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Edgar Wright: «Baby Driver? Un action movie guidato dalla musica»

Il regista racconta il suo film e spiega com'è nato il personaggio di Baby, un ventenne atipico che sfugge alla schiavitù della tecnologia. Dal 7 settembre al cinema.
di Paola Casella

Edgar Wright (43 anni) 18 aprile 1974, Poole (Gran Bretagna) - Ariete. Regista del film Baby Driver - Il genio della fuga. Al cinema da giovedì 7 settembre 2017.
lunedì 7 agosto 2017 - Incontri

Bastano i primi sei minuti, ovvero la sequenza che precede i titoli di testa, per accorgersi che Baby Driver non è un film d'azione come gli altri. "È un action movie guidato dalla musica", sintetizza Edgar Wright, il regista e sceneggiatore inglese al volante.

Dunque lei non lo definirebbe un musical.
Non nel senso tradizionale del termine, ma la musica è fondamentale: non come tappeto sonoro, ma come motore della storia e ritmo di tutte le performance.

Possiamo dire che Baby Driver e La La Land stanno reinventando il film musicale?
Direi di sì. I due film sono stati girati quasi in contemporanea, senza sapere nulla l'uno dell'altro, eppure in qualcosa si somigliano, e concordo sul fatto che ognuno a modo loro abbia trovato una maniera originale di reinterpretare il genere musicale.


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In foto una scena del film Baby Driver.
In foto una scena del film Baby Driver.
In foto una scena del film Baby Driver.

Anche l'attenzione che i protagonisti dei rispettivi film, Baby in Baby Driver e Seb in La La Land, riservano a tutto ciò che è vintage, soprattutto in tema di musica e supporti audiovisivi, sembra simile.
Con Baby Driver non ho voluto creare un eroe nostalgico, tra l'altro di un'epoca che non ha mai conosciuto essendo nato negli anni '90, ma un personaggio senza tempo, non schiavo della tecnologia come lo sono i ventenni di oggi. Baby non ha né uno smartphone né un computer: quanti suoi coetanei nel mondo occidentale potrebbero dire lo stesso? Ma il suo non è tanto un rifiuto del presente e del futuro quanto un desiderio di rimanere isolato dal mondo, e sottolineare la sua diversità dagli altri.

Ha scelto Ansel Elgort, idolo delle teenager grazie a Colpa delle stelle e alla saga di Divergent, per attirare in sala il pubblico giovane?
No, l'ho scelto perché aveva molte delle caratteristiche del personaggio che, già in sceneggiatura, era un ventenne con un gran senso del ritmo e un immenso amore per la musica. Ansel ha ricevuto un training da ballerino e fa il disc jockey. Il fatto che sia anche un bel ragazzo che piace alle ragazzine non guasta, ma non è il motivo per cui si è guadagnato il ruolo.

Il personaggio di Debora in Baby Driver ricorda quello di Shelly in Twin Peaks, e Lily James assomiglia anche fisicamente a Madchen Amick. È un omaggio voluto?
No, è del tutto casuale. Certo, ogni volta che in un film si vede un diner stile anni '50 non si può non pensare a Lynch e al suo modo di raccontare il mito americano. Inoltre David ha avuto sulla mia formazione un'enorme influenza che non poteva non confluire nel mio film. Anche la scelta di affidare uno dei ruoli principali a Jamie "Django" Foxx e quella di ingaggiare la star messicana Eiza Gonzalez testimoniano la mia amicizia con Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.


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In foto una scena del film Baby Driver.
In foto una scena del film Baby Driver.
In foto una scena del film Baby Driver.

A tratti Baby Driver sembra un film muto: il protagonista parla poco e comunica con il padre adottivo nel linguaggio dei segni, e la musica viene usata a commento dell'azione come facevano i pianoforte che accompagnavano dal vivo le proiezioni all'epoca del muto.
Penso anch'io che Baby Driver potrebbe essere un film muto anche perché, al contrario dei miei film precedenti che erano logorroici, qui ho ridotto i dialoghi al minimo. Mi è sembrato così di rendere questa storia comprensibile a tutte le latitudini, perché la musica e il silenzio sono linguaggi universali. Dal punto di vista creativo è stata una sfida a cimentarmi con qualcosa di veramente nuovo per me.

Il cinema anglosassone, secondo lei, dà spazio all'innovazione?
Molto cinema anglosassone funziona come un franchising, ripetendo all'infinito format già apprezzati e dunque commercialmente più sicuri. Ma quest'anno ho visto affacciarsi vari film davvero innovativi: cito due titoli molto diversi l'uno dall'altro, Dunkirk di Christopher Nolan e Scappa di Jordan Peele, cui aggiungo anche il mio Baby Driver. Film verso i quali la risposta degli spettatori è stata entusiastica, il che sembra indicare che il pubblico vuole anche prodotti originali, non solo sequel o remake. È bene che gli studios si attrezzino per fare spazio ai progetti più innovativi e coraggiosi.


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