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Rebecca, un nuovo doppio per riflettere ancora una volta sulle nostre paure

Il romanzo di Daphne Du Maurier viene riproposto sullo schermo e rimane sempre attuale. Disponibile su Netflix.
di Elisa Teneggi, Vincitrice del Premio Scrivere di Cinema

Lily James (Lily Chloe Ninette Thomson) (31 anni) 5 aprile 1989, Esher (Gran Bretagna) - Ariete. Interpreta Mrs. de Winter nel film di Ben Wheatley Rebecca.
mercoledì 25 novembre 2020 - Scrivere di Cinema

Rebecca, ancora. A distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione (era il 1938), il romanzo di Daphne Du Maurier continua a trovare terreno fertile nello schermo cinematografico. La sua trasposizione più recente, ora disponibile su Netflix, è a firma di Ben Wheatley, e vede protagonisti Armie Hammer (nei panni di Maxim de Winter) e Lily James (come nuova moglie di Max). A distanza di quasi un secolo, la nostra ossessione per il doppio si ostina a non cedere il passo. Come sempre, premeremo Play. Come sempre, vorremmo essere sia Rebecca, oscura “prima moglie” che la sua giovane, innocente sostituta.

È una storia lunga, quella del doppio. Dal teatro e dalla letteratura greco-latina, dove il doppio è concepito come espediente narrativo, passando per il teatro shakespeariano, per poi, grazie al Romanticismo tedesco, insinuarsi sottopelle alla coscienza moderna nella forma del Doppelgänger, il doppio-ombra, la cui consistenza ontologica sta in irrisolvibile bilico tra oggettività e proiezione fantastica. Alla nostra civiltà, nei secoli ante-cinema, è piaciuto vedere doppio, e letteralmente. Per quanto giovane, però, la settima arte si è inserita fin da subito in dialogo proficuo e attivo con le Humanities che l’avevano preceduta.
 

Espressionismo, noir, poliziesco, horror. Tanti i generi, e gli autori, che applicano a loro vantaggio le suggestioni del doppio. Si pensi, in via d’esempio, al rappresentante della storia del cinema per eccellenza, La donna che visse due volte (Vertigo, 1958, Alfred Hitchcock), dove il gioco dell’ombra diventa addirittura duplice, coinvolgendo tanto il protagonista (il celeberrimo detective Scottie di James Stewart) quanto la sua spalla. Si pensi a Mulholland Drive (David Lynch, 2005), anch’esso inserito in lizza per i titoli migliori della storia dell’immagine mobile, anch’esso incentrato attorno all’indecifrabile potere del doppio.

I tempi moderni sembrano però generalmente prediligere un nuovo tipo di doppio, non più ombra ma impalpabile, virtuale. La dicotomia regnante, accompagnata da una marea di innumerevoli declinazioni, è digitale / analogico. L’angoscia non è più fornita da qualcosa che già si sente accanto a noi, ma qualcosa che si pre-sente: futuro, cambiamento, perdita, macro-categorie che prendono poi corpo in viaggi temporali, tecnologia minacciosa, e chi più ne ha, più ne metta. Per questo, nel corso di una pandemia che ci ha costretto a ripensare il nostro rapporto con il digitale, parlare di Rebecca assume una rilevanza del tutto particolare.

Rivedere la trama e l’ordito della Du Maurier sullo schermo di Netflix solleva domande più profonde rispetto allo whodunit di thriller, gialli, storia del mistero. Ci fa riflettere su che cosa sappia, oggi, generare inquietudine, ovvero, quale sia il nostro rapporto con le componenti della nostra vita quotidiana. Che cosa ci spaventa: non sapere chi siamo? Essere invasi dall’esterno? Rimanere terribilmente imprigionati in noi stessi? Ai posteri l’ardua sentenza. Con Rebecca, però, siamo costretti a confrontare la questione. Ed è sempre un incontro proficuo.


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