| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 117 minuti |
| Regia di | Mario Martone |
| Attori | Pierfrancesco Favino, Tommaso Ragno, Francesco Di Leva, Aurora Quattrocchi Sofia Essaïdi, Salvatore Striano, Nello Mascia, Daniela Ioia, Virginia Apicella, Emanuele Palumbo. |
| Uscita | mercoledì 25 maggio 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Medusa |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,77 su 33 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 25 maggio 2022
Dopo quarant'anni di lontananza Felice torna lì dov'è nato, il rione Sanità, nel ventre di Napoli. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 4 Nastri d'Argento, 9 candidature e vinto un premio ai David di Donatello, 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office Nostalgia ha incassato 1,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Dopo molto tempo trascorso fra il Libano e l'Egitto Felice, diventato imprenditore benestante, torna a Napoli, la città dove ha vissuto fino ai 15 anni. Sua madre Teresa, "la sarta migliore del Rione Sanità", abita in un basso, e accoglie a braccia aperte quel figlio che credeva perduto per sempre. A poco a poco Felice riprende contatto con un mondo che aveva messo forzatamente da parte e incontra Don Luigi, un prete che combatte la camorra cercando di dare un futuro ai giovani del rione. Ma Felice ha anche bisogno di ricongiungersi con Oreste, amico fraterno e compagno di scorribande adolescenziali, che della camorra è diventato un piccolo boss. E a nulla valgono i consigli ad andarsene da Napoli e dimenticare quell'amicizia pericolosa: come se fosse possibile, lasciarsi alle spalle una città che ti è entrata per sempre nel cuore.
L'amore viscerale per Napoli di Mario Martone, e di Ermanno Rea che ha firmato il romanzo Nostalgia sul quale il film di Martone è basato, permea ogni inquadratura di questa storia di (tentata) redenzione e di straziante rimpianto.
Una storia che inizia con il peregrinare notturno di Felice per la città, non dissimile da quello di Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano: perché Napoli si può (ri)conoscere soltanto a piedi, perdendosi per i suoi vicoli, e come annuncia la frase di Pier Paolo Pasolini che apre la narrazione, "la conoscenza è nella nostalgia: chi non si perde non possiede".
Felice deve ritrovare anche una lingua dimenticata, ibridata con l'arabo dei Paesi in cui ha vissuto per troppo tempo, e che però fanno parte della stessa anima mediterranea cui appartiene anche Napoli. Pierfrancesco Favino mette a frutto la sua straordinaria capacità di fare propri idiomi non suoi, dall'arabo appunto al dialetto partenopeo che a poco a poco riemergerà dal passato rimosso.
Anche Oreste è un rimosso da ritrovare, un cuore di tenebra con un irresistibile potere di attrazione: un colonnello Kurtz che ha smarrito la ragione, e come Marlon Brando in Apocalypse Now al primo incontro ha il volto coperto che emerge dall'oscurità e dalla vergogna. Anche Oreste è in qualche misura figlio delle sue circostanze, oltre che delle sue scelte. Ma a Napoli esistono anche scelte diverse, e Martone le fa raccontare ai ragazzi che frequentano la parrocchia e si laureano nella conoscenza della propria città.
Una città popolata di fantasmi, nella coesistenza di morte e vita di esseri umani che vivono nei cimiteri, catacombale e allo stesso tempo piena di energia, con il sottofondo dei motorini che sfrecciano minacciosi e incoscienti, e il cui rombo fa parte della magnifica colonna sonora (in cui giganteggiano i Tangerine Dreams) sui crediti finali.
Martone racconta la sua Napoli perdendocisi dentro, in un flusso libero di coscienza e conoscenza, affidando al suo protagonista il ruolo un Virgilio inconsapevole che si muove fra la morte e la vita. Favino recita con lo stesso abbandono con cui Felice si ricongiunge alla città del suo destino e ne accoglie ogni aspetto, mentre Tommaso Ragno, potente nel ruolo di Oreste, incarna l'immutabilità ottusa e cieca di un Male (quasi) necessario e (quasi) ineludibile come presupposto dialettico e filosofico.
Questa Napoli non è solo una carta sporca ma uno struggimento del cuore, un crocevia universale affascinato dal buio in cui è difficile farsi "raggio di sole" che si posa sulla monnezza e non si imbratta, ma anche un basso può diventare un punto di luce al pianterreno, un luogo magico in cui i morti continuano a vivere nei vivi e la gente comune si fa testimone della lotta quotidiana fra il Bene e il Male dietro a finestre pronte a chiudersi in fretta, e dove la lealtà è un concetto che riguarda la delinquenza come le persone perbene, perché "non si scompare senza salutare".
Il pranzo presso una famiglia decorosa come l'incontro con Oreste sono magnifiche sinfonie visive e recitative, punteggiate dai dialoghi che Martone e Ippolita Di Majo intessono nella sceneggiatura nel rispetto (e la comprensione profonda) della prosa di Rea. La fotografia evocativa di Paolo Carnera, il montaggio sospeso di Jacopo Quadri contribuiscono a quell'atmosfera magica che appartiene ad una città inafferrabile, eppure lì da sempre e per sempre per i suoi figli, buoni e cattivi.
Nostalgia è una storia d'amore e identità, una sinfonia mediterranea che racconta la gioia di riscoprire il proprio posto nel mondo e la difficoltà di fare in quel posto scelte di campo immanenti, più ancora che immutabili.
A guardare “Nostalgia” il pensiero ci riporta per alcune affinità d’ambientazione a Morte di un matematico napoletano, film dalla forma visiva assai grezza, caratterizzato oltretutto da un senso di devastante cupezza dell’ineluttabile, chiaramente voluto dalla co-sceneggiatura della Ramondino. Anche in quel caso il compianto Caccioppoli sembrava quasi perdersi tra i vicoli [...] Vai alla recensione »
L’ ANICA (l’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali) composta da giornalisti, produttori, distributori e addetti ai lavori, ha scelto Nostalgia per rappresentare l’Italia per l’Oscar come opera straniera. Scelta perfetta. Il film è un capolavoro, senza dubbio l’opera di maggiore qualità della stagione.
Merita un canto.
NOSTALGIA
Il film rappresenta l’insieme delle vocazioni del regista. Vanno decifrate rispetto alle discipline.
Letteratura. Il film prende spunto da un romanzo di Domenico Rea. Nato e morto a Napoli, è chiaro. Martone non tralascia la sua attitudine letteraria, ha lavorato, negli anni, su autori come Elena Ferrante (L’amore molesto), Goffredo Parise (L’odore del sangue), Anna Banti (Noi credevamo). Si tratta di un esercizio che, in automatico, ha affinato la sua vocazione di scrittore vero. Ed è cosa molto rara nel panorama dei nostri registi.
Una citazione per i protagonisti, straordinari. Pierfrancesco Favino (Felice), Tommaso Ragno (Oreste), Francesco Di Leva (Padre Antonio).
Per il racconto di questo capolavoro di Mario Martone procederò attraverso un’antologia che contenga i temi. Per cominciare: “Napule”, naturalmente.
Napule, tu si adorabile // Siente stu core che te vò di// Chi è nato a Napule nce vo murì.
Lo recitava Totò. Nientemeno. E fa parte di quell’antropologia trasmessa, e assunta nel mondo, da tanti artisti napoletani. Come da Martone. E poi in Nostalgia “nce vo murì” significa molto.
Il ritorno. Felice torna a Napoli dopo quarant’anni. Ha fatto fortuna in Egitto. Il ritorno, il nostos, (Ν?στοs) è un tema forte e sacrale, antico come la letteratura, che si sublima con Ulisse che impiega dieci anni a tornare da Troia. Accadeva una trentina di secoli fa.
La memoria. È legata al ritorno. Pensi a Napoli per quarant’anni. Eri in città da ragazzo, gli anni più belli. Mi concedo una memoria nobile, la recherce. I ricordi di Proust sono di una nostalgia che lascia spazio anche alla tenerezza, che qui non c’entra. Napoli non è Parigi. Felice aveva un amico che lo proteggeva, Oreste, ragazzo forte e pericoloso. Ma un giorno Felice è presente, da lontano, non vede, ma qualcosa gli cambierà la vita. Oreste uccide un uomo. Felice lascia Napoli, in cerca di fortuna, come si faceva allora. Ma adesso quasi niente è più lo stesso. In quella che era la sua casa vive altra gente. La madre è costretta in uno scantinato. E presto muore. Il reduce cerca di aggrapparsi a quel “quasi”. Si informa su Oreste, le risposte sono di silenzio e di paura. L’amico è un delinquente potentissimo, terrorizza il rione Sanità.
“Sanità”. Martone fa di quel rione un mondo nel mondo. È più Napoli di Napoli. E lì il regista gioca la sua attitudine estetica. Dunque ecco quelle vie strette, i fili da muro a muro coi panni stesi, qualche donna alla finestra, qualche vecchio seduto davanti a un portone, una voce che canta, una che urla e un’altra risponde. E sulla strada… di tutto. Sono quadri evocativi di una volta, quando il nostro cinema era grande e bello, dettava legge. Sono fotogrammi che, in bianco e nero, potrebbero tenere una mostra lungo le spirali del Guggenheim a New York.
Felice intende trasferirsi con la famiglia a Napoli per sempre. Incontra padre Antonio, un prete che aiuta la gente, i giovani, nemico dichiarato di Oreste. Quando sente la confessione di Felice si spaventa, da quel momento è testimone di un delitto, seppure lontano. Intima al figliol prodigo di andarsene. Anche Oreste gli manda segnali inquietanti. Ma Felice non cede. Anzi vuole incontrare il vecchio amico. E ci riesce. Ma non è un amarcord bello e struggente, non ci sono abbracci o lacrime, c’è diffidenza da parte di o malamente. Perché Felice continua ad essere un testimone in pectore, pericoloso. E lui non desiste dal suo sogno, compra una casa. Decisione brutta, impropria.
Letteratura. Il film Nostalgia prende spunto da un romanzo di Ermanno Rea. Nato e morto a Napoli, è chiaro. Martone non tralascia la sua attitudine letteraria, ha lavorato, negli anni, su autori come Elena Ferrante (L’amore molesto), Goffredo Parise (L’odore del sangue), Anna Banti (Noi credevamo). É un esercizio che, in automatico, ha affinato la sua vocazione di scrittore vero. Ed è cosa molto rara nel panorama dei nostri registi.
Una citazione per i protagonisti, straordinari. Pierfrancesco Favino (Felice), Tommaso Ragno (Oreste), Francesco Di Leva (Padre Antonio).
Per il racconto di questo capolavoro di Mario Martone procederò attraverso un’antologia che contenga i temi. Per cominciare: “Napule”, naturalmente.
Napule, tu si adorabile // Siente stu core che te vò di // Chi è nato a Napule nce vo murì. Lo recitava Totò. Nientemeno. E fa parte di quell’antropologia trasmessa, e assunta nel mondo, da tanti artisti napoletani. Come da Martone. E poi in Nostalgia “nce vo murì” significa molto.
Il ritorno. Felice torna a Napoli dopo quarant’anni. Ha fatto fortuna in Egitto. Il ritorno, il nostos, (Νóστοs) è un tema forte e sacrale, antico come la letteratura, che si sublima con Ulisse che impiega dieci anni a tornare da Troia. Accadeva una trentina di secoli fa. La memoria è legata al ritorno. Pensi a Napoli per quarant’anni. Eri in città da ragazzo, gli anni più belli. Mi concedo una memoria nobile, la recherce. I ricordi di Proust sono di una nostalgia che lascia spazio anche alla tenerezza, che qui non c’entra. Napoli non è Parigi.
Felice aveva un amico che lo proteggeva, Oreste, ragazzo forte e pericoloso. Ma un giorno Felice è presente, da lontano, non vede, a qualcosa che gli cambierà la vita. Oreste uccide un uomo. Felice lascia Napoli, in cerca di fortuna, come si faceva allora. Ma adesso quasi niente è più lo stesso. In quella che era la sua casa vive altra gente. La madre è costretta in uno scantinato. E presto muore. Il reduce cerca di aggrapparsi a quel “quasi”. Si informa su Oreste, le risposte sono di silenzio e di paura. L’amico è un delinquente potentissimo, terrorizza il rione Sanità.
“Sanità”. Martone fa di quel rione un mondo nel mondo. É più Napoli di Napoli. E lì il regista gioca la sua attitudine estetica. Dunque ecco quelle vie strette, i fili da muro a muro coi panni stesi, qualche donna alla finestra, qualche vecchio seduto davanti a un portone, una voce che canta, una che urla e un’altra risponde. E sulla strada… di tutto. Sono quadri evocativi di una volta, quando il nostro cinema era grande e bello, dettava legge. Sono fotogrammi che, in bianco e nero, potrebbero tenere una mostra lungo le spirali del Guggenheim a New York.
Felice intende trasferirsi con la famiglia a Napoli per sempre. Incontra padre Antonio, un prete che aiuta la gente, i giovani, nemico dichiarato di Oreste. Quando sente la confessione di Felice si spaventa, da quel momento è testimone di un delitto, seppure lontano. Intima al figliol prodigo di andarsene. Anche Oreste gli manda segnali inquietanti. Ma Felice non cede. Anzi vuole incontrare il vecchio amico. E ci riesce. Ma non è un amarcord bello e struggente, non ci sono abbracci o lacrime, c’è diffidenza da parte di o malamente. Perché Felice continua ad essere un testimone in pectore, pericoloso. E lui non desiste dal suo sogno, compra una casa. Decisione brutta, impropria.
La morale. Pure nel quadro di quell’ “antropologia” di popolo, dove quasi sempre ci si deve “arrangiare” in tutti i modi, dal profondo emerge una morale buona. Felice è ospite di una famiglia, ragazzi, adulti e vecchi. Parla –“troppo” gli dice padre Antonio- del suo vecchio amico. Ma tutti ascoltano in silenzio, non partecipano, non condividono. Attraverso il racconto dell’ospite il male è entrato in quella casa. E tutti ne sono consapevoli, e non va bene.
La musica. Martone la tratta da maestro scaltro. Nel suo Qui rido io la colonna sonora accompagnava la vicenda coi grandi classici della canzone napoletana. Qui il regista inserisce musiche di Steve Lacy e dei Tamgerine Dream, rapinose, un breve suggestivo… stacco da Napoli. In strada, Felice assiste a un gruppo di giovani che cominciano a ballare, la musica che arriva è arabeggiante. A poco a poco si fa coinvolgere. Prima timidamente, poi si integra muovendosi come gli altri. É uno stacco opportuno, un bel pezzo di cinema.
La pietà. E qui evoco un po’ di mito. Un altro ritorno che ha fatto storia. A tornare è Eduardo, nei panni di Gennaro, in Napoli Milionaria. Gennaro è stato catturato dai tedeschi. La guerra sta finendo ma lui è disperso. Moglie, figli, tutti, lo danno per morto. In sua assenza la famiglia si è arrangiata, molto bene, col mercato nero. E la moglie si è fatta un amico. Ma Gennaro torna e non riconosce più niente. E allora Eduardo risolve a modo suo, con la pietà. Che esprime attraverso quella memorabile frase: Adda passà a’nuttata. Ma nella “Sanità” di adesso per la pietà non c’è spazio. Felice, contento del suo status di reduce tornato, cammina di notte nei suoi vicoli, sorridendo a sé stesso. Anche Oreste ci cammina e non sorride. I due si incontrano…
Il rione Sanità ha apprestato i due destini. Lo diceva Totò, appunto: Chi è nato a Napule…
Mario Martone ha presentato il suo ultimo film, Nostalgia, in concorso al Festival di Cannes: per il regista napoletano si tratta della seconda volta nella massima sezione del Festival, 27 anni dopo L’amore molesto. In un incontro con la stampa italiana, accompagnato dalla moglie co-sceneggiatrice Ippolita Di Maio, dall’attore protagonista Pier Francesco Favino e da Aurora Quattrocchi, splendida figura di madre anziana nel film, Martone ha parlato dell’origine e del senso di Nostalgia.
La vicenda di Felice Lasco, napoletano che torna al Rione Sanità dopo quarant’anni di lontananza, fa pensare alla frase finale di Chinatown di Polanski, quando al protagonista viene detto che da «Chinatown non si può uscire»…
MM: Mi fa piacere cominciare a parlare pensando al film di Polanski! In effetti, il Rione Sanità, dove avevo già ambientato attraverso Eduardo Il sindaco del Rione Sanità (guarda la video recensione) (2019), è un luogo cinematografico, un posto dell’anima. Non lo definirei un quartiere, ma un labirinto, uno spazio urbano popolato di persone.
La Sanità, come la chiamano i napoletani, era già al centro del romanzo di Ermanno Rea dal quale il film è tratto. Cosa è rimasto del testo originario?
MM: Dal romanzo, che ci è stato proposto dal produttore Luciano Stella e che abbiamo scelto grazie al fiuto di Ippolita, che in queste cose è sempre più avanti di me, è rimasta l’idea fondamentale di girare tutto dentro un solo quartiere. Nostalgia non è ambientato a Napoli, ma nel Rione Sanità, e non è una sfumatura da poco. La Sanità è una enclave che nemmeno i napoletani conoscono bene, un luogo tentacolare, “borgesiano” mi verrebbe da dire, in cui i personaggi si muovono ciascuno seguendo la propria strada, indipendentemente dagli altri. Al tempo stesso, però, sono gli incontri a definire il racconto, a farlo progredire, e a dare alla vicenda una dimensione cinematografica.
Questa dimensione quasi astratta ha condizionato anche il tuo stile?
MM: Direi proprio di sì. La Sanità è un luogo pieno di umanità e il film doveva per questo essere girato “buttandosi in strada”, in una sorta di ripresa delle premesse del neorealismo, incontrando le persone del quartiere. Lo spazio che filmiamo è fuori dal tempo, un far west, ha qualcosa di mitologico. Ad esempio, nella Sanità ci sono le catacombe, per molti è ancora oggi una “valle dei morti”, un luogo di fantasmi, sospeso tra presente e passato; al tempo stesso è un luogo vivo e intorno al protagonista dovevamo creare dei rapporti forti, portando nel film la realtà vissuta sul set.
La presenza e l’esperienza di Pier Francesco Favino sono dunque fondamentali per la riuscita del film…
PF: Fatico a parlare in termini razionali del lavoro, dell’esperienza fatta per Nostalgia. Per me si è trattato di un lavoro viscerale e ora che siamo qui a presentarlo posso solo raccontare le emozioni che ho vissuto. Il film è stato un luogo, uno spazio, un tempo. E come il mio personaggio, anch’io mi sono perso. La Sanità è ammaliatrice, non è possibile piegarla alle leggi del cinema e non per caso sono stato io a dovermi piegare alle sue regole, trovando zone di me che non conoscevo. La Sanità è la vera protagonista di Nostalgia, anche se al di là di tutti i discorsi che possiamo fare trovo che il film sia in fondo molto semplice: è una storia d’amore e d’amicizia.
Cosa significa per entrambi, regista e attore, l’idea di perdersi?
MM: Rispondo pensando al finale del film, che per me è stato una vera perdizione. Non so perché il film (e il romanzo) finiscano in quel modo, e questo me lo sono chiesto sovente durante le riprese. In quelle settimane ero perso nel mondo che raccontavamo e per aggrapparmi a qualcosa mi sono affidato alle parole di Rea: per lui il labirinto doveva fermarsi lì, ed è stato così anche per me. In Nostalgia c’è qualcosa di chiunque ha lavorato alla sua realizzazione. Io, Ippolita, Pier Francesco e il resto del cast abbiamo abbiamo sentito risuonare parti di noi stessi nella storia: spero avvenga lo stesso per gli spettatori.
FP: quando ho letto il romanzo ho pensato che ciascuno di noi, dentro di sé, ha un sud del mondo, un magnete interno, una presenza arcana. Paradossalmente, la Sanità, così connotata, potrebbe essere qualsiasi luogo del mondo. Napoli diventa un altrove. E Felice, che si ritrova nell’altrove, finisce per ritrovare sé stesso. La sua vicenda ha qualcosa di arcaico, perché l’idea di tornare è più importante del luogo in cui si torna. Trovo che lasciarsi portare dall’incertezza sia un gesto artistico e creativo fortissimo.
Ma in definitiva, chi è Felice Lasco per voi?
MM: è certamente un personaggio atipico nel cinema italiano. Non è un eroe, ha motivazioni difficili da comprendere, un’emotività e degli scatti che non ti aspetti. Fin da subito con Ippolita abbiamo pensato che in lui c’era qualcosa di inesplorato.
PF: Penso alla questione della lingua, così importante per il personaggio. Il suo arco di evoluzione sta racchiuso nelle lingue che parla, nel trovare ciò che non sapeva più di avere. All’inizio Felice parla solo arabo, poi ritrova il suo napoletano. E il napoletano non è una cadenza, ma una vera e propria lingua, fatta di silenzi, ritmi, respiri. Per questo il lavoro che abbiamo fatto non è semplicemente un virtuosismo: parlare significa far battere il cuore, entrare nella testa di un personaggio. Studiando l’arabo mi sono ad esempio accorto che in quella lingua non esiste il verbo avere: in arabo una cosa è “a te”, come nel napoletano, e in questi legami ho trovato elementi inaspettati. Da ragazzo Felice è stato strappato dal suo mondo, è stato costretto a diventare altro, e poi, quarant’anni dopo, si convince a ricominciare, a ritrovare sé stesso. Come lui, anch’io ho dovuto acquisire un altro corpo, un’altra estetica. È stato per entrambi un percorso di crescita, fino ad arrivare a parlare una lingua madre.
È un film molto lineare, "Nostalgia", interpretato magnificamente dall'intero cast e in particolare, va da sé, dal supremo Favino e l'ormai super affidabile Di Leva. Tutto il percorso biografico à rebours del protagonista, in effetti, sembra appoggiato su una maxi tela in cui fotografia, scenografia e montaggio non smettono mai d'integrare una materia schizoide, calda e colorita nell'inesorabile progression [...] Vai alla recensione »