interpretato da Robert Redford alla sua ultima apparizione da attore - spiega alla sua amata di essere già evaso di prigione molte volte. È molto anziano, e affaticato, eppure progetta una nuova fuga. Nel ricordare le altre, all'interno di un rapido flashback che le elenca come fosse un catalogo di imprese, Tucker sorride con gli occhi. Una di queste evasioni viene rappresentata attraverso le sequenze di un altro film, La caccia di Arthur Penn, ovviamente con lo stesso Redford protagonista (insieme a Marlon Brando). All'improvviso non servono più controfigure o trattamenti di saturazione dei colori per simulare una palette cromatica del passato: è la filmografia del divo a parlare per lui. È il suo cinema del passato che nutre il presente. È un lacerto di pellicola che si trasferisce a noi, come se stessimo osservando la foto ingiallita di un padre al suo apice anagrafico.

Siamo del resto in piena epoca di film testamentari. Uno dei più lucidi fu Clint Eastwood, con Gran Torino, che finiva col mettere in scena simbolicamente la morte del regista e attore, e (come qui) girava intorno a un gesto al contempo aggressivo e inerme: sparare con il gesto della mano e delle dita, non con una pistola. Poi Eastwood, fortunatamente per lui e per noi, ha avuto una vita artistica ancora lunga, e oggi si ripresenta con un secondo testamento cinefilo, Il corriere.
Roy Menarini

Anche Robert Redford forse aveva realizzato nel 2013 qualcosa di non troppo distante da un addio, All Is Lost - Tutto è perduto, una sorta di 'Il vecchio e il mare' dove l'azzeramento di ogni altro "attore" che non fossero gli elementi naturali somigliava all'ultimo e unico set possibile per la rigenerazione del mito redfordiano. Poi ancora una volta la longevità ha fatto il resto, e ritroviamo il grande artista degli anni Sessanta e Settanta, nonché infaticabile sostenitore del cinema indipendente (con il Sundance Festival e non solo), alle prese con un'opera contemporanea che più cinefila non si può.


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In foto una scena del film Old Man & the Gun.
In foto una scena del film Old Man & the Gun.
In foto una scena del film Old Man & the Gun.

E qui la memoria corre a una figura meno esposta e meno nota, Harry Dean Stanton, che è riuscito a realizzare il commovente Lucky (guarda la video recensione) poco prima di scomparire (ma anche in Twin Peaks - Il ritorno aleggia il tramonto sul suo personaggio quasi etereo e vicino al mondo dei trapassati).

Old Man & the Gun lavora anch'esso con grande dedizione e rispetto nei confronti dell'attore americano. Non si tratta, infatti, solamente di inscenare un'ultima grande recita, ma anche di capitalizzare e celebrare una grande carriera, o un intero immaginario.
Roy Menarini

Quasi a riconoscere la politica "degli attori" una volta per tutte come importante quanto quella "degli autori", David Lowery sparge la narrazione di citazioni più o meno evidenti per gli appassionati (da Butch Cassidy a La pietra che scotta), e non solo ospitando nel nuovo testo la scheggia del film di Arthur Penn.

Il volto di Redford oggi è un paesaggio. E si potrebbe eccedere in retorica a lungo, sostenendo che ogni sua ruga è una tacca lasciata da un viaggio attoriale (e registico) molto lungo e complesso. Ma si farebbe torto anzitutto a Sissy Spacek, incantevole vecchia signora che riesce ancora a sedurre con lo sguardo. E a un concetto di "old celebrity" che non è solamente un fatto di nostalgie, sebbene su di esse fondi la propria ragion d'essere.

La verità è che il cinema di oggi ha letteralmente bisogno dei vecchi divi, perché recano con sé - a mo' di citazione vivente - il carisma di un'epoca irripetibile. Lo è non perché i film di allora siano sempre migliori di quelli di oggi, ma perché così vengono percepiti. E quando un corpo si fa portatore di valori simbolici, il suo affaticamento non produce compatimento ma solo affetto negli spettatori.


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