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Ultimo aggiornamento lunedì 2 febbraio 2026
Un manager incontra una prostituta e le dà lezioni di classe, secondo la migliore tradizione di Pigmalione. Lei però non vuole tornare indietro e s'innamora; lui, dal canto suo, alla fine di una riunione d'affari decide che lei è la donna della sua vita. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 4 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, In Italia al Box Office Pretty Woman ha incassato 266 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Pretty Woman non doveva avere un lieto fine: per come l'aveva concepita lo sceneggiatore J.F. Lawton, era una storia cupa sulle disparità sociali inconciliabili, che non poteva che finire con i due protagonisti incapaci di modificare il proprio stile di vita. La protagonista femminile per quella versione della trama avrebbe dovuto essere Laura Dern nel ruolo, allora tragico, della prostituta Vivian. Ma Garry Marshall (al secolo Masciarelli) non è mai stato un regista da drammoni catastrofici: basti pensare ai suoi film precedenti, da L'ospedale più pazzo del mondo a Flamingo Kid, o alle serie televisive che lo hanno reso celebre, da La strana coppia a Happy Days.
A ben guardare, Pretty Woman ha due precedenti diretti da Marshall: Overboard, una commedia sulle differenze socioeconomiche all'interno di una coppia reminiscente di Travolti da un insolito destino (ma con lieto fine), e Niente in comune, uno dei film più belli e meno conosciuti del regista, il cui protagonista è un pubblicitario senza scrupoli (intrepretato da Tom Hanks) che ritrova la sua anima.
Uno dei motivi del successo di Pretty Woman è senz'altro il casting di Julia Roberts, l'allora 22enne con un sorriso che illumina la scena, e del 41enne Richard Gere, superstar degli anni Ottanta, che aveva già interpretato un'altra "storia di Cenerentola" in Ufficiale e gentiluomo.
Valeria Golino era arrivata quasi alla stretta finale nell'assegnazione del ruolo di Vivian, ma l'arrivo di Roberts, reduce da due film in cui aveva avuto ruoli minori ma era stata abbondantemente notata, Mystic Pizza e Fiori d'acciaio, ha sbaragliato la concorrenza.
L'altro motivo è il meccanismo ad orologeria con cui Pretty Woman è costruito: una sceneggiatura che ha trasformato le sue premesse drammatiche iniziali per incorporare tutti i principi della sophisticated comedy e che fa conto sul nostro immaginario collettivo, tanto quello delle favole disneyane quanto quello di commedie romantiche come Vacanze romane (Julia Roberts è stata a suo tempo paragonata ad Audrey Hepburn, soprattutto per la scena del galoppatoio, e la stessa Hepburn all'epoca l'ha segnalata come sua erede cinematografica).
Il copione è da libro di testo, costruito con una precisione matematica che solo la mano felice di Marshall e la freschezza interpretativa di Roberts rendono meno meccanica: il primo atto semina tutti gli svolgimenti degli atti successivi, ogni parola e ogni gesto hanno la loro eco e la loro conseguenza, e ogni personaggio è costruito affinché sia motore di una storia profondamente "character driven" che fa leva sia sul "difetto fatale" dei protagonisti che sulla loro possibilità di superarlo.
E poi ci sono il ritmo di regia e montaggio che mettono a frutto la grande esperienza cinematografica e televisiva di Marshall; la canzone di Roy Orbison cui è dedicato il titolo del film; la scelta di location, abiti, gioielli che sono diventati di culto; e va elencando. Una "macchina da guerra" che "tiene" anche dopo innumerevoli visioni, anzi, si stratifica ad ogni visione successiva, acquistando un significato diverso a seconda del momento della nostra vita in cui rivediamo il film, e rendendolo un classico per tutte le stagioni. Ma a fare la differenza è l'anima non biecamente commerciale (anzi, esplicitamente contraria all'etica capitalistica) che sta dietro l'intera operazione, e che risiede nella natura profonda di Garry Marshall, un narratore incapace di cinismo e genuinamente incline all'empatia e alla tenerezza.
Pretty Woman non è la storia di una prostituta, ma di due: Vivian vende il suo corpo, Edward la sua anima (ricordiamo che Gere aveva già venduto cinematograficamente il suo corpo in American Gigolò), ed entrambi "fottono il prossimo per denaro". Siamo nel 1990 e la Finanza ha mostrato il suo lato più spietato. Edward è uno squalo e un profittatore, ma la coscienza gli rimorde; Vivian ha fatto una scelta di sopravvivenza, ma conserva un animo romantico, e si è data la regola di non baciare i suoi clienti sulla bocca per conservare una forma di intimità riservata ad un possibile principe azzurro. E la battuta finale, quando Edward chiede a Vivian "Che succede dopo che il principe ha salvato la principessa?", contiene il vero senso del film (e un principio di femminismo): lei salva lui di rimando, ovvero si salvano entrambi dal loro destino di prostituzione a vita.
Garry Marshall ha sempre dato a quasi tutti i suoi personaggi una possibilità di redenzione: Vivian ed Edward la troveranno l'una nell'altro, mentre a doversi pentire saranno l'avvocato "maligno e inutile" Philip (Jason Alexander, il George Costanza della sitcom Seinfeld), che "gode nel veder rovinare la gente", e le commesse di Beverly Hills che "non sono gentili con le persone ma solo con le carte di credito" e che snobbando Vivian come cliente hanno commesso "un grande errore, enorme!".
Ognuno dei personaggi di contorno ha il suo momento: il proprietario cui Edward voleva sottrarre l'azienda (Ralph Bellamy, l'orribile finanziere Randolph Duke di Una poltrona per due), il direttore d'albergo Barney dal cuore gentile (l'attore feticcio di Marshall Héctor Elizondo), la capocommessa Bridget (Elinor Donahue), e soprattutto la straziante amica prostituta Kit (Laura San Giacomo), di cui Vivian continua a vedere "il potenziale".
Fondamentale, per l'enorme successo di Pretty Woman, è stato infine il casting di Julia Roberts, luminosa e irresistibile, e Richard Gere, bello e malinconico: la chimica fra i due (sconfinata anche in una relazione prima d'amore poi di amicizia, nella vita) è innegabile. "Quello che è soprendente di Vivian è che, a dispetto della sua situazione di partenza, non è mai arrabbiata", ha detto a suo tempo Garry Marshall, che ha voluto conservare nel film (e persino nel trailer) la scena in cui Gere chiude di scatto la custodia del collier che Edward sta regalando a Vivian, e Julia scoppia a ridere di gusto: uno scherzo improvvisato dall'attore, cui lei risponde con il buonumore che è la cifra caratteristica di "quel gran c**o di Cenerentola" Vivian (immaginate la reazione della Disney, che attraverso al sua Touchstone Pictures produsse Pretty Woman, davanti a quella battuta).
"Voglio la favola, Edward", dice Vivian al suo potenziale principe azzurro. Ed evidentemente la vogliamo anche noi, perché continuiamo a riguardare Pretty Woman e a commuoverci, come Vivian durante la visione teatrale de La Traviata, davanti a questa strana coppia di ranocchi sociali (benché di bellissimo aspetto) che non vedono l'ora di trasformarsi in principi e principesse.
Incredibile successo di pubblico, una fiaba tra Cenerentola e Il brutto anatroccolo piena di contraddizioni. La trama è presto detta: un manager incontra una prostituta e le dà lezioni di classe, secondo la migliore tradizione di Pigmalione. Come in My Fair Lady le cose non sono semplici. Lei però non vuole tornare indietro e s'innamora; lui, dal canto suo, alla fine di una riunione d'affari decide che lei è la donna della sua vita. Peccato che, nonostante i soldi non possano comprare l'amore, il fascino del denaro di Richard Gere "concorra alla cotta". Si ha quindi l'impressione che ci sia stata, come si sospetta, una manipolazione del copione originale che doveva essere un po' più crudo e meno zuccheroso.
Vorrei capire dove è la favola tranne il finale con lui che scala la "torre"sfidando addirittura il senso di vertigine. Richard e Julia ci regalano ottime interpretazioni ma facciamo molta attenzione alla sceneggiatura,per cortesia. Lei strepita di felicità come una pazza alla notizia che riceverà ben 3000 dollari per una settimana,capisco "L'entusiasmo lavorativo&q [...] Vai alla recensione »
Affaristi voraci e prostitute avide stanno bene insieme: bella scoperta. Hanno lo stesso mondo di ambizioni e desideri, la stessa volgarità, la stessa passione del possedere, lo stesso gusto per il lusso della roba costosa: l’unica differenza sta nei soldi, tra chi ne ha molti e chi ne ha meno, oppure non ne ha. Da una simile constatazione il regista Garry Marshall riesce a tirar fuori una “romantic [...] Vai alla recensione »