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La politica degli autori: Sergio Sollima

L'uomo che realizzò Sandokan, visto da 27 milioni di persone.
di Mauro Gervasini

In foto Kabir Bedi in una scena di Sandokan.
Kabir Bedi (73 anni) 16 gennaio 1946, Mumbai (India) - Capricorno. Interpreta Sandokan nel film di Sergio Sollima Sandokan.

mercoledì 8 luglio 2015 - Approfondimenti

Quando 35 anni fa Edoardo Bennato sosteneva che la chitarra fosse una spada e nei sogni di bambino chi non ci credeva era un pirata, forse non si riferiva a Sandokan ma io sì. La Tigre nella Malesia dei migliori romanzi di Emilio Salgari era tornato celeberrimo grazie a uno sceneggiato televisivo, Sandokan appunto, realizzato da Sergio Sollima nel 1976, con Kabir Bedi nel ruolo del protagonista, Philippe Leroy in quello di Yanez, Adolfo Celi cattivissimo Lord Brooke e Carole André bellissima Marianna. Fin da piccolo sono stato magneticamente attratto dai comprimari, e quindi, a parte l'inarrivabile de Gomera, io del telefilm ricordo soprattutto il misterioso Tremal-Naik, che nella mia memoria piomba sempre giù da qualche albero della giungla nera letale come un cobra.

Sollima è scomparso lo scorso 1 luglio a 94 anni, e molto di lui si è detto e ricordato. Lo conobbi nel 2002 a Gradara, ad una manifestazione cinefila organizzata dal forum Gente di rispetto e da Nocturno. Parlammo a lungo, soprattutto di western, ma di fronte a una platea di giovanissimi, alcuni dei quali neppure nati quando Sandokan andò in onda, ci tenne a revocare qualcosa del suo passato non estraneo all'idea di un cinema popolare non banale, "impegnato".

La gioventù, gli anni della guerra, la scelta di campo drammatica e coraggiosa (partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica, i GAP), combattente a Roma, la sua città, e nel Lazio. Secondo Alberto Crespi «Il Sandokan televisivo è un grande sceneggiato partigiano», e io credo che lo stesso Sollima un poco ci credesse. Erano anche anni di rivolta e c'era urgenza di un altro schierarsi. Franco Solinas nel 1967 s'inventa il personaggio di Cuchillo, peone messicano, e il regista scrive (con Sergio Donati) e dirige nel 1968 La resa dei conti, dove un gringo (Lee Van Cleef) e Cuchillo prima si affrontano e poi si alleano. Le potenzialità politiche del personaggio, interpretato da Tomás Milian, si rivelano in un altro western, Corri uomo corri, dove in palio ci sono oro e rivoluzione. Si comincia a parlare di western terzomondista, ma per Sollima non è una moda, la sua messa in scena barocca esprime adesione quasi carnale alla causa dei peones. Sono legatissimo anche a Città violenta (1970), un noir americano da un soggetto di Dino Maiuri e del grande Massimo De Rita, forse non troppo compatto da un punto di vista narrativo (qualche lungaggine) ma con una regia a tratti depalmiana (ante litteram, però) e una grande interpretazione di Charles Bronson, con il quale sembra che Sollima non andasse molto d'accordo. Amici veri invece lui e Kabir Bedi, presente alla esequie alla Casa del cinema di Roma lo scorso 3 luglio.

Diedero vita insieme a uno dei capolavori del piccolo schermo, perché Sandokan, visto in tutto il mondo, fu il primo "teleromanzo" italiano a essere realizzato con la cura e l'imponenza produttiva di un kolossal cinematografico. Gli spettatori ricordano l'epica del racconto, le emozioni provate, i personaggi esotici e magnifici ma anche la "confezione", con la musica dei fratelli De Angelis (ovvero gli Oliver Onions) e la tigre stilizzata delle bandiere di Mompracem, che da piccolo volevo a tutti i costi tatuarmi addosso. La sera dell'ultima puntata (parliamo di 39 anni fa...) pareva che il mondo si fosse fermato. Sandokan fu visto da 27 milioni di persone, una audience mai raggiunta prima da nessun'altro programma televisivo. La critica fece orecchie da mercante (non so chi abbia detto o scritto questa frase riferita al telefilm: «operazione culturale sciocca e inutile di riesumare in televisione romanzi ridicoli», ma è stata detta o scritta...). Intanto, prima di compiere dieci anni avevo letto tutti i romanzi di Salgari del ciclo indo-malese, e "La rivincita di Yanez", edizione illustrata dell'editore Campironi, è stato per un tempo che mi pare infinito il mio "livre de chevet".

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