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Extraliscio - Punk da balera, Elisabetta Sgarbi ha reinventato un genere

Il film è un movimento che corre veloce. Le regole di linguaggio e drammaturgia del documentario sono tutte disattese.
di Pino Farinotti

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giovedì 17 giugno 2021 - Focus

“Ognuno di noi è tutte le somme che non ha contato: se venissimo sottratti e portati di nuovo nella nudità e nella notte, vedremmo cominciare a Creta, quattromila anni fa, l’amore che è finito ieri in Texas”.

Sono parole del romanzo di Thomas Wolfe "Angelo guarda il passato".

Una ragazzina balla il liscio in una balera del ferrarese. É di quelle parti, si diverte. É un flashback da cinema. Poi la ragazza, diventata donna e sottratta a quella provincia e a quell’esercizio, ha fatto cose importanti nello scenario più grande, la grande città, dove non è facile anche se sei un uomo dotato. Elisabetta Sgarbi ha prima pensato, poi sognato, si è impegnata, e infine ha realizzato qualcosa che appartiene solo a lei. Da quel valzer in balera –o forse era una mazurca- ha operato nella cultura, quella della scrittura, e l’ha estesa a tutte le parentele.

Basta la percezione di quello che ha fatto, sta nell’immaginario comune, non servono altre parole.

Conosco la Sgarbi, è il mio editore e cerco di immaginare la ragione del film Extraliscio. Non è facile entrare nella sua testa, posso pensare a uno stacco da overdose di cultura nobile, chiamiamola così. La signora lavora sulla sua Nave di Teseo, ragiona su gente come Patrick McGrat, Patricia Highsmith, Michel Houellebecq, Francesco Alberoni, Matthew McConaughey, fra i molti altri. Tiene d’occhio i premi Pulitzer che sono una costante delle pubblicazioni della “Nave”.

E poi deve gestire la macchina mostruosa che accorpa tutti e tutto, nella qualità più alta naturalmente, la Milanesiana. E allora cosa c’entrava Extraliscio – Punk da balera? Si ballerà finché entra la luce dell’alba? Cose romagnole, memorie di Casadei, il cui nome c’entra sempre, come eredità e ispirazione. Può essere che Sgarbi sentisse la necessità di un’aria dall’ossigeno più rarefatto e leggero. Oppure, dopo tanto tempo, sentisse il richiamo della provincia, il richiamo della mazurka. Favorito dall’incontro con Mirco Mariani, cantautore, compositore, anima degli Extraliscio. Moreno il biondo e Mauro Ferrara sono i nomi che faccio, fra gli altri che andrebbero fatti, se ci fosse lo spazio.

Il gruppo ha fatto fare al “liscio”, due o tre salti di categoria, proiettandosi nel pianeta della musica sincretica e di qualità, dove ci sono tutti i suoni del jazz. Spesso con momenti di virtuosismo. Dire “Romagna” è riduttivo. Alla Sgarbi quei musicisti devono molto, devono un salto, molto lungo, di popolarità.

E qui mi concedo, a mia volta, un richiamo. L’autore è Wim Wenders, il film Lisbon Story. Rudiger Vogler, l’attore prediletto del regista, si aggira nell’appartamento che lo ospita e sente una musica. Apre una porta e nella stanza ci sono i Madredeus che cantano una canzone “fado”. La sequenza è un incanto. Ancora Wenders: in Buena Vista Social Club evoca il sortilegio della musica cubana attraverso il suo eroe, Compay Segundo. Il gruppo portoghese e quello cubano hanno lo stesso debito verso Wenders che gli Extraliscio hanno verso Sgarbi.
 


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