| Titolo originale | Jianghu ernü |
| Titolo internazionale | Ash is Purest White |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Cina, Francia, Giappone |
| Durata | 141 minuti |
| Regia di | Jia Zhangke |
| Attori | Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu, Casper Liang, Feng Xiaogang, Yi'nan Diao Yibai Zhang. |
| Uscita | giovedì 9 maggio 2019 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Cinema |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,96 su 33 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 11 giugno 2019
L'amore appassionato tra una ballerina e un gangster di una povera città industriale cinese. Il film ha ottenuto 1 candidatura a NSFC Awards, In Italia al Box Office I figli del fiume giallo ha incassato 203 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Datong, 2001. Qiao e Bin gestiscono una bisca, finché un agguato attenta alla vita di Bin. Per salvarlo Qiao spara in aria e viene arrestata. Uscirà di prigione cinque anni dopo, ma Bin ha cambiato vita a Fengjie e non vuole più vederla.
L'autoreferenzialità è parte integrante del cinema d'autore. Spesso costituisce una cifra stilistica o una chiave interpretativa, anziché un difetto.
Nel cinema di Jia Zhang-ke l'elemento ricorsivo-riflessivo ha guadagnato sempre maggiore importanza, fino a un film in cui è possibile leggere in tralice l'intero suo percorso di cineasta, come I figli del fiume giallo.
Tre segmenti ambientati in tre anni (2001, 2006 e 2018) e in due luoghi (Datong nello Shanxi e Fengjie nella regione di Chongqing e delle Tre Gole), che rappresentano altrettanti rimandi a momenti precedenti della filmografia di Jia. Al 2001 di Unknown Pleasures - ambientato a Datong - segue il 2006 di Still Life - ambientato a Fengjie - con situazioni e personaggi che ritornano sotto vesti solo lievemente differenti.
Ma I figli del fiume giallo non si limita a una semplice riproposizioni di tempi e luoghi, è come se rivisitasse quelle opere e quelle sensazioni, forse - ma non è dato sapersi con certezza - recuperando anche del girato inedito. Anche dal punto di vista tecnico e stilistico, infatti, il regista alterna pellicola e digitale, dando la sensazione anche visiva di attraversare l'arco temporale della narrazione. La peregrinazione di Qiao nel segmento centrale di Fengjie ricorda da vicino il percorso della stessa interprete - sempre Zhao Tao, musa e moglie del regista - in Still Life, oggi come allora in cerca di un uomo che non si presenta a un appuntamento. Come se I figli del fiume giallo rappresentasse una raccolta di "non detti", il completamento di fili mai riannodati in passato. Un arco temporale di 17 anni in cui sono cambiati irreversibilmente la Cina, il cinema, Jia e la sua musa: e di cui il film diviene una sorta di testimonianza, benché fittizia, romanzata e alterata nel contenuto, che traspone il tutto in una vicenda di jianghu, come da titolo originale (che traslitterato significa Jianghu Er Nv, "Figli e figlie del jianghu").
Il codice d'onore e il senso di fratellanza che, semplificando, costituiscono il significato più prossimo di jianghu - termine mutuato dalle arti marziali e trasferito al sottobosco criminale delle Triadi cinesi - innervano la relazione di dominio e possesso che unisce e divide Bin e Qiao. Conosciamo i due uniti indissolubilmente in un primo segmento, che richiama con parossistica evidenza il cinema noir di Hong Kong: le immagini e le canzoni che caratterizzavano i film con Chow Yun-fat di fine anni Ottanta fanno da sfondo a storie di mahjong, lame e denaro, che culminano in una straordinaria sequenza di agguato in una strada affollata.
La separazione dei due amanti si traduce in una biforcazione di senso e di stili del film, che muta pelle come il paesaggio cinese che fa da sfondo alla vicenda. Le parole ormai vuote di un padre che si scaglia contro le "tigri di carta" hanno ormai lasciato spazio all'incedere del capitalismo di Stato, quello che costruisce dighe e che viola la natura umana, mettendola al servizio del denaro e dell'ambizione. Qiao non è un'idealista, ma crede in valori che non appassiscono. Il jianghu, per lei, continua ad avere un senso, fino a un parossistico terzo segmento, in cui attraverso l'incursione dell'irrazionale - UFO, agopuntura - la donna sembra rimettere in scena il mondo che conosceva, le coordinate in cui si muoveva con agio. Ma la Datong che chiude il film assomiglia solamente alla Datong che lo apre. Tornare indietro rispetto agli errori commessi, da una donna o da una nazione, rimane un atto impossibile, velleitario. Fino a rivelare la sua inevitabile natura di finzione "digitale".
Un'opera complessa e ricca di riferimenti interni alla propria poetica, che conferma la statura di un autore capace di leggere i mutamenti della contemporaneità in un Paese che procede a una velocità pari a quella dei suoi treni, quando attraversano senza ritorno le lande desertiche dello Xinjiang.
Cosa significa essere mafiosi in un posto dove è proibito e severamente punito il possesso di armi? Vecchie generazioni di dinosauri cinesi costretti a nascondere una pistola per non essere rimpiazzati da giovani assettati di gloria e potere, le "nuove leve" della criminalità cinese. Il tutto descritto perfettamente da questo immenso regista che inserisce ciò in un contesto [...] Vai alla recensione »
I figli del fiume giallo è un film sulla mancanza, a partire dal titolo. Ben prima del "fiume giallo" italiano, del valore poetico dell'Ash is Purest White internazionale, e prima ancora del valore letterale cinese - Jianghu Er Nv, ovvero "I figli dei fiumi e dei laghi". Un significato ulteriore confonde l'elemento spaziale con quello temporale, visto che "Jianghu" è un concetto che rimanda al codice d'onore di una criminalità antica, una controcultura di fratellanza. Più di tutto, però, questa parola evoca un tempo andato, degli ideali che si possono catturare solo in modo nostalgico, e dunque una frattura insanabile tra presente e passato; come nel brindisi celebrativo che apre il film, con Bin che alza il bicchiere all'idea di "lealtà e correttezza" per poi trascorrere il resto dei 135 minuti di film a eludere i medesimi valori.
Più di una semplice opera autoriflessiva, più di un autore che cita il suo passato, gli stacchi bruschi e le contaminazioni tra i diversi momenti temporali fanno de I figli del fiume giallo un film insolitamente intenso, naturalmente ricco di un pathos sempre meritato laddove qualunque altro regista, in una situazione simile, dovrebbe lavorare da zero per costruirlo.
Spazio e tempo entrano in gioco immediatamente con le due sequenze iniziali, in dialogo tra loro. Nella prima, del materiale documentaristico, girato in 4:3 con una telecamera digitale piena di grana "d'epoca", si aggira tra i volti dei passeggeri di un autobus per poi soffermarsi sugli occhi di un bambino. Nella seconda, ambientata in un 2001 diegetico, Qiao fa il suo ingresso nel locale dove Bin e la sua banda giocano a ricreare una mitologia eroico-criminale alimentata dai gangster movie di Hong Kong.
L'uso di quel prologo, che Jia stesso girò anni fa, parla del passato (e della sensibilità artistica) del regista quanto di quello del personaggio interpretato da Zhao Tao, sua musa e compagna. In esso c'è una transizione sociale, di classe e di genere, ma le due sequenze non sono legate direttamente: c'è qualcosa di straniante in mezzo, un'inquadratura aerea del complesso urbano, nitida e moderna, che separa il video dal 35mm e incarica un presente astratto e verticale di vegliare su due passati, uno vero e l'altro inventato. Con due sequenze, Jia Zhangke ha già posto le basi per un film ibrido, che non solo mescola epoche e formati, come spesso accade, ma ne complica il reciproco rapporto esistenziale sfuggendo alle semplici logiche binarie.
Lo stesso vale per l'assoluto centro gravitazionale del film, un folgorante minuto action, breve, senza parole, improvviso. Da outsider, Qiao si è fatta strada all'interno della banda, e dal sedile posteriore di una berlina scura brandisce un sigaro e indica la strada. Una voglia di ravioli, anzi forse no. Poi l'arrivo dei motociclisti di una gang rivale. Molto contribuisce a rendere la scena speciale: la fluidità del movimento di macchina tra i pugni che volano, la platealità del gesto con cui Qiao decide di intervenire per salvare Bin, mostrando la pistola e sparando due colpi come in un sacrificio cerimoniale.
Il cinema di Hong Kong è spesso rimasto come sottotesto, presente ma quasi invisibile, nei film di Jia Zhang-ke. Talora - tramite il lavoro del suo direttore di fotografia hongkonghese Yu Li-kwai, autore di pregevoli e poco conosciuti lavori come regista - il sottotesto emerge in maniera compiuta, per divenire qualcosa di più. Fino a I figli del fiume giallo (in originale Jiang hu er nü, nel titolo internazionale Ash is the Purest White), in cui l'influenza diviene omaggio esplicito, voluto e conclamato. Per la sua opera-mondo, dalla complessità stratificata, Jia sceglie di aprire su quelle impressioni lontane, su quelle sensazioni mediate dalla settima arte, che ha contribuito a creare una Hong Kong virtuale, non esistente sul piano reale ma presente nell'immaginario collettivo. Fatta di colpi di pistola, luci al neon, musica cantopop.
In ogni intervista Jia ribadisce come fonti di ispirazione per il film John Woo e Johnnie To e i loro iconici noir calati nel mondo delle Triadi. Soprattutto i doppi capitoli di A Better Tomorrow per il primo e di Election per il secondo. To è infatti il primo, in Election 2, ad affrontare sul piano politico il mutato ruolo della Cina, utilizzando il gangster movie come allegoria per rappresentare la trasformazione in corso.
Jia adotta un procedimento simile: pone al centro il jiang hu e le sue regole dell'onore, che la Triade ha ereditato dall'antichità e dal mondo delle arti marziali, così da rendere il sottobosco criminale un punto di vista privilegiato per guardare alla nazione nel suo complesso, storico e geopolitico. E alla storia della sua cinematografia, che passa anche attraverso il cameo riservato a tre registi dell'ultima generazione: Diao Yinan, Zhang Yibai e Feng Xiaogang (ma la parte recitata da quest'ultimo è stata rimossa dalla versione uscita in sala, come conseguenza dei problemi occorsi tra Feng e il governo di Pechino).
Ma il globale procede di pari passo con il particulare, la dimensione pubblica con quella intima. In I figli del fiume giallo si alternano infatti cinque formati differenti, dal DV al Digibeta fino all'alta definizione e alla pellicola 35mm, per raccontare un excursus che riguarda la carriera precedente del regista e la sua stessa vita, in un intreccio inscindibile, degno di Truffaut.
La prima scena del film è costituita da un girato risalente al lontano 2001 e realizzato nei luoghi da cui Jia proviene, da Fenyang nello Shanxi. È l'inizio di un viaggio a ritroso che utilizza la filmografia del regista per ricostruire quel che oggi sono diventati lui, lei e la Cina. Dove "lei" è Zhao Tao, moglie, musa e protagonista di molti film del regista. Spesso nel ruolo di una insegnante di ballo, la professione che Zhao svolgeva prima di conoscere Jia e di essere convinta da lui a diventare attrice professionista.
Sublime noir contagiato progressivamente dallo slancio fluido di un mèlo, I figli del fiume giallo, come ogni film di Jia Zhang-ke porta le stimmate delle evoluzioni della Cina nel corso degli anni. La sua storia, compresa tra il 2001 e i primi giorni del 2018, si svolge a Shanxi, dove le miniere chiudono destabilizzando e delocalizzando i suoi abitanti attorno alla più grande centrale idroelettrica del mondo sulle rive del fiume Yang-Tze. Tutto, i legami come i luoghi, sono condannati a subire una violenta trasformazione se non addirittura una distruzione senza appello. Di nuovo, il cinema di Jia Zhang-ke abbraccia il destino dei suoi personaggi e quello della Cina contemporanea. La mutazione accelerata del (suo) mondo è l'oggetto ideale del suo cinema. Registrare una realtà che evolve sotto gli occhi con tale velocità e tali proporzioni è la sua vocazione e in un certo senso quella del cinema (delle origini).
Dopo il gigantismo del cantiere di Still Life, che conduceva a conseguenze enormi, dopo la relazione d'amore di Al di là delle montagne attraverso gli anni e le trasformazioni economiche del suo Paese, l'autore affina di più la sua arte in un film noir che comincia nel 2001 con l'idillio di Qiao, figlia di un minatore.
È il tempo dell'apertura all'Ovest, delle discoteche improvvisate, del deflusso dell'attività mineraria e di tutte le tradizioni dell'era maoista. Il primo capitolo del film si arresta quando la giovane donna, innamorata di un boss locale, deve impugnare la pistola e usarla per difenderlo. Inghiottita da un'ellissi, seguiranno per lei cinque anni di prigione. E dal carcere Qiao uscirà per constatare che ha mancato una vita possibile con l'amato e mille altre senza di lui. Ma lei è più forte di lui, più ingegnosa, più brillante e avrà l'ultima parola in un mondo di uomini e dentro un film che comincia come un film di Scorsese. Un giro di gangster governato da padrini, alleanze, codici d'onore, rivalità, machismo, rituali, affari, esplosioni di violenza.
I figli del fiume giallo è il ritratto magnifico e complesso di una donna interpretata da Zhao Tao, musa e compagna del regista, nata sullo schermo con Platform. La presenza costante dell'attrice in tutti i film di Jia Zhang-ke a partire dal 2001 racconta un percorso, quello di una società intera, e un aspetto del cinema, quello di documentare la storia mentre la storia è in corso. Eroina imperiosa e attrice incomparabile di rigore e grazia, incarna la disillusione del suo personaggio e quella di una nazione intera, la cui volontà ossessiva di cambiamento non porta a niente di buono. A prestargli la replica è Liao Fan, boss e roccia che vacilla in una storia di amore assoluto, prima condiviso e poi a senso unico. Il film avanza in un movimento (sentimentale) di bilanciamento perpetuo.
A colpi di ellissi, il tempo passa sugli amanti e su quel loro amore che conosce il tradimento, il sacrificio, la fuga, il ritorno. Perché il ritorno a casa è inevitabile malgrado quella boccata d'aria e quella fuga (im)possibile offerta da uno sconosciuto sul treno. Bisogna affrontare il proprio destino anche se quel destino assomiglia a un paesaggio dopo l'uragano.
Presentato al festival di Cannes dell'anno scorso, I figli del Fiume Giallo è il nuovo grande film di uno dei grandi registi contemporanei. Attraverso le sue opere negli ultimi vent'anni Jia Zhangke ha raccontato la mutazione della Cina (come a dire: il cuore della nostra storia globale) attraverso drammi personali, sfiorando i vari generi in opere di grande respiro.