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Abbas Kiarostami

Abbas Kiarostami. Data di nascita 22 giugno 1940 a Teheran (Iran) ed è morto il 4 luglio 2016 all'età di 76 anni a Parigi (Francia).

ll cinema inizia con Griffith e finisce con Kiarostami

A cura di Fabio Secchi Frau

«Il cinema inizia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiastorami», queste furono le parole del maestro Jean-Luc Godard nei riguardi del noto regista iraniano Kiarostami, che non si è limitato a affascinare Godard, ma anche un altro autore del cinema americano, Martin Scorsese che dichiara pubblicamente che Kiarostami rappresenta il livello più alto di un regista cinematografico. Parole di ammirazione che hanno imbarazzato Abbas Kiarostami e che lo hanno spinto ad ammettere che forse, tutta questa ammirazione nei suoi confronti, sarebbe stata più appropriata dopo la sua morte. Ma il suo operato nell'arte non si limita solo al cinema, dove è pure sceneggiatore, ma anche alla fotografia, alla pittura, all'illustrazione e, pensate bene, al design grafico. Fa parte di una generazione di registi del suo paese nota anche come "l'Iranian New Wave", esponenti del cinema persiano che comincia a farsi sentire alla fine degli Anni Sessanta e che include pionieri come Forough Farrokhzad, Sohrab Shahid Saless, Bahram Beizai e Parviz Kimiavi. Poetico nei dialoghi e allegorico nella narrazione e nelle immagini, i suoi film sono intrisi di politica e filosofia, materie che spiega usando come protagonisti i bambini che pone al centro di documentari o lungometraggi. Le sue storie partono da villaggi rurali, esplorati soprattutto usando una cinepresa dentro un'automobile. Contemporaneo e molto attivo, non si limita però a descrivere la sua realtà, ma va oltre. Si spinge in un'Uganda devastata dall'AIDS, dove sofferenze e agonie si mischiano alla gioia, alla frenesia e all'incredibile forza d'animo dei bambini sieropositivi. È così che i documentari commissionati dall'Onu diventano riflessioni sull'etica del fare cinema. Non si inquadra il dolore, ma emozionanti e sereni aspetti di una tragedia africana. Spoglio, penetrante, realistico ma con vocazioni simboliche, è questo il cinema di Kiarostami.

Vita a Teheran
Nato a Tehran, in Iran, nel 1940, laureato all'Università di Belle Arti della sua città, prima di iniziare a lavorare come regista si è impegnato come graphic designer per poster, cartelloni pubblicitari e illustrazioni in libri per bambini. Affiliato al Center of Intellectual Development of Children and Young Adults, è qui che inizia a impegnarsi come regista in cortometraggi (Tadjrebeh, Zang-e Tafrih e Nan va Koutchech, firmati negli Anni Settanta). Ha ormai 30 anni e una famiglia a carico, moglie (Parvin Amir-Gholi, sposata nel 1969, dalla quale ha poi divorziato nel 1982) e due figli (Ahmad e Bahman), ma neanche la rivoluzione del 1979 lo spinge a migrare altrove. Rimane in Iran, deciso fermamente a consolidare la sua identità nazionale e a raccontare l'evoluzione del suo paese.

Il primo lungometraggio e i documentari
Ha già firmato il suo primo lungometraggio Mossafer (1974), la storia di un bambino di 10 anni che vuole vedere le partite della squadra di calcio iraniana e dopo varie avventure ci riuscirà. Poi si cimenterà nei documentari che maggiormente attestano il cambiamento storico del suo paese. È il tempo di Gli scolari (1984) e Compiti a casa (1989). Il documentario sarà il genere prediletto di questo regista che proseguirà il suo cammino artistico con altre bellissime opere di questo genere: ABC Africa (2001) e Five Dedicated to Ozu (2003).

Dov'è la casa del mio amico?
Nel 1987, dirige Dov'è la casa del mio amico? che gli farà ottenere il Leopardo di Bronzo, il premio FIPRESCI e il Premio Ecumenico della Giuria al Festival di Locarno. La sua carriera continua con lungometraggi intensi, dove incide sempre di più il suo stile asciutto, ma suggestivo e ispirato. A tal proposito, riceve il François Truffaut Award al Giffoni Film Festival.

Il capolavoro: Il sapore della ciliegia
Nel 1997, arriva il capolavoro universale: Il sapore della ciliegia con Homayoun Ershadi, Abdol-Hossein Bagheri e Safar-Ali Moradi. La storia è quella di un uomo che vuole suicidarsi e che, per farlo, cerca l'aiuto di qualcun altro. È un film unico nel suo genere, pieno di interrogativi su vita, morte, e il senso di entrambe. Abbas Kiarostami, la sua laicità, la difficoltà del tema, l'oggettività della narrazione, ma anche il coinvolgente ed emozionante trasporto empatico del film vengono celebrati con una Palma d'Oro consegnata da Catherine Deneuve che gli regalerà anche un bacio. Un bacio che, secondo le durissime proibizioni del governo islamico, non doveva avvenire e che lo costringono a essere bandito dall'Iran per una settimana.

Altri film
Un'altra bellissima pellicola è Il vento ci porterà via (1999) vincitrice di innumerevoli premi fra i quali: il CinemAvvenire come miglior film, il Premio FIPRESCI e il Gran Premio Speciale della Giuria. Un po' più deludente è Tickets (2005) firmato con Ermanno Olmi e Ken Loach. Dopo aver ottenuto anche il Leopardo d'Onore al Locarno nel 2005, dirige Copia conforme (2010). Come sceneggiatore di pellicole altrui firma Il palloncino bianco (1995), ma è bene ricordare che Kiarostami è professore a La Femis di Parigi, ed è stato giurato al Festival di Cannes e di Venezia, nonché presidente della giuria della Camera d'Or.

Ultimi film

Sperimentale, (Iran, Francia - 2016), 120 min.
Drammatico, (Italia, Iran, Francia - 2010), 106 min.
Drammatico, (Iran - 2008), 94 min.
Episodi, (Italia, Gran Bretagna - 2005), 115 min.
Drammatico, (Iran, Francia - 2002), 91 min.
Documentario, (Iran - 2001), 85 min.

Focus

CELEBRITIES
martedì 5 luglio 2016
 

«Il cinema inizia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiarostami», queste furono le parole del maestro Jean-Luc Godard nei riguardi del noto regista iraniano Kiarostami, che non si è limitato a affascinare Godard, ma anche un altro autore del cinema americano, Martin Scorsese che dichiara pubblicamente che Kiarostami rappresenta il livello più alto di un regista cinematografico. Parole di ammirazione che hanno imbarazzato Abbas Kiarostami e che lo hanno spinto ad ammettere che forse, tutta questa ammirazione nei suoi confronti, sarebbe stata più appropriata dopo la sua morte

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