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Lucia Bosè, da commessa a volto del cinema internazionale

All’attrice, scomparsa il 23 marzo, vanno riconosciuti i meriti di un cinema che tutti oggi ricordiamo. 
di Pino Farinotti

martedì 24 marzo 2020 - Focus

Lucia Bosè (1931-2020) era una normale ragazza milanese che lavorava come commessa nella storica pasticceria Giovanni Galli in via Victor Hugo. Conosco bene quel negozio, che adesso viene gestito da Ferruccio Galli, quarta generazione. Non era ancora nato quando c’era la Bosè, però ha molte cose da raccontare, a cominciare dalla simpatia e dalla bellezza della futura attrice. “Mi diceva mio nonno che quando smontava, fuori c’era la fila, prima che diventasse famosa.” Uno dei clienti più affezionati, grande appassionato di marron glacés, era Luchino Visconti che non mancò di notarla e di segnalarla per il concorso di miss Italia a Stresa, era il 1947. Le competitor si chiamavano Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Eleonora Rossi Drago. Niente meno. Ma vinse Lucia, aveva sedici anni.
 

Una che prevale in quel modo è chiaro che avrà un destino propizio, meritato, perché Lucia non era solo una delle tante miss, aveva charme e stile, sapeva indossare abiti di classe, e oltrepassava il cliché italiano, era alta un metro e 73, corpo perfetto, insomma una internazionale.
Pino Farinotti

Avrebbe dovuto far parte del cast di Riso amaro, ma la famiglia diffidava del cinema e non glielo permise. La parte venne data alla Mangano. Era il 1949, ma l’anno dopo il destino si compì e Lucia venne scelta per la parte di Lucia Silvestri, protagonista di Non c’è pace tra gli ulivi , il suo partner era Raf Vallone e il regista Giuseppe De Santis, uno dei referenti del nostro realismo. La Bosè era una popolana contesa da due pastori.

Neorealismo dunque, ma la ragazza era pronta per altri registri e l’occasione, decisiva, arrivò in quello stesso anno, da un autore che andava oltre il genere, Michelangelo Antonioni che, per il suo Cronaca di un amore,  volle l’attrice nel ruolo di Paola, una milanese della buona borghesia, che frequenta mostre d’arte e atelier, e che si fa un amante alternativo, Massimo Girotti, un avventuriero triste che vive di espedienti. La Bosè gestisce alla perfezione, con naturalezza, anche quel ruolo. Antonioni la ripresenta tre anni dopo ne La signora senza camelie dove Lucia è Clara, una commessa che viene notata da un cineasta – ma guarda - che la impiega in parti dove deve solo mostrarsi, non recitare.

Il 1955 è un altro anno importante, l’attrice sposa il torero Dominguin, personaggio dominante e invasivo. Il cinema, per qualche anno viene abbandonato. Negli anni sessanta c’è un ritorno, con momenti qualità, seppure in ruoli non centrali. La chiamano Francesco Rosi (Cronaca di una morte annunciata), Tonino Cervi (L’avaro), Roberto Faenza (I vicerè). Nell’ultimo periodo è apparsa in alcune puntate di Capri 3

È più che legittimo ricordandola, riconoscerle ciò che è suo, che è molto, perché Lucia Bosè ha fatto parte di un cinema al quale tutto il mondo si riferiva.  
 


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