| Titolo originale | The Death and Life of John F. Donovan |
| Titolo internazionale | The Death & Life of John F. Donovan |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 123 minuti |
| Regia di | Xavier Dolan |
| Attori | Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Kathy Bates Ben Schnetzer, Emily Hampshire, Jared Keeso, Thandie Newton, Bella Thorne, Sarah Gadon, Michael Gambon, Chris Zylka, Amara Karan, Susan Almgren, Jane Wheeler, Craig Eldridge, Lukas Rolfe, Ari Millen, Gijs Blom, Rob Baker, Ellen David, Pat Kiely, Anne Mroczkowski, James Marchant, Suzanne Virdee, Guenièvre Sandré, Sangita Patel, Hamza Haq, Matthew Raudsepp, Allan Michael Brunet, Michael Dozier, Harvey Diamond, Pierre-Luc Lafontaine, Vincent Messina, Anthony Luigi Aguiar, Cassie Luk, Hannah Morgan Lord, Rebecca Windheim. |
| Uscita | giovedì 27 giugno 2019 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,70 su 31 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 11 luglio 2019
Un decennio dopo la morte di una stella televisiva americana, un giovane attore ricorda la corrispondenza scritta che ha condiviso con lui, nonché l'impatto che queste lettere ebbero sulle loro vite. In Italia al Box Office La mia vita con John F. Donovan ha incassato 318 mila euro .
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CONSIGLIATO NÌ
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Rupert Turner ha otto anni e una passione smisurata per John F. Donovan, star della televisione americana e supereroe sul grande schermo. Fan irriducibile, avvia con lui una corrispondenza regolare che nasconde a tutti, anche alla madre, giovane donna in ambasce che prova a ricostruirsi una vita. Il segreto non sfugge però al bullo della scuola, che ruba le lettere di Rupert scatenando la sua ira e la reazione sproporzionata dei media. Ma Rupert è più forte di tutto, perfino del suo idolo di cui segue le tracce diventando un attore altrettanto affermato. Una celebrità che adesso si confessa al microfono di una giornalista scettica a cui racconta la sua vita con John F. Donovan.
Due epoche, due continenti e due storie, La mia vita con John F. Donovan comincia al principio degli anni 2000 in America ma viene raccontato dall'Europa una decina di anni più tardi iniziando dalla fine: la morte del personaggio principale.
Flashback e narrazione all'imperfetto, voce off e modalità tragedia attivata. Lontano da Montréal per la prima volta e alla conquista di un nuovo territorio, Xavier Dolan convoca una rosa di star (Kit Arrington, Natalie Portman, Susan Sarandon) e punta (a) Hollywood. Perché La mia vita con John F. Donovan è un film sulla celebrità e sulla tossicità della gloria. Ma è pure un racconto sulle virtù dell'idolatria, di fatto il co-protagonista è un bambino che ammira istericamente il divo del titolo.
L'ammirazione di Rupert per John F. Donavan evoca quella di Dolan per Leonardo DiCaprio. Bambino-attore negli anni Novanta col poster-boy in cameretta, a soli otto anni scrisse una lettera rimasta senza risposta all'attore americano. Ed è ancora lui a nascondersi dietro a Donovan, star della televisione a disagio con la notorietà e costretto a dissimulare la propria omosessualità per non intaccare la sua immagine pubblica.
L'intero film rimanda incessantemente al suo autore e alla sua filmografia, dalla struttura in flashback di Laurence Anyways alle canzoni pop, dalle discussioni in macchina sotto la pioggia alle fughe, dalla relazione madre-figlio alla violenza che cova nel romanzo familiare, dalla lotta per affermarsi alla ricerca di conforto in una figura ideale. È soprattutto quest'ultimo motivo a scandire La mia vita con John F. Donovan, concentrato sulla suggestione che emanano i modelli, siano questi illusori come gli eroi della televisione o reali come le proprie mamme, e sull'eredità che lasciano dopo la loro dipartita.
Esemplare a questo riguardo la distribuzione delle parti, Dolan affida due ruoli centrali a Kit Harington (Il Trono di spade) e a Thandie Newton (Westworld), star di HBO e idoli dei millennials. A Susan Sarandon, Natalie Portman e Kathy Bates, tre dive del cinema nineties, assegna personaggi materni. 'Figura genitoriale' che nel cinema di Dolan è sempre ambivalente, ordinaria e sublime. Madri da prendere o lasciare senza mezze misure, mamme a cui cantare il proprio amore in un karaoke (Mommy) o dentro una sala da bagno (La mia vita con John F. Donovan), dove Kit Harington e Jared Keeso (suo fratello nel film) intonano "Hanging by a Moment" dei Lifehouse.
Prima produzione americana piantata tra un film che parla un'altra lingua (È solo la fine del mondo) e uno che ritorna a parlare québécoise (Matthias & Maxime), La mia vita con John F. Donovan è forse il film più intimo di Dolan dai tempi di J'ai tué ma mère. Malgrado l'armatura hollywoodiana, è un'opera fragile, eccessiva e sbilanciata, sempre dalla parte del cuore. Un'opera che vacilla a ogni scena, offrendo momenti intensi e istanti sconnessi, procedendo tra un'andata e un ritorno, tra New York e la periferia londinese.
Il film debutta con la morte del divo e prosegue con un'inchiesta sul senso di quella morte. Al centro due personaggi che tutto sembra separare ma che si rivelano uniti dalla loro sensibilità e dalle rispettive esperienze: l'assenza del padre, il rapporto conflittuale con la madre, la scoperta burrascosa della loro omosessualità, la fascinazione che volge in autodistruzione. Se la star interpretata da Kit Harington coi suoi photoshoot, la discoteca di notte, la perdita di controllo sul set, la doppia vita, la ricerca della gloria e i suoi effetti collaterali non va al di là dell'archetipo, i personaggi di Susan Sarandon, Natalie Portman e Jacob Tremblay lo fuggono perché Dolan lascia loro più spazio per esistere e vincere in nuance.
Lirismo e grana grossa convivono in un best of improntato a un classicismo ereditato dal cinema americano e caro al giovane autore, che conferma i suoi manierismi, il suo grande senso del romanzesco, la sua capacità di mescolare passato e presente, di reinventare brani della sua vita, rendendoli ogni volta più appassionanti.
I difetti di stile si scontrano e si annullano davanti alla sua sincerità, al suo entusiasmo e alla sua fede incrollabile nella vita e nelle cose della vita. Certo, alla fine del film è lecito domandarsi se non sia tempo per Xavier Dolan di evolvere, di trovare nuove direzioni cinematografiche, di fare rotta verso nuovi orizzonti narrativi, verso nuove emozioni e nuovi colori. La risposta arriva nel film successivo. Il desiderio narcisistico di regressione, pienamente assunto nel cambiamento di scala hollywoodiano, vacilla un anno dopo in una commedia sentimentale che ritrova il carattere artigianale del suo cinema. Sorpreso nell'ora in cui è necessario scegliere se andare o restare, Xavier Dolan ritorna a casa e alle origini. Il risultato è Matthias & Maxime, un film personale che fa un piccolo passo fuori dalla sua camera di regista-adolescente, a cui auguriamo di lasciarsi alle spalle la mommy tossica e di innamorarsi dall'altra parte del mondo.
Quando un regista vuol passare ai raggi X l'animo dei suoi personaggi si avvale di uno strumento che noi inavvertitamente usiamo nei confronti di un nostro interlocutore tutte le volte che desideriamo sapere se ci ha detto la verità e se c'è qualcosa di più quanto ci ha detto : restringiamo il campo visivo.
Il nuovo film di Xavier Dolan è tra le sue opere più barocche, ricco di livelli che si sovrappongono. Parla di madri e figli, ovviamente, parla di omosessualità dolorosamente nascosta, di tossicodipendenza e della natura e responsabilità dell'artista. Parla anche, in chiave autobiografica per il regista (famosa la sua lettera d'infanzia indirizzata a Leonardo DiCaprio), di bambini ossessionati dalle celebrità.
Nel disegnare la sua celebrità idealizzata, contrappunto epistolare del piccolo Rupert di Jacob Tremblay, Dolan ha scelto Kit Harington, attore inglese con i capelli da divo, lo sguardo intenso e una popolarità incandescente.
Appena un mese prima dell'uscita italiana di La mia vita con John F. Donovan si sono concluse le otto stagioni di Game of Thrones, successo televisivo globale come pochi altri, nonché un'epopea che ha consegnato ad Harington un percorso attoriale bizzarro. Il blockbuster fantasy di HBO è stato per anni il punto di riferimento per quanto riguarda la coralità seriale, con un gruppo di attori e caratteristi che potevano tutti dirsi protagonisti, aiutati dal costante ricambio e ri-assestamento che veniva dalle morti di alto profilo che caratterizzano la storia.
Parte di un gruppo di giovani attori che avevano all'incirca vent'anni all'inizio delle riprese, Harington è cresciuto sullo schermo, avendo il lusso di forgiare Jon Snow nell'ombra, passo dopo passo, nella sicurezza di un gruppo che lo proteggeva. Al tempo stesso sapeva che, nel corso degli anni, il suo ruolo avrebbe assunto i crismi del più tradizionale degli eroi, favoriti dal destino e spinti verso il centro del palco. Organica ma inesorabile, già nota sulla carta eppure violenta nel manifestarsi, la sua ascesa ha avuto dei riflessi interessanti tanto per il personaggio quanto per l'attore, il quale a più riprese ha dichiarato di sentirsi inadeguato al compito, chiedendosi se non fosse l'anello debole della catena.
È noto che interpretare l'eroe richieda un'arte tutta particolare, specialmente per gli archetipi del genere "kalòs kagathòs", quelli buoni, belli, e nobili. Farlo in Game of Thrones, una serie la cui intera poetica è basata sulla sovversione dei ruoli dell'epica tradizionale, espone ancora di più al rischio del ridicolo. Rischio a cui Harington è andato incontro a testa alta, come il suo Jon di fronte alla cavalleria nemica, accettando di farsi bollare come noioso e monotono per dare ancor più risalto a quei colleghi che sguazzavano in istrionica malizia.
E così, più Game of Thrones lo spingeva sotto i riflettori, più il suo personaggio ne risentiva. E dato che la carriera di Harington non ha avuto spazio finora per molto altro che il colosso HBO (fu scritturato, poco più che studente, sulla base del successo teatrale di War Horse), prendere le distanze da Jon è stata impresa ardua. Si tratta di un ruolo che gli ha fatto incontrare una moglie (la co-star Rose Leslie), un ruolo al termine del quale è andato in rehab, e da cui staccarsi è stato come essere "scuoiato vivo", per sua stessa ammissione.
"We could have had it all", canta la voce di Adele nella prima sequenza di La mia vita con John F. Donovan. Il verso, che appartiene al brano "Rolling in the deep", carica l'incipit del film di energia travolgente e vuota superficialità, quella dei photoshoot e di un abito dopo l'altro da indossare, catturando a pieno la parte più glamour dell'ascesa dell'attore interpretato da Kit Harington, e alludendo con una certa ironia alle pene che tiene in serbo per il futuro (Kathy Bates, agente dell'attore nonché una delle tante incarnazioni della maternità presenti nel film, rievocherà l'espressione in un monologo cruciale nel terzo atto).
Adele, per la quale Dolan ha anche girato il videoclip della hit "Hello", è il simbolo delle scelte musicali del regista canadese, il cui marchio di fabbrica è il pop sfrontato da molti considerato troppo ovvio, e che invece sfrutta il proprio valore letterale per svuotarsi e riempirsi di nuovo, stavolta dell'emotività dei personaggi.
Un'emotività anche superficiale, con scelte che Dolan ha sempre difeso in quanto riferimenti musicali dei personaggi dei suoi film, ma che ha bisogno di spazi in cui rifugiarsi. Spesso si tratta dello spazio domestico, in compagnia dei familiari; altre volte è un mondo lontano - pochi metri o un paio di isolati che potrebbero essere una galassia intera. Lontano da qui, ovunque sia. Sono, cioè, strumenti di negoziazione tra la fantasia e il desiderio da una parte, e le privazioni e le costrizioni che spesso tengono legati gli alter-ego dolaniani dall'altra.
Alla seconda categoria appartiene la scena della pittura in J'ai tué ma mère, in cui il sedicenne Hubert si apre all'esplorazione sessuale in compagnia di Antonin sulle note di "Vive la Fête" dei Noir Désir. Il primo film di Dolan era esplicito fin dal titolo nell'annunciare una poetica fondata sul conflitto con la presenza materna. Un tasto centrale, ripetuto, e sempre abrasivo, tanto da definire il momento proprio attraverso l'assenza della madre di Hubert. I due ragazzi si recano a dipingere le pareti di un appartamento e si abbandonano all'estasi tra macchie di colore, corpi che si incontrano e muri immacolati, mentre i Noir Désir cantano "Non riesco a calmarmi".
Sempre fondata sul bisogno di allontanamento è la sequenza musicale del tango in Tom à la ferme, che usa il ballo più apertamente provocatorio per mettere in scena un duello in cui il sospetto sfida la fragilità. La stalla in penombra è uno spazio di prossimità alla fattoria del titolo, che però è il regno della madre di un amante deceduto, e il regno della negazione di un amore omosessuale. Nell'oscurità sia Tom che Francis, il fratello del ragazzo scomparso, sono dei "doppi" la cui identità fatica a venir fuori. Tanto liberatoria era "Vive la Fête" quanto pericoloso è questo tango sperimentale, non a caso interrotto dalla figura materna che infrange la copertura musicale per ri-affermare il controllo sui due giovani.
C'è un bel film nascosto dentro la prima produzione americana dell'enfant prodige canadese Xavier Dolan, 30 anni e già 8 titoli al suo attivo (l'ultimo, "Matthias et Maxime", molto applaudito a Cannes, uscirà nella prossima stagione). Il problema è che questo bel film bisogna un po' andarlo a cercare sbalzando via dal soggetto i molti strati di confezione che avvolgono "La mia vita con John F.