I tempi sono maturi perché i festival più prestigiosi del mondo riequilibrino la bilancia dei generi che ha sempre privilegiato i registi uomini. L'affaire Weinstein, il movimento #metoo e l'intervista potente di Adèle Haenel, diffusa in diretta da Mediapart il 4 novembre 2019, sono passati di lì, diventando emblemi di una sequenza culturale e politica cruciale nel mondo del cinema.
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La parola è liberata, c'è un prima e un dopo, le mentalità e i comportamenti evolvono. Non possiamo che rallegrarci del cambiamento di paradigma e approvare senza riserva. Nel passaggio, talvolta impetuoso, le donne della settima arte non hanno sprecato una buona crisi, sedendosi intorno a un tavolo per la parità, l'uguaglianza e la diversità nel cinema e nell'audiovisivo.
Al di là delle stigmatizzazioni, che rischiano talvolta di fare del cinema una vittima collaterale (esemplare il caso Blow-Up di Michelangelo Antonioni 'attaccato' da Laure Murat, professoressa della UCLA), questo clima elettrico deve permettere collettivamente al settore di affrontare le sue disfunzioni. La missione è aprire un cantiere di riflessione ma soprattutto di misure concrete in favore di un'industria più ugualitaria, di rendere meno emotivo il dibattito e costruire concretamente un ecosistema più virtuoso.
Se Cannes e Venezia hanno ancora la tendenza a iscriversi nella continuità degli ultimi vent'anni, restando risolutamente maschili, Toronto ha dato il buon esempio assimilando all'indomani dello scandalo Weinstein la lezione di sessismo e interrogando le proprie abitudini, le proprie pratiche, la propria storia. Torino segue la nuova direzione paritaria e segna un passo avanti nell'evoluzione generale dell'industria cinematografica.
Malgrado la sotto-rappresentazione ancora flagrante e la differenza di salario nel campo delle professioni del cinema, la politica internazionale del 50/50 by 2020 lanciata da Toronto è un segnale di miglioramento.