Il regista de La scomparsa di Josef Mengele dedica ai giovani il suo film affinché il passato non si ripeta. In anteprima il 27 gennaio in occasione della Giornata della Memoria e dal 29 gennaio al cinema.
di Paola Casella
La scomparsa di Josef Mengele ripercorre l’ultimo periodo della vita del criminale di guerra tedesco rifugiato in Brasile, il suo rapporto con il figlio e il ricordo delle malefatte passate. Il regista russo dissidente Kirill Serebrennikov aggiunge il ritratto di Mengele a quelli del cantante rock Viktor Coj in Leto, del compositore Tchaikovsky in La moglie di Tchaikovsky e del poeta e oppositore russo Limonov nel film omonimo in una galleria ideale di identità più o meno celebri, ma sempre a confronto con se stessi e con la Storia.
Come ha scelto il titolo del suo ultimo film?
Volevo raccontare la parabola di un uomo che per anni ha vissuto sotto copertura e sotto falso nome – anzi, sotto falsi nomi – non solo come scomparsa fisica ma anche morale e metafisica, come una sorta di implosione. Ho cercato di raccontare un’anima in putrefazione, circondata dalla solitudine e dall’assenza totale di amore, in una vita che aveva perso ogni traccia di parvenza umana.
Ad un certo punto Mengele, anche per giustificare il suo operato nei campi di concentramento, dice: “Il passato non esiste”.
Affermare che il passato non esiste è una manipolazione pericolosa della realtà, ed è la scusa per crearsi realtà su misura, con leggi ad personam. È un modo per lavarsi la coscienza e affermare che la propria valutazione di ogni situazione esterna è legittima, e legittima è qualunque nostra azione.
Che cosa dice del passato La scomparsa di Josef Mengele rispetto al nostro presente?
Vorrei che il mio film funzionasse come una sorta di vaccino affinché il passato più terribile non si ripeta, e che fosse visto soprattutto dai più giovani che non conoscono la storia di Mengele. Le nuove generazioni vivono immerse nell’atmosfera tossica e nella bolla di propaganda che si crea sui social. È per questo che il film inizia proprio con un docente universitario che spiega ai suoi studenti chi era quel criminale di guerra.
Mengele però non è mai stato punito formalmente per i suoi crimini.
La sua impunità è al centro del mio film. Per educazione e forse per ingenuità, o anche solo per aver letto Dostoevsky, siamo convinti che ogni crimine debba trovare la sua punizione, ma questo, almeno a livello giudiziario, non sempre succede. Tuttavia quella impunità che in qualche modo logora chi sa di aver commesso un crimine.
Eppure Mengele non ammette di aver fatto nulla di sbagliato.
Perché se lo facesse commetterebbe il proprio suicidio. Questi grandi criminali sono bloccati nel limbo della loro oscurità, non riuscirebbero mai ad ammettere la loro colpa, che fa parte della loro identità. Qualsiasi criminale di guerra, a chi gli chiede perché abbia compiuto certe scelte, risponde che non c’era altro modo, che ha fatto ciò che era necessario, e che quella era a cosa giusta da fare.
La scomparsa di Josef Mengele è girato per la maggior parte in bianco e neo, ma alcune scene sono a colori. Come mai?
La storia è raccontata dal punto di vista di Mengele, e all’interno della sua vita grigia lui ricorda a colori solo i momenti più belli del passato, come quelli insieme alla moglie, o la nascita del figlio.
Ma anche gli esperimenti medici inflitti ai prigionieri dei campi di concentramento…
Beh, ma per lui erano momenti di grandi scoperte scientifiche e di grandi avanzamenti di carriera!
Il centro della storia di La scomparsa di Josef Mengele è una lunga conversazione con il figlio Rolf, che raggiunge il padre in clandestinità e gli chiede di ammettere i suoi crimini.
Ho scelto il rapporto padre-figlio come filo conduttore perché di fronte a suo figlio vediamo la fragilità che Mengele riesce a nascondere a tutti gli altri. Solo con Rolf Josef si mostra vulnerabile, piange, grida. Ma anche con lui cerca di manipolare la percezione della realtà, trova scuse, e cerca di dirottare verso gli altri le proprie responsabilità storiche e morali.