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Mike Leigh: 'Le mie antenne dritte in un mondo che cambia'

Il regista racconta la sua carriera alla vigilia dell'uscita di uno dei suoi film più ambiziosi, Peterloo al cinema da giovedì 21 marzo.
di Tommaso Tocci

Mike Leigh (76 anni) 20 febbraio 1943, Manchester (Gran Bretagna) - Pesci. Regista del film Peterloo.
martedì 19 marzo 2019 - Incontri

Ospite del Luxembourg City Film Festival per ricevere un premio alla carriera e parlare del suo cinema in una masterclass con Michel Ciment, il regista britannico Mike Leigh si prepara all'uscita di uno dei suoi film più ambiziosi, Peterloo. A 76 anni, ha appena firmato un'opera in costume dai mezzi produttivi più imponenti del solito, ricostruendo il disastroso scontro tra manifestanti e forze governative avvenuto nei pressi di Manchester nel 1819.

Dopo la presentazione in concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Peterloo esce nelle sale a una settimana dallo storico avvento della Brexit, simbolo della storia contemporanea britannica anche più di quanto Peterloo lo sia stato per quella vittoriana, duecento anni fa esatti.
Tommaso Tocci

L'attualità del film è quindi garantita, con un occhio al rapporto sfibrato tra istituzioni e cittadini, e un altro ai modi in cui la comunicazione politica viene piegata agli interessi più biechi. Peterloo consegna al pubblico un Leigh diverso da quello dei suoi più grandi successi (Segreti e Bugie, Happy Go Lucky, Il Segreto di Vera Drake) e più radicalmente sperimentale anche rispetto al suo precedente film in costume, il biopic Turner.

Osservazione e discernimento rimangono i principi cardine del lavoro di una vita per Leigh, notoriamente puntiglioso anche fuori dal set. Prima di sederci al tavolo di un hotel nel centro di Lussemburgo, non fa mancare critiche un po' su tutto, dalla gigantesca foto proiettata sullo schermo durante la cerimonia di consegna del premio ("Vedo lassù il brutto volto di un uomo molto anziano, e la cosa non mi piace"), alla disposizione delle tazze di tè sul tavolino, passando per - ovviamente - ognuna delle nostre domande e perfino per uno scarabocchio che scorge a margine degli appunti ("Cos'è, un'accetta? È inquietante che un giornalista disegni accette mentre parlo!").


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In foto una scena del film Peterloo.
In foto una scena del film Peterloo.
In foto una scena del film Peterloo.
L'INTERVISTA

Sembra un'accetta, ma le assicuro che non voleva esserlo. Passiamo a Peterloo: è la prima volta che lavora su un orizzonte davvero collettivo, c'è una pluralità di voci e di discorsi senza precedenti per lei.
Ho voluto fare un film in cui gli individui potessero scomparire, non ci sono attori o personaggi che si caricano il film sulle spalle. Non avrei potuto concentrarmi su un gruppo ristretto di pochi personaggi, perché la storia di questi eventi racchiude molteplici narrazioni che richiedono un approccio più politico, dal punto di vista istituzionale.

C'è una particolare enfasi sensoriale e corporea nel suo mettere in scena il passato, che mi ha ricordato Ermanno Olmi ne Il Mestiere delle Armi.
Sì, anche se il mio preferito rimane L'Albero degli Zoccoli!

Ma al tempo stesso c'è qualcosa di astratto nella struttura, un modo altamente concettuale di mettere in scena la parola e il discorso politico che il pubblico forse trova straniante.
Sì, sono d'accordo, e spero che nel tempo il film trovi il suo posto nella percezione degli spettatori. Capisco a cosa ti riferisci parlando di questo aspetto concettuale, perché abbiamo provato a distillare l'essenza di una questione complessa nelle sue molteplici sfaccettature, anche se non so se sia davvero più concettuale dei miei film precedenti.

È ancora a suo agio con l'etichetta del realismo sociale? Definisce ancora il suo cinema?
Mi piace pensare di fare del realismo, ma non del naturalismo. Il principio guida rimane quello di guardare alla società e ai temi sociali. Accetto l'etichetta, ma trovo che non vada applicata solo ad alcuni dei miei film, come vedo fare spesso. Meantime, ad esempio, ai miei occhi possiede lo stesso realismo sociale di un film come Topsy-Turvy. Perché il modo in cui osservo le persone e la vita è il medesimo.

Il suo metodo di lavoro e il tono dei suoi film sono marchi di fabbrica. Come li vede riflessi nell'evoluzione di una nuova generazione di registi britannici? Nei mesi scorsi ad esempio si è parlato molto del sapore "alla Leigh" dell'ultimo film di Ben Wheatley, Happy New Year Colin Burstead.
Ero presente in sala durante una proiezione di quel film all'ultimo London Film Festival, anche se non credo che Ben sapesse della mia presenza. So che ha fatto riferimento a qualche mio film. Penso sia meglio non espormi troppo sull'argomento, ma devo dire che tra i suoi lavori quello che apprezzo di più è A Field in England, davvero ottimo. Di Happy New Year, Colin Burstead si è parlato molto per i tempi di lavorazione molto brevi, circa dieci giorni. Diciamo che, sullo schermo, quei dieci giorni si notano tutti.

Lei è sempre molto deciso nel rivendicare l'adattabilità del suo processo di osservazione in termini di differenze di classe e di cultura. Cosa mi dice invece dell'aspetto generazionale? Sente di avere il polso della società del 2019?
Questo non mi preoccupa, mi sento in contatto con il mondo. Sono molto vicino ai miei figli, uno fa il regista e l'altro l'illustratore. Abbiamo un bel rapporto. Sono stato il presidente della London Film School per tanti anni, lavorando con molti giovani cineasti. Vivo la mia vita con le antenne ben dritte, ascolto il mondo. Ascolto persone come te. Quello che non voglio fare è perdere tempo con Facebook e Instagram e quelle robe lì, per motivi che immagino siano piuttosto ovvi. Il mondo sta cambiando rapidamente, ma io mi mantengo in ascolto.


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