Gran Premio della Giuria a Cannes, il film di Óliver Laxe segue un padre e un figlio che si avventurano in capo al mondo alla ricerca di una ragazza scomparsa. Dall'8 gennaio al cinema.
di Tommaso Tocci
Da anni un nome in rampa di lancio nel panorama del cinema indipendente, Óliver Laxe trova nel suo ultimo film Sirat quell’opera folgorante che lo afferma e lo mette definitivamente a fuoco come autore di primo piano. Lo scorso maggio, a Cannes, era stata presentata nel concorso principale e aveva portato a casa il premio della giuria. Ora esce al cinema anche in Italia, pronta a mostrarsi al pubblico nella sua natura idiosincratica, sospesa e destabilizzante.
Road movie (struttura che ritorna, come in Mimosas del 2016) disperato tra i paesaggi bruciati del deserto del Maghreb, Sirat segue un padre e un figlio che si avventurano in capo al mondo alla ricerca di una ragazza scomparsa, ripercorrendone le tracce nel mondo itinerante e sommerso dei rave più estremi. Benché nella storia il rave sarà solo un punto di partenza, quell’ambientazione e quella cultura non sono mai un pretesto per Laxe, che le conosce bene e che apre il film con una bellissima sequenza di compenetrazione tra l’artificiale e il naturale, con gli enormi altoparlanti sistemati come un simulacro nel deserto, in procinto di generare una monumentale parete sonora.
Proprio le musiche – a cura dell’artista Kangding Ray – vibrano di bassi facendosi strada fin sotto la pelle dello spettatore, contribuendo a creare quel senso di sgomento e insieme di liberazione che fa da cifra all’intera opera. Sirat parla di sopravvivenza, di umanità ridotta all’essenziale, di una perdita di riferimenti così totale da lasciarci a contatto unicamente con il suolo e con l’orizzonte davanti a noi.
Sulla trama è meglio non indugiare oltre, visto che Laxe furbescamente tinge di efficaci elementi di genere – suspense, sorpresa, tensione – un affresco esistenziale che invece è radicato nel cinema d’autore. Due dimensioni che si fanno forza l’una con l’altra, che ricordano la vastità di Mad Max: Fury road (guarda la video recensione) e la precisione de Il salario della paura di Friedkin. Tutt’attorno alle vicende della storia c’è poi un clima apocalittico di squisita vaghezza; pur non avendo conseguenze immediate sul viaggio di Luis ed Estebán, sappiamo che al di là di quel deserto c’è un pianeta sull’orlo del disastro. Una terza guerra mondiale che forse sta iniziando, eventi che precipitano, eserciti in movimento, annunci lontani: è la fine del mondo già da parecchio tempo, come dice uno dei protagonisti.
L’atmosfera ricorda quella tratteggiata da Christian Petzold nel suo magnifico La donna dello scrittore (guarda la video recensione), che immaginava Marsiglia come un purgatorio opaco e terminale da cui non si riusciva a uscire. Qui l’idea dello spazio però è opposta: l’imperativo esistenziale non è la stasi ma il movimento, e alla città che si avvolge su se stessa si sostituisce un deserto lineare in cui la salvezza è sempre alla distanza.
Laxe è sempre stato un cineasta affascinante, tanto nei temi trattati quanto nella storia personale; spagnolo ma nato a Parigi e presto tornato in quella Galizia da cui proveniva attraverso la famiglia emigrata. Ha poi trascorso molto tempo in Marocco (ben presente nei suoi film, dall’esordio Todos vós sodes capitáns fino al sopracitato Mimosas) e ha sviluppato fascinazioni per lo studio sociale radicato sia nell’idea di comunità che nell’isolamento viandante e itinerante. C’è nei suoi film un misticismo legato al territorio, come visto anche in O que arde del 2019. E da quelle parti ritroviamo anche Sirat, che asciuga e leviga l’elemento mistico fino a renderlo introspettivo.
In questo straordinario e anticonvenzionale thriller on the road, il regista scava nella perdizione e nel lutto così in profondità da attivare uno stato di trance che raggiunge il grado zero dell’umano.