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La regina degli scacchi, una serie ambiziosa diventata fenomeno

Uno dei prodotti Netflix più visto dell’anno appena passato che gioca con il simbolismo, la storia e lo sport.
di Lorenzo Gineprini, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

martedì 12 gennaio 2021 - Scrivere di Cinema

Da Rocky passando per Fuga per la vittoria e Million Dollar Baby, il cinema americano ha costruito una retorica ben precisa intorno allo sport, rappresentato come mezzo di riscatto sociale attraverso l’annientamento dell’avversario e il superamento dei propri limiti. La regina degli scacchi riconosce questa narrazione stereotipata, ma ne riprende la struttura per trasformarla. 
 

La prima scelta innovativa, quasi provocatoria, è proprio quella di incentrare la serie sugli scacchi. Contro alla percezione comune di un gioco lento e intellettuale, la serie Netflix esalta invece il carattere agonistico degli scacchi, la sottile violenza psicologica che si cela dietro a un gesto impercettibile come spostare un pedone. Coinvolgere il pubblico generalista con scene statiche di personaggi che riflettono davanti a una scacchiera non era una scommessa banale, ma il regista Scott Frank la vince anche grazie all’attenzione ai dettagli. Dietro alla serie Netflix c’è un grande lavoro per rendere ogni mossa verosimile. Tra i consulenti della serie ci sono stati infatti Bruce Pandolfini, coach e trainer di fama internazionale, e l’ex campione del mondo di scacchi Garri Kasparov. Anche se la maggior parte del pubblico non è in grado di riconoscere lo studio dietro alle singole partite, l’utilizzo di un gergo specifico e la costruzione di un particolare linguaggio del corpo conferiscono agli scacchi un’aura sacrale, rendendo le partite ipnotiche.

Ciò consente alla serie Netflix di non usare gli scacchi solo come strumento narrativo al servizio del percorso di formazione della protagonista, ma di renderli il perno intorno a cui ruotano anche i significati simbolici dell’opera. Come Beth rivela in un’intervista, la scacchiera è per lei un mondo in cui sentirsi sicura: “Posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. Prima di essere una competizione con un avversario, gli scacchi sono per Beth un luogo in cui cercare di controllare la casualità dell’esistenza. Alla retorica dello sforzo fisico, La regina degli scacchi contrappone il disciplinamento della ragione, che diventa anche un esercizio per dominare sé stessi. Di notte, quando i ricordi della sua infanzia si fanno più dolorosi, Beth visualizza la scacchiera sul soffitto e, mentre nella sua mente muove le pedine secondo percorsi ordinati, impara anche a controllare la sua ansia.

L’ulteriore ambizione della serie Netflix sta nell’arricchire il simbolismo degli scacchi con una dimensione storica. Gli scacchisti furono i primi sportivi, e per lungo tempo gli unici, a cui l’Unione sovietica consentì di partecipare a tornei internazionali, perché l’U.R.S.S voleva utilizzarli come strumento di propaganda politica e mostrare al mondo il primato intellettuale del comunismo. Peccato che questo spunto venga annacquato nella classica rappresentazione hollywoodiana della Guerra fredda, con il ritratto di una ragazzina americana che, con uno creatività e senza timore reverenziale, batte il campione del mondo russo, fredda macchina calcolatrice priva di intuito. Il tutto culmina in improbabili scene fuori dalla storia, come la celebrazione di Beth di fronte alla folla sovietica in delirio, che la omaggia come se fosse una popstar contemporanea.


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