Un kolossal di animazione straordinario: la storia millenaria di Gesù vista attraverso gli occhi di un bambino e la penna di Charles Dickens. Espandi ▽
Protagonisti sono Charles Dickens, suo figlio Walter e l'inseparabile gatta Willa proprio nei giorni della messa in scena del Canto di Natale. Tutto comincia quando Dickens narra al piccolo Walter la storia più grande mai raccontata: é così che quella che sembrava una semplice favola della buonanotte si trasforma in un viaggio destinato a cambiargli la vita. Trasportato dalla sua vivida immaginazione, Walter si ritrova a camminare a fianco di Gesù, assistendo ai suoi miracoli e condividendone le prove. Accompagnato dalla curiosa Willa, il giovane protagonista vive un'avventura straordinaria che gli permetterà di guardare a quel racconto con occhi nuovi ed entusiasti. Recensione ❯
Potente esordio per Gemma Blasco grazie a un'Ángela Cervantes magnetica. Espandi ▽
Álex, giovane attrice, subisce un'aggressione durante una festa senza riuscire a identificare il colpevole. Rifiutando l'isolamento, trova nella messa in scena di Medea una forma di elaborazione del trauma, trasmutando dolore e rabbia in energia creativa. Al contrario, il fratello Adrián soccombe a una frustrazione distruttiva. Recensione ❯
Una formidabile occasione di disintossicazione dal rumore e di rimettersi in proporzione rispetto all'immensità del cosmo. Documentario, Francia2025. Durata 95 Minuti.
Un documentario poetico nei boschi, tra animali e suoni ancestrali che trasforma la natura in meditazione su tempo, memoria e vita. Espandi ▽
Un nonno, suo figlio e il figlio del figlio: Michel, Vincent (il regista) e Simon. Tre maschi di età diverse che condividono l’esperienza, più che consapevoli della sua rarità, di osservare da vicinissimo la natura. Rispettandola. Nelle foreste di conifere del dipartimento francese dei Vosgi, come a una base sicura dopo le loro esplorazioni, tornano in una baita di legno illuminata solo da candele. Sospeso tra i codici documentaristici e una sorta di sceneggiatura in cui i dialoghi tra familiari assomigliano a una fiaba sapienziale, Whispers in the Woods è anche una formidabile occasione, che la visione in sala esalta al massimo, di disintossicazione dal rumore, che oggi non è più solo urbano ma ormai invade ogni spazio, anche periferico. Ricco di spunti didattici e pensato, in una schematica tripartizione, come un romanzo di formazione, ricorda anche l’irrilevanza dell’umano (“siamo in ciò che passa”), la continuità di vita e morte, che si riflette nel passaggio di testimone e di saperi tra generazioni ma anche nel ciclo degli esseri viventi, quali le piante. Recensione ❯
Una tragedia moderna dai toni del noir diurno in cui emergono gli elementi dell'horror psicologico. Espandi ▽
Nella lingua italiana, ferina è un aggettivo che richiama la natura selvaggia, bestiale, feroce delle belve. Solo in rari e poetici casi del passato letterario e mitologico diviene sostantivo, quale fiera assetata di incontrollabile violenza. Andrea Corsini la adotta al plurale femminile quale titolo del suo esordio nel lungometraggio sviluppato dall’omonimo corto del 2019. Horror “materno” e umanista per contenuto, linguaggio e atmosfere, Ferine affronta in primis il multiforme tema della maternità negata e surrogata avvalendosi della reazione ancestrale del mammifero femminile quando viene privato della prole. Il personaggio di Irene ne è emblematico: impossibilitata ad avere figli naturali, ricorre a un’illegale transazione con un’ambigua faccendiera per far propria una neonata partorita da una donna indigente. Ma un incidente stradale cambia il suo destino, e i suoi “appetiti”. Senza entrare, naturalmente, nelle pieghe sinottiche di una trama che non deve né può essere svelata, Ferine è un testo dal gesto metamorfico della sua protagonista che non si arrende alla perdita figliale. Ciò che Corsini mette in scena per il suo pubblico, dunque, altro non è che l’archetipo materno di protezione ad ogni costo. Irene è “tutte le madri” chiamate a sopravvivere contro tutto e contro tutti. Se formalmente il modello è l'horror classico italiano, specie quello "bestiale" e femminile alla Dario Argento, non esente da momenti splatter (e qui di cannibalismo), quello messo in racconto da Ferine è un cinema che attrae e respinge contemporaneamente così come non può prescindere dal binomio della "bella e la bestia". Recensione ❯
All'inizio del XX secolo, nella campagna della Normandia, una donna sposata e la sua domestica cercano di sfuggire alla morsa del patriarcato borghese. Espandi ▽
Normandia, 1908. Victoire ha sposato un uomo che non ama e ha accantonato il proprio talento per il flauto, relegandolo ai concertini in salotto per gli amici. André, suo marito, è un notaio di successo ma un incapace nella vita privata, anche perché da sempre sua madre Mathilde lo considera, e lo tratta, come “uno zerbino”. Mathilde è allettata dopo un ictus e si esprime solo scrivendo su una lavagnetta, ma tormenta la servitù con continue richieste, e suo figlio con continue critiche. Poiché la moglie rifiuta di avere rapporti sessuali e di dormire con lui, André si rifà sulla domestica più giovane, Celeste, una ragazza semplice cresciuta con un padre padrone e otto fratelli che esigevano da lei favori sessuali: dunque la ragazza subisce senza fiatare le violenze del notaio, di cui rimane incinta. André, che si era creduto sterile, vede in questa gravidanza un’occasione per ritrovare l’intimità con la moglie: cresceranno insieme il figlio di Celeste. Victoire è d’accordo (anzi, l’idea era sua fin da subito), ma non sa a quale spostamento di equilibri domestici andrà incontro. Nel silenzio delle stanze è basato su un romanzo francese del 2015, “Amours” di Léonor de Récondo, e diretto da Jérôme Bonnell. Ciò che sorprende in Nel silenzio delle stanze è la capacità di rimanere fedeli al periodo storico e all’ambientazione, e allo stesso tempo riservare sorprese nelle reazioni dei personaggi in scena. Il film è pieno di piccole sorprese, che spostano la narrazione più in là di dove ci si aspetterebbe di trovarla, anche se il finale tradisce la capacità di rimanere realistici che ha caratterizzato tutto il percorso precedente. Bonnell filma i suoi personaggi da molto vicino, esplorando ogni loro minima espressione e concentrandosi sulla chimica (o la sua assenza) fra i corpi di persone il cui desiderio è sempre compresso dalle imposizioni sociali. Recensione ❯
L'opera prima della regista francese Mélisa
Godet. Espandi ▽
Ispirato alla storia e alle attività della Maison des Femmes di Saint Denis,
un centro di ascolto e di accoglienza per donne in difficoltà realmente
esistente vicino a Parigi, il film ripercorre in chiave fiction le sfide che
operatrici e operatori devono affrontare quotidianamente nell'accogliere e
sostenere chi si rivolge loro in cerca di aiuto. In una società
multiculturale sempre più in trasformazione come quella attuale, dove alle
disfunzioni della violenza di genere si uniscono abusi motivati da antichi e
tradizionali retaggi patriarcali, il loro lavoro rappresenta una risorsa
preziosa per affrontare le problematiche "al femminile", dimostrando come
una sincera dedizione e sensibilità possano davvero fare la differenza. Recensione ❯
Dal produttore di Backrooms, un viaggio senza via di scampo, un orrore esistenziale inesorabile che punta, all'infinito, verso le nostre più profonde paure. Espandi ▽
James, Fisher, Tyler e Day, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alex Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Recensione ❯
Un'indagine sulla corsa di Tesla verso la guida autonoma, tra incidenti, dati nascosti e responsabilità
aziendali,. Espandi ▽
Al centro dell'indagine si trova un incidente mortale avvenuto in Florida, seguito da una lunga battaglia legale
per ottenere risposte e accertare le responsabilità. Ma non si tratta di un caso isolato: filmati provenienti da
dashcam e telecamere di sorveglianza documentano comportamenti imprevedibili delle automobili, mentre la
diffusione di migliaia di documenti contenenti reclami degli utenti porta alla luce criticità e segnalazioni che,
secondo quanto ricostruito dal documentario, sarebbero rimaste a lungo senza risposta.
Vittime e familiari, giornalisti investigativi, whistleblower ed ex dipendenti Tesla raccontano il funzionamento
dell'impero di Musk e la cultura aziendale che ne sostiene la crescita. Il documentario segue inoltre l'ingresso
dell'imprenditore nell'agone politico e il sempre più stretto legame con Donald Trump, dal sostegno alla sua
campagna presidenziale fino al ruolo assunto all'interno della nuova amministrazione, interrogandosi sul rapporto
tra innovazione, potere economico, influenza politica e regolamentazione. Un rapporto che ha portato Musk a
ottenere incarichi ufficiali e che, secondo il film, si intreccia anche con lo svuotamento delle istituzioni chiamate a
vigilare sulle sue aziende e con la rimozione o l'indebolimento di figure e autorità considerate scomode per Tesla.
Un tema che assume particolare rilevanza nell'anno delle elezioni Midterm del 2026, alle quali Musk ha già
annunciato l'intenzione di partecipare attivamente attraverso il sostegno a candidati e campagne repubblicane. Recensione ❯
Un film documentario americano del 2025 sul film musicale del 1975 The Rocky Horror Picture Show. Espandi ▽
Il figlio di Richard O'Brien racconta come è stato realizzato il film cult The Rocky Horror Picture Show e di come ha fatto a diventare un fenomento culturale. Recensione ❯
Il dramma di un uomo senzatetto che cerca di dare una svolta alla sua vita. Espandi ▽
Mike, piccolo criminale vagabondo, prova a restare sobrio e a lasciare la strada, collezionando tante idee per il futuro e qualche amico di baldoria altrettanto instabile. Senza casa, finisce in prigione dopo aver aggredito un passante che voleva aiutarlo. Si impegna a riparare lavorando in una cucina di cui fatica tuttavia a seguire le regole. Il recupero è l’orizzonte ma l’autodistruzione è dietro l’angolo. Esordio di Harris Dickinson (Triangle of Sadness, Babygirl) alla regia, Urchin è un dramma sociale che scivola verso un realismo magico e visioni oniriche che sollevano dalla realtà il ragazzo di strada del titolo. Per il suo debutto, Dickinson sceglie di raccontare la vita ordinaria di una persona indigente, illuminata da una fotografia di colori saturi e artificiali che contrastano col realismo sociale tipico di Ken Loach o Mike Leigh. Harris Dickinson rivela un individuo nelle sue capacità e debolezze, ma anche nel suo desiderio di essere all’altezza di un’esistenza conforme. Niente di troppo pesante, la regia punta sulla fluidità delle emozioni e sull’umanità dei suoi personaggi, raggiungendo una forma di meraviglia. Recensione ❯
Le due registe sono fondatrici del collettivo Oxymoro Creative Studio. Espandi ▽
Johana è una ragazza moldava arrivata in Italia come profuga. Lungo il percorso ha incontrato Alina, una connazionale con cui ha stretto un rapporto di amicizia e d'amore. Presto le due ragazze entrano nel giro della prostituzione, in mano a uomini violenti e senza scrupoli. Proprio nello sfuggire a uno di questi e nel tentativo di raggiungere l'Austria, luogo di sogno di Alina, Johana rapisce un tassista friulano, Lorenzo. I due si avviano verso il confine in un viaggio silenzioso e (quasi) senza speranza, e Johana assume l'identità di Alina, per portare a termine un obiettivo che ne tiene vivo il ricordo.
Il canto di Alina è stato uno sforzo collettivo e indipendente che ha richiesto l'impegno di tutti su molti fronti, compreso quello produttivo (commovente la cordata dei piccoli finanziatori nei titoli di coda). Il film è un lavoro molto fisico, abitato da presenze carnali, umori e fluidi corporei, carne e sangue.
Minimalista nell'impostazione, curato nei dettagli, determinato a cogliere l'urgenza e la materialità grezza di certe situazioni di pura sopravvivenza all'interno di circostanze impietose e disumane (nonché deumanizzanti), il film non perde tempo a fornirci spiegazioni ma procede per immediatezza, nel qui e ora. Recensione ❯
Il film d'animazione che reinventa il mito di Frankenstein in un'avventura straordinaria per "mostri" di tutte le età! Espandi ▽
Dentro un laboratorio all'avanguardia, un professore pazzo infonde la "pseudo vita" nelle strane creature che riesce a mettere insieme utilizzando pezzi di corpi non esattamente corrispondenti tra loro. Ad aiutarlo nell'impresa è la primissima delle creature venute al mondo con questa tecnica: il piccolo Frankie, detto TestaCucita. Un giorno Frankie, bisognoso di considerazione e di amicizia, si lascia sedurre dal richiamo dello scalcagnato circo itinerante di Fulberto Trovamostri, lascia il castello e le creature amiche per inseguire il sogno di essere adorato dai cittadini, fosse anche solo perché riesce a spaventarli a morte.
Attorno al piccolo protagonista di questo colorato film di animazione, basato sul primo libro della serie firmata da Guy Bass, ci sono tutta una serie di grandi temi, trattati con la giusta misura.
Si va dal pregiudizio reciproco sulla pericolosità dell'altro, alla denuncia del genitore che non si cura di altro che del proprio obiettivo professionale finendo per dimenticare che i figli hanno anche altri generi di bisogni, alla radiografia di un mondo, quello dello spettacolo, che può apparire inclusivo e ospitale ma solo fino a quando i commerci fioriscono, perché in realtà, per perpetrare il proprio successo, è costretto ad alzare continuamente l'asticella, senza curarsi delle conseguenze. Recensione ❯
Un film poetico, emozionante e ricco di immaginazione, che celebra il potere delle storie di custodire i ricordi, curare le ferite e mantenerci vicini alle persone che amiamo, anche quando non sono più accanto a noi. Espandi ▽
Tre piccoli fratellini sono affidati per un giorno al nonno, che vive ormai solo nel suo casolare di campagna dopo la perdita dell'amatissima moglie. Così, i nipoti, per consolarlo, inventano tre racconti d'immaginazione ambientati in epoche diverse e lontane: un gatto randagio, trasformatosi in una zia premurosa, accudisce due bambini che lo avevano salvato, quando perdono i genitori; in un giardino abbandonato, un ragazzo doma un animale che divora solo torsoli di mela; infine, un anziano vedovo si libra in aria dal cimitero e viene accolto in cielo da una comunità di uccelli, prima di ridiscendere, sereno, a terra.
Una tenera meditazione in stop-motion sull'elaborazione del lutto, un'apprezzabile celebrazione del potere terapeutico delle storie e del rapporto salvifico tra esseri umani e animali.
I racconti del giardino incantato celebrano tutte le forme comunitarie della narrazione, a partire da quella orale, fondativa per le civiltà prima della diffusione della scrittura. E, sul finale, in un ideale viaggio tra i secoli, viene nobilitato, con il consueto senso di sbalordimento, anche il potere liberatorio delle immagini in movimento proiettate su un muro, limpida metafora del cinema. Recensione ❯
Il film segue gli indizi nascosti nelle opere del pittore per restituire il ritratto di un artista ancora oggi enigmatico e rivoluzionario. Espandi ▽
Quando si tratta di autori come Caravaggio le narrazioni possono essere molteplici, addirittura infinite. L'arte e il mito di un personaggio così grande, infatti, non devono mai cessare di essere perpetuati; hanno l'urgenza di restare nella memoria e conoscenza collettive, in un moto perpetuo che è poi, dai fatto, quello che accompagna tutta la tormentata vita di Caravaggio. Il cinema continua a interrogarsi su come restituire al grande schermo un artista che di questo medium nel possedeva già il linguaggio, quando questo non esisteva. Il nuovo Caravaggio di David Bickerstaff e Phil Grabsky è parte di una serie di racconti dedicati ad artisti e mostre, prodotto in cinque anni di lavorazione.
Lo story telling è interessante: non c'è una voce fuori campo di un narratore esterno, ma quella di un attore (non italiano) che presta corpo e parola allo stesso Michelangelo Merisi, come se fosse lui a raccontarsi alla vigilia della propria misteriosa scomparsa. Caravaggio è in viaggio e ci racconta la sua storia. A completarne le sue parole - umane, intense, appassionate -, una serie di professionisti dell'arte che adempie al proprio ruolo mettendo in luce i diversi aspetti della pittura e dell'umano. Grazie a queste testimonianze captiamo la figura di un pittore che si fa osservatore e testimone attivo della realtà attraverso l'empatia per i suoi soggetti, gente comune, prostitute, pellegrini, diventa la vera materia del racconto e, naturalmente, un grandissimo talento pittorico che lo accompagna fino alla realizzazione del suo ultimo dipinto.
Il film è un classico racconto cronologico, che sedimenta dettagli e immagini dell'artista, focalizzandosi su un registro intimo, capace di restituire anche il lato più inquieto e paranoico del pittore, quello dei verbali di polizia e delle risse, senza cadere nella trappola dell'aneddoto e lasciandoci con le sue più dense immagini dipinte. Recensione ❯
Il film si inserisce nella tradizione della commedia francese contemporanea, capace di mescolare leggerezza e profondità con uno sguardo attento sulle fragilità del presente. Espandi ▽
Francia, 1958. Michel lavora in banca come consulente al credito per le imprese. Hélène, sua moglie, resta a casa a cucinare, passare l'aspirapolvere e lavare i panni a mano - finché tramite un concorso non vince una lavatrice "moderna" che creerà un corto circuito che spedirà Michel ed Hélène nel 2025, in una realtà parallela che vede tutto capovolto.
La premessa di Era meglio domani ha grandi potenzialità, tanto comiche quanto drammatiche, ma sfrutta solo le prime, e non sempre con la necessaria sagacia, ma la commedia fa sorridere, tanto nella parte iniziale quanto nello sviluppo successivo, in cui il presente viene raccontato come ricco di progressi ma non privo di lati negativi, come la dipendenza dei giovani dai device, la birra senza alcol e l'obsolescenza programmata.
Il film semplifica un po' troppo a scopo comico quelli che sono temi attuali e rilevanti: ma si lascia guardare volentieri, e immaginiamo già un remake italiano, visto il successo di cassetta oltralpe. Recensione ❯
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