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giovedì 9 luglio 2020

Massimo Troisi

Data nascita: 19 Febbraio 1953 (Acquario), Napoli (Italia)
Data morte: 4 Giugno 1994 (41 anni), Ostia (Italia)
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La Stampa

Lietta Tornabuoni

Viene subito in mente una battuta, tra lamentosa e buffa: “Perché siete tutti così sinceri con me? Cosa vi ho fatto di male?”. E un'altra: “Non emigrante, però, non emigrante”, ripetuta con l'insistenza di chi vuole smentire un destino storico o un luogo comune appiccicoso. Oppure lo rivedi quando, appoggiato a una porta, desolato, furente e insieme coraggiosamente conciliante, in Ricomincio da tre provava il suono del nome d'un futuro figlio, magari neanche suo: “Ugo. Ugo. Ugo.”. Tra i nuovi comici italiani di gran successo popolare, milanesi, romani, toscani, emiliani, era il solo napoletano, il solo erede d'una tradizione meravigliosa (però più vicino a Eduardo De Filippo che a Totò) e uno dei pochi capaci di raccontare la confusione, l'incertezza, la precarietà contemporanee nella vita delle persone giovani senza svenderla, senza incanaglire la realtà, senza involgarirsi nel turpiloquio, senza incarognirsi nella facilità. [...] »

La Stampa

Lietta Tornabuoni

Viene subito in mente una battuta, tra lamentosa e buffa: “Perché siete tutti così sinceri con me? Cosa vi ho fatto di male?”. E un'altra: “Non emigrante, però, non emigrante”, ripetuta con l'insistenza di chi vuole smentire un destino storico o un luogo comune appiccicoso. Oppure lo rivedi quando, appoggiato a una porta, desolato, furente e insieme coraggiosamente conciliante, in Ricomincio da tre provava il suono del nome d'un futuro figlio, magari neanche suo: “Ugo. Ugo. Ugo.”. Tra i nuovi comici italiani di gran successo popolare, milanesi, romani, toscani, emiliani, era il solo napoletano, il solo erede d'una tradizione meravigliosa (però più vicino a Eduardo De Filippo che a Totò) e uno dei pochi capaci di raccontare la confusione, l'incertezza, la precarietà contemporanee nella vita delle persone giovani senza svenderla, senza incanaglire la realtà, senza involgarirsi nel turpiloquio, senza incarognirsi nella facilità. [...] »

La Stampa

Fulvia Caprara

Quel senso malinconico della vita, quel modo stanco di prendere in giro se stesso, quella fatica di adattarsi ai disagi della giovinezza, ai problemi con l’universo femminile, con gli amici ossessivi, con gli stereotipi rifiutati della napoletanità. Guardate dopo sembrano tutte cose legate strettamente alla fine. Arrivata un giorno dopo la conclusione delle riprese dell’ultimo film Il postino, diretto da Michael Radford e interpretato dall’attore-regista al fianco di Philippe Noiret, Maria Grazia Cucinotta, Anna Bonaiuto. Portabandiera di una comicità in linea con l’esempio di Eduardo De Filippo, Troisi aveva fatto ridere, e moltissimo, fin dalle prime apparizioni nel Centro Teatro Spazio del suo paese, San Giorgio a Cremano, poi nella «Smorfia», il gruppo fondato con Lello Arena e Enzo Decaro, poi in tv, nel programma di Enzo Trapani «No stop». [...] »

L'Unità

Renato Nicolini

Mi sembra impossibile che siano già trascorsi dieci anni dalla morte di Massimo Troisi, come la sua morte mi è sempre sembrata assurda. Agli artisti è spontaneo continuare sempre a fare domande, perché fanno ormai parte della nostra immaginazione, del nostro io più interno. Aspetto le risposte dal suo prossimo film, anche se so che non potrà più arrivare.
Ho incontrato, durante la sua vita, cinque volte Massimo Troisi, ogni volta in modo molto diverso dalle altre. Non sono stati i soli incontri, ma la memoria ne è stata assorbita da quelli che, per me, hanno finito per assumere un valore simbolico.
La prima volta è stato l’incontro di un giovane spettatore cinematografico, laureato da non molto ma già oltre la soglia dei trent’anni, ricercatore universitario, segretario della sezione Trevi Campo Marzio del Pci, con la passione del cinema e con l’intermittente sensazione, non troppo gradevole, di non conoscere affatto la propria strada e di stare perdendo tempo, con un film. [...] »

L'Unità

Renato Nicolini

Mi sembra impossibile che siano già trascorsi dieci anni dalla morte di Massimo Troisi, come la sua morte mi è sempre sembrata assurda. Agli artisti è spontaneo continuare sempre a fare domande, perché fanno ormai parte della nostra immaginazione, del nostro io più interno. Aspetto le risposte dal suo prossimo film, anche se so che non potrà più arrivare.
Ho incontrato, durante la sua vita, cinque volte Massimo Troisi, ogni volta in modo molto diverso dalle altre. Non sono stati i soli incontri, ma la memoria ne è stata assorbita da quelli che, per me, hanno finito per assumere un valore simbolico.
La prima volta è stato l’incontro di un giovane spettatore cinematografico, laureato da non molto ma già oltre la soglia dei trent’anni, ricercatore universitario, segretario della sezione Trevi Campo Marzio del Pci, con la passione del cinema e con l’intermittente sensazione, non troppo gradevole, di non conoscere affatto la propria strada e di stare perdendo tempo, con un film. [...] »

Il Giornale

Renzo Solinas

L’understatement è una qualità anglosassone. Sta a indicare la minimizzazione, la non esaltazione, il non prendersi troppo sul serio, il saper valutare nel giusto rapporto ciò che si fa e ciò che se ne riceve. Nel decennale della morte di Massimo Troisi, fra un coro di elogi in stile latino - sentimentalismo, lacrime e retorica - si può solo dire che in quanto comico napoletano l’unico vero inglese era lui. Come si fa a non rimpiangerlo?
Quando era al culmine della popolarità gli chiesero se avesse sempre voluto fare l’attore, se si trattasse, insomma, di una vocazione o, magari, di una missione. Rispose così: «Come aggio accuminciato? Ecco... io ero ‘nu guaglione... ero andato a vedere un grande film. [...] »

Il Giornale

Renzo Solinas

L’understatement è una qualità anglosassone. Sta a indicare la minimizzazione, la non esaltazione, il non prendersi troppo sul serio, il saper valutare nel giusto rapporto ciò che si fa e ciò che se ne riceve. Nel decennale della morte di Massimo Troisi, fra un coro di elogi in stile latino - sentimentalismo, lacrime e retorica - si può solo dire che in quanto comico napoletano l’unico vero inglese era lui. Come si fa a non rimpiangerlo?
Quando era al culmine della popolarità gli chiesero se avesse sempre voluto fare l’attore, se si trattasse, insomma, di una vocazione o, magari, di una missione. Rispose così: «Come aggio accuminciato? Ecco... io ero ‘nu guaglione... ero andato a vedere un grande film. [...] »

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