Sembra un'accetta, ma le assicuro che non voleva esserlo. Passiamo a Peterloo: è la prima volta che lavora su un orizzonte davvero collettivo, c'è una pluralità di voci e di discorsi senza precedenti per lei.
Ho voluto fare un film in cui gli individui potessero scomparire, non ci sono attori o personaggi che si caricano il film sulle spalle. Non avrei potuto concentrarmi su un gruppo ristretto di pochi personaggi, perché la storia di questi eventi racchiude molteplici narrazioni che richiedono un approccio più politico, dal punto di vista istituzionale.
C'è una particolare enfasi sensoriale e corporea nel suo mettere in scena il passato, che mi ha ricordato Ermanno Olmi ne Il Mestiere delle Armi.
Sì, anche se il mio preferito rimane L'Albero degli Zoccoli!
Ma al tempo stesso c'è qualcosa di astratto nella struttura, un modo altamente concettuale di mettere in scena la parola e il discorso politico che il pubblico forse trova straniante.
Sì, sono d'accordo, e spero che nel tempo il film trovi il suo posto nella percezione degli spettatori. Capisco a cosa ti riferisci parlando di questo aspetto concettuale, perché abbiamo provato a distillare l'essenza di una questione complessa nelle sue molteplici sfaccettature, anche se non so se sia davvero più concettuale dei miei film precedenti.
È ancora a suo agio con l'etichetta del realismo sociale? Definisce ancora il suo cinema?
Mi piace pensare di fare del realismo, ma non del naturalismo. Il principio guida rimane quello di guardare alla società e ai temi sociali. Accetto l'etichetta, ma trovo che non vada applicata solo ad alcuni dei miei film, come vedo fare spesso. Meantime, ad esempio, ai miei occhi possiede lo stesso realismo sociale di un film come Topsy-Turvy. Perché il modo in cui osservo le persone e la vita è il medesimo.
Il suo metodo di lavoro e il tono dei suoi film sono marchi di fabbrica. Come li vede riflessi nell'evoluzione di una nuova generazione di registi britannici? Nei mesi scorsi ad esempio si è parlato molto del sapore "alla Leigh" dell'ultimo film di Ben Wheatley, Happy New Year Colin Burstead.
Ero presente in sala durante una proiezione di quel film all'ultimo London Film Festival, anche se non credo che Ben sapesse della mia presenza. So che ha fatto riferimento a qualche mio film. Penso sia meglio non espormi troppo sull'argomento, ma devo dire che tra i suoi lavori quello che apprezzo di più è A Field in England, davvero ottimo. Di Happy New Year, Colin Burstead si è parlato molto per i tempi di lavorazione molto brevi, circa dieci giorni. Diciamo che, sullo schermo, quei dieci giorni si notano tutti.
Lei è sempre molto deciso nel rivendicare l'adattabilità del suo processo di osservazione in termini di differenze di classe e di cultura. Cosa mi dice invece dell'aspetto generazionale? Sente di avere il polso della società del 2019?
Questo non mi preoccupa, mi sento in contatto con il mondo. Sono molto vicino ai miei figli, uno fa il regista e l'altro l'illustratore. Abbiamo un bel rapporto. Sono stato il presidente della London Film School per tanti anni, lavorando con molti giovani cineasti. Vivo la mia vita con le antenne ben dritte, ascolto il mondo. Ascolto persone come te. Quello che non voglio fare è perdere tempo con Facebook e Instagram e quelle robe lì, per motivi che immagino siano piuttosto ovvi. Il mondo sta cambiando rapidamente, ma io mi mantengo in ascolto.