Candidato della Germania per la corsa agli Oscar 2026, il film unisce episodi attraverso dettagli, parole, personaggi vivi e presenze fantasmatiche. È tante cose insieme, come soli i grandi film sanno essere. Dal 26 febbraio al cinema.
di Roberto Manassero
Alla fine non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina dei migliori film in lingua straniera candidati agli Oscar, ma Il suono di una caduta di Mascha Schilinski rimane uno dei grandi film della scorsa stagione (o attuale, visto che in Italia uscirà nei cinema il prossimo 26 febbraio), rivelazione di un talento del cinema tedesco destinato a segnare gli anni a venire.
Schilinski, al secondo lungometraggio dopo Dark Blue Girl (2017), presentato nella sezione Deutche Kino della Berlinale, e diversi corti realizzati durante gli anni della formazione presso la Filmakademie di Baden-Württemberg, è una perfetta creazione del cinema tedesco: cresciuta nella principale scuola di cinema di Germania, promossa dalla Berlinale, arrivata in concorso a Cannes nella sorpresa generale e affermatasi per ambizione e talento.
Vincitore a Cannes del Premio della Giuria e agli European Film Awards del premio per i Migliori Costumi, oltre che protagonista della stagione festivaliera, il suo film, scritto con Louise Peter, è una saga familiare che copre un secolo di storia, dal primo ’900 ai giorni nostri, in una fattoria dell’Altmark, regione tedesca nella piana dell’Elba, in cui si susseguono le vite di quattro giovani donne, più quelle dei loro famigliari e di nuovi proprietari.
Il suono di una caduta rimanda inevitabilmente ad Edgar Reitz e alla sua saga capolavoro Heimat (che in quattro film copre due secoli di storia muovendosi avanti e indietro nel tempo), ma dentro vi è molto d’altro: ad esempio, il grande respiro di altri recenti film tedeschi (Lo spartito della vita di Matthias Glasner o Die Theorie von Allem di Timm Kröger) o lo spirito femminista che mette in relazione Schilinski con altre giovani autrici come ad esempio Sandra Wollner (The Impossible Picture, The Trouble with Being Born), austriaca di nascita e berlinese d’adozione.
Soprattutto, in una vicenda che non ha un filo narrativo ma unisce episodi attraverso dettagli, parole, personaggi vivi e presenze fantasmatiche, c’è il modello del grande cinema d’autore europeo del secondo dopoguerra.
Il modo in cui Schilinski passa da una vicenda all’altra, lasciando allo spettatore il compito di collegare personaggi e situazioni (legami familiari, soprusi di classe, violenza sulla donne, desiderio sessuale, pulsione di morte, e tutto questo tra l’inizio del ’900, gli anni ’30 prima della guerra, gli anni ’60 e i giorni nostri), rimanda all’uso del piano sequenza nel cinema del greco Theo Angeloupulos o dell’ungherese Miklos Jancso; alla rappresentazione del tempo individuale di Andrei Tarkovskij; alla libertà formale del Nuovo Cinema Tedesco anni ’70 e dei suoi maestri (lo stesso Reitz, e poi Fassbinder, Kluge, Wenders).
Schilinski potrebbe lei stessa diventare capofila di un altro “nuovo cinema tedesco”, grazie alla capacità di fare grande cinema d’autore con cognizione di causa e coraggio: il titolo originale del suo film, In die Sonne schauen, cioè “guardando il sole”, è indicativo della sua ambizione.
Il suono di una caduta lega la dimensione individuale delle sue protagoniste al contesto in cui vivono (straordinaria la ricostruzione del mondo contadino d’inizio XX secolo, con la tragedia della Grande guerra che colpisce famiglie altrimenti considerate fuori dalla Storia); racconta storie che si fanno eco di ingiustizie e conflitti universali; riflette da una posizione femminile sullo sfruttamento economico, sociale e sessuale dei subalterni… È tante cose insieme, insomma, come soli i grandi film sanno essere.