Nel giorno del suo compleanno si ricorda un grande attore e un grande uomo. Un omaggio di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti
Il 26 gennaio del 1925, a Cleveland, Ohio, nasceva Paul Newman. E' stato un grande attore e un grande uomo. Modello di alcune generazioni, la mia compresa. Eravamo giovani, impegnati nelle università negli anni belli, del cambiamento, della rivoluzione giovanile, delle piazze e dei cortei, e
Newman, con la sua azione e il suo appeal indicava certe strade. Erano gli anni sessanta-settanta, molti di quegli stimoli arrivavano dall'America, da Washington e da Berkeley. Ma tutto era partito prima, dal 1945, dalla guerra finita.
Paul Newman era imbarcato su una portaerei, nel Pacifico. Tornò, e come tanti giovani americani, sapeva cosa significava una guerra, aveva visto le
distruzioni, il sangue, conosceva i lager. Migliaia di ragazzi come lui erano tornati a casa nelle bare. L'America prendeva atto e cambiava, nel sentimento, nella cultura, nella vita. E nello spettacolo. J.D. Salinger, un reduce, nel 1951 firmava Il giovane Holden, storia di un adolescente che si ribella alla famiglia, alla scuola, all'autorità costituita, a tutto. Quel titolo sarebbe diventato un "romanzo del secolo" americano.
Ribellione era dunque la parola d'ordine, assunta da un gruppo che avrebbe stravolto il cinema e il teatro, quello dell'Actors Studio. Newman fu uno dei primi iscritti, insieme a gente come Dean, Clift e Brando. Sappiamo cos'hanno combinato. Prendevano il testimone dalla generazione precedente, quella di Cary Grant e Gary Cooper, eroi belli, buoni, spesso in smoking. Quelli dell'"Actors" riscrivevano l'America e i jeans e il giubbotto erano più in linea coi nuovi tempi.
Soprattutto Newman e compagnia non si limitavano al ruolo di attore. Entravano nella vita della gente, sempre da una piattaforma progressista, schierandosi, nelle campagne, al fianco del candidato democratico. Brando e Newman ne erano gli eroi. Un antagonismo forte e appassionato. Brando era inarrivabile per magia di presenza, unica nel cinema, ma Newman è stato più longevo, attento e intelligente.
Dopo il debutto, infelice, con Il calice d'argento, Paul giura che non interpreterà mai più un film in costume: giuramento mantenuto. Dovrà aspettare due anni per sfondare, col celebre Lassù qualcuno mi ama. Tecnicamente ancora imperfetto, alterna momenti di grande intensità ad altri di maniera eccessiva. Si perfezionerà negli anni. Nel 1961 nel ruolo di Eddie Felson, giocatore di biliardo, ecco la consacrazione con Lo spaccone. Newman è un numero uno. Fra poco sarà il numero uno. Il personaggio è pronto: è cinico ma non del tutto, ha un rapporto difficile con le donne, si connota come eroe moderatamente maledetto, in contrasto con le autorità e dalla parte dei deboli, debole, apparentemente, a sua volta.
Ha quarant'anni, è consapevole e maturo. Detective's story (lui è
il detective privato Harper), e Nick mano fredda (è un detenuto) non sono certo film perfetti, ma è lì che Newman e più Newman. C'è stata anche un'esperienza, difficilissima, con Hitchcock (Il sipario strappato). L'attore affronta il nuovo decennio, i Settanta, con grande attenzione alle scelte.
Adeguarsi a ruoli diversi, più maturi, secondo l'anagrafe e i tempi che cambiavano, è stata la sua migliore prerogativa. L'eroe invecchiava, ma bene.