Domenica 28 febbraio sulla "Lettura" del "Corriere della sera" c'era un editoriale di Paolo Di Stefano sul libro di Paola Italia "Il metodo di Leopardi" dove vengono messi a confronto i metodi di lavoro di Leopardi e di Manzoni. L'analogia può essere impropria ma ho pensato a "quei due" giganti dell'Ottocento e a "quelli" dell'era contemporanea. Momenti assolutamente diversi, certo, con l'Italia da fare e una qualità diversa di passioni. Leopardi era uno stanziale ultrastudioso che pensava e trasmetteva cose magnifiche, da poeta, scrittore, e filosofo. Manzoni aveva vissuto a lungo a Parigi e in una Milano che era un modello di dottrina illuminista. Una cultura da rivoluzione francese prima della rivoluzione stessa. Era stato, con la sua scrittura, un protagonista del Risorgimento, così come Verdi lo era stato con la sua musica. Dunque non è semplice un contrappasso col Novecento e primi duemila.
E allora rimane la possibilità di un focus sui talenti italiani recenti e contemporanei. Gente che ha oltrepassato i confini e dettato sentimento e cultura al mondo. Fatta una selezione arbitraria e di getto, rispetto ai segnali dell'Italia, storica culla della cultura universale, oggi tutti ci riconoscono... la moda, il design, e qualche picco individuale nelle arti. Abbiamo avuto dei Nobel della letteratura, Quasimodo, Montale e Fo. Sempre che il Nobel faccia testo, perché tutti si chiedevano perché Ungaretti, forse il primo referente in quel senso, non lo abbia ottenuto.
Abbiamo inventato una corrente "realista" del cinema, che ha dettato a tutti i movimenti, e abbiamo avuto Fellini, cinque Oscar. Pavarotti è... Pavarotti. Il Piccolo Teatro di Milano è un modello che non è improprio definire "colonizzatore". Gli eroi sono Strehler e Ronconi, puri inventori. Umberto Eco è l'italiano più tradotto nel mondo. Un nome forse non popolare come quelli fatti è Maurizio Cattelan, una star dell'arte contemporanea, l'unico italiano a cui il Guggenheim di New York abbia dedicato una personale con tutte le sue opere. Ribadisco, è un tentativo certo arbitrario di sintesi. Con omissioni, perfetto per non essere magari condiviso dalla rete. Per dire che Morricone entra a pieno diritto in questo cartello.
Se devo indicare una mia predilezione personale sugli spartiti del musicista cito Il ritorno di Ringo del 1966 di Duccio Tessari, con Giuliano Gemma. Ritengo quel western migliore di alcuni di Sergio Leone. È la storia di un ufficiale che torna dalla guerra civile e che era creduto morto. Vede le tombe dei suoi genitori e sua moglie che sta per sposare un ricco messicano. Il tema musicale di Il ritorno di Ringo è potente ma si adegua a tutti i registri: l'avventura, la tensione, il momento d'amore e il "ritorno". Con un uso strumentale completo. Alla Ennio Morricone.