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Ultimo aggiornamento mercoledì 28 giugno 2017
Un ragazzo che fa parte di una famiglia ebrea che vive a New York decide di attraversare l'America e raggiungere Los Angeles. In Italia al Box Office Café Society ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 3,5 milioni di euro e 1,2 milioni di euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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New York, anni Trenta. Bobby Dorfman lascia la bottega del padre e la East Coast per la California, dove lo zio gestisce un'agenzia artistica e i capricci dei divi hollywoodiani. Seccato dall'irruzione del nipote e convinto della sua inettitudine, dopo averlo a lungo rinviato, lo riceve e lo assume come fattorino. Bobby, perduto a Beverly Hills e con la testa a New York, la ritrova davanti al sorriso di Vonnie, segretaria (e amante) dello zio. Per lui è subito amore, per lei no ma il tempo e il destino danno ragione al sentimento di Bobby che le propone di sposarlo e di traslocare con lui a New York. Ma il vento fa (di nuovo) il suo giro e Vonnie decide altrimenti. Rientrato nella sola città in cui riesce a pensarsi, Bobby dirige con charme il "Café Society", night club sofisticato che diventa il punto di incontro del mondo che conta. Sposato, padre e uomo di successo, anni dopo riceve a sorpresa la visita di Vonnie. Con lo champagne, Bobby (ri)apre il cuore e si (ri)apre al dolce delirio dell'amore.
Commedia del piacere negato, Café Society è la cronaca di una storia d'amore mancata che ribadisce quello che per Woody Allen conta da sempre: il cinema, le donne, se stesso. Se stesso soprattutto perché la singolarità dell'autore risiede nella persistenza con cui ha dato centralità a un personaggio fino a mostrarne la crisi e lo svanire (Harry a pezzi, Hollywood Ending). È una persistenza che evidentemente appartiene al comico ma che Allen conduce sul piano della biografia seriale, declinata in diversi nomi, diverse professioni, diverse età e persino diverse età del secolo. E l'epoca questa volta è la seconda metà degli anni Trenta, Allen non precisa l'anno esatto ma è la Storia a collassare nel cinema e a depositare rovine nella commedia (i coniugi che hanno cenato con Adolf Hitler) attraverso la voce over dell'autore che si ritaglia il ruolo di narratore, misurando un dramma sentimentale con un dramma sociale. Non calca la scena del suo locale e fuori campo ci racconta una nuova storia, la storia di Bobby Dorfman in cui esprime ancora una volta il suo eroe romantico, falso perdente, schlemiel solo presunto e incarnato superbamente da Jesse Eisenberg. A lui, che arde di esaltazione amorosa e voluttuosa ironia, Allen delega se stesso, un se stesso più giovane e insicuro, ancora afflitto dai problemi con le donne, che crede ancora alle parole definitive e non crede più alle scene madri. Fuori dall'ombra in cui ha costruito i suoi migliori ruoli e sovraesposto nella luce accecante della California, Eisenberg pronuncia con esitante eloquio parole meditate e consapevolmente sbilanciate al di là di se stesse, sciolte nella fluidità del dialogo e sostenute da un sottotesto ritmico di meravigliosa resa comica.
Ma Café Society è tuttavia anche il trionfo dell'immagine autosufficiente. Tra grazia e catastrofe, tra guerra e pace, tra Los Angeles e New York, tra esterni e interni, Allen dimostra cosa sa fare col dialogo e cosa saprebbe fare senza perché il suo è un film di décor sovradimensionato e sovraffollato, figurativamente audace. Dopo aver rivitalizzato il cinismo di Billy Wilder (Irrational Man), con Café Society riemerge lo splendore sofisticato di Ernst Lubitsch svolgendo l'intermittenza amorosa di due personaggi inquieti lungo una superficie scintillante che lascia affiorare l'emozione, rimanda la realtà e approccia la morte non con l'arroganza di un giovane uomo che crede di aver scoperto i segreti dell'universo (Amore e guerra) ma con la saggezza di un vecchio signore che sa bene che il solo viatico contro l'estinzione sono i ricordi. Quelli che disegnano il suo intimo skyline, quello concreto della sua infanzia (Brooklyn) e quello accessibile solo con l'immaginazione e la fotografia di Vittorio Storaro (Manhattan).
Frammento di un unico e articolato biopic, Cafè Society rilancia la città-isola come il migliore dei mondi possibili, abitato in un breve incontro di sapore leaniano da Bobby e Vonnie, antenati di Alvy e Annie (Io e Annie) che ci lasciano allo stesso modo ostaggi di un sentimento e ci congedano in un clima di rinuncia e di struggimento da mélo. Ma l'impossibilità di compiere il desiderio, di trovarsi o pensarsi in due, stempera nella possibilità di richiamare alla memoria il primo amore ogni giorno della vita e nella certezza che l'oggetto di quell'amore lo ricambi nel medesimo istante. Istante perduto nel tempo e sciolto sul volto di neve di Kristen Stewart.
La contrapposizione New York-California è sempre un tema avvincente per Woody Allen fin dai tempi di Annie Hall del 1977. Un altro elemento che stimola le fantasie di Allen è il periodo del New Deal, quello della seconda metà degli anni Trenta, di ripresa economica dopo la Grande Crisi. Il mito di Hollywood e della celebrity culture, attrae molta popolazione che sogna il successo, [...] Vai alla recensione »
Tra le tante classificazioni interne della ormai enciclopedica filmografia di Woody Allen, risuona raramente quella che distingue i film in costume dai film contemporanei. Pur essendo vero che il maggior incasso di Allen a tutt'oggi - Midnight in Paris - ha fatto incontrare le due sottocategorie grazie a uno stratagemma, di solito il regista newyorkese tende a distinguere abbastanza chiaramente i due universi.
L'Allen in costume è apparentemente più posato, calligrafico, immette l'umorismo ebraico in contesti dove la storia della società americana contraddice sé stessa, mostra le sue vocazioni culturali, esprime al tempo stesso il motivo per cui vale la pena vivere e le radici del pessimismo alleniano.
Alcuni di questi titoli - Amore e guerra, per esempio - mostrano più che altro la capacità parodizzante del coltissimo Woody dei primi tempi; altri - come Una commedia sexy in una notte di mezza estate o La rosa purpurea del Cairo - trovano negli anni Venti un'atmosfera di "magica disillusione" struggente (che torna, sia pure in tono decisamente minore, con Magic in the Moonlight); altri ancora - come Pallottole su Broadway o Accordi e disaccordi - analizzano attraverso il prisma dell'industria culturale i rapporti di forza che dalla società si trasferiscono nell'arte, con gli esiti paradossali che Allen ha sempre saputo esprimere in modo geniale.
Quarantasettesimo film firmato da Woody Allen (nonché il suo primo in digitale), Café society è una storia di triangolo amoroso ambientata negli anni Trenta, decennio di cui Woody ama appassionatamente la musica e il cinema, Il giovane Bobby Dorfman lascia il Bronx e se ne va a Hollywood: un po' perché tentato dalle sirene della Mecca, un po' per liberarsi di una famiglia ingombrante.