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Monica, una storia umana universale che brilla come una pepita

L'opera di Andrea Pallaoro alza l’asticella delle narrazioni trans sullo schermo e Trace Lysette prende il posto che le spetta come musa. Al cinema.
di Marzia Gandolfi

Trace Lysette (35 anni) 2 ottobre 1987, Lexington (Kentucky - USA) - Bilancia. Interpreta Monica nel film di Andrea Pallaoro Monica.
sabato 3 dicembre 2022 - Focus

Da Tomboy a The Danish Girl, i film sulla transidentità non mancano ma sono spesso ‘manchevoli’. La maniera in cui i transessuali sono rappresentati sul grande schermo rischiano sovente di consolidare i cliché e perpetuare uno sguardo intollerante o distorto. Un esempio su tutti è quello di attribuire il ruolo di donne trans ad attori uomini, Melvil Poupaud in Laurence Anyways o Jared Leto in Dallas Buyers Club. È abitudine frequente e chiaramente biasimata perché rinforza il pregiudizio secondo il quale le donne trans non sarebbero che degli uomini travestiti da femmine. Altrettanto deplorevole la tendenza a fare dei personaggi trans degli psicopatici (Il silenzio degli innocenti) o delle figure dal destino tragico (Boys Don’t Cry). Ma fortunatamente, come analizza il documentario Disclosure (disponibile su Netflix), le rappresentazioni evolvono. La transessualità è stata al centro dei racconti della Mostra del cinema di Venezia. Un bastimento di storie pudiche, sensibili e toccanti che trascendono gli archetipi consolidati e permettono di comprendere meglio le questioni legate all’identità di genere. Da L’immensità a Casa Susanna, da Le Favolose a Aus Meiner Haut, l’ultima edizione del festival ha promosso la diversità e la ricchezza dei punti di vista. Tra le opere veneziane che soffiano un vento nuovo sulla rappresentazione LGBTQIA+, Monica brilla come una pepita.  

Il film di Andrea Pallaoro segue una donna trans americana che si reca al capezzale della madre malata (Patricia Clarkson). Monica ha lasciato il focolare domestico anni prima per essere quella che aveva scelto di essere e che la sua famiglia non accettava. La scopriamo per piccoli tocchi successivi. Le indicazioni sul personaggio sono rare e mai realmente verbalizzate, sappiamo che sua bellezza toglie il fiato, che gli uomini la corteggiano ma lei è sempre troppo sola. Quando Monica ritorna a casa, suo fratello è sbalordito dalla sua trasformazione, e per sua madre, che non la riconosce, è una collaboratrice sanitaria. La notte veglia su di lei, il giorno la trucca allo specchio e un’intimità profonda si instaura tra loro. Intorno a Monica nessuno parla veramente e Monica parla ancora meno ma la sua presenza muove quelle esistenze sospese, in attesa che qualcosa o qualcuno spezzi finalmente la maledizione. Un sortilegio tradotto in atto dalla fotografia luminosa di Katelin Arizmendi, che ‘dice’ dove la sceneggiatura sceglie il silenzio. Sulla superficie placida del film, Pallaoro lascia emergere i momenti dolorosi, la depressione della madre come l’esplosione inevitabile di Monica. Tristezza e rabbia assunte da un’estetica minimalista, luci dorate e specchi ben posizionati.  

I riflessi sono ovunque in Monica, che riflette la sua protagonista attraverso le finestre, le cornici di vetro delle foto d’infanzia o la patina di uno specchio antico. Se c’è un riflesso da trovare, Monica è lì, l’approssimiamo progressivamente e indoviniamo la complessità della sua relazione con gli altri. Pieno di pudore, il film evita tutti le insidie che ci aspetteremmo. La parola “trans” non è mai pronunciata e l’attrice protagonista (Trace Lysette, insegnante di yoga transessuale nella serie Transparent) basta da sola a rilevare le questioni in gioco nel film. Il ritratto di Pallaoro è a sua immagine, riservato e privo di qualsiasi sensazionalismo. La forza del film è di farci sentire le cose in maniera sottile, senza cercare di spiegare tutto, di giustificare, di dimostrare, senza scadere nel melodramma lacrimevole. Non è mai chiaro se la madre riconosca sua figlia, Pallaoro non cerca la grande scena di ricongiungimento hollywoodiana, sono sufficienti un abbraccio e una domanda (“Stai bene?”). Il film si prende tutto il tempo per arrivarci.  

Di Trace Lysette, Pallaoro fa un (s)oggetto di fascinazione e un puro enigma. Truccata vistosamente dentro abiti aderenti, Monica è sempre in scena, al centro ma isolata. Il formato quadrato la incornicia, celandone quasi il volto nel primo atto, per esprimere il soffocamento psicologico e l’incapacità di mostrarsi pienamente. Nel secondo, dove coabita con gli altri personaggi, le immagini accentuano al contrario la sensazione di un avvicinamento. Che corra al volante della sua decapottabile rossa o si rammarichi per il suo ex al banco di un bar, è filmata per frammenti: la nuca, le gambe, la pelle abbronzata, la schiena tatuata, la cascata di capelli ramati. Colori saturi, collage, ritagli artistici di un puzzle psicologico. Attraverso i suoi gesti e i suoi sguardi, Andrea Pallaoro espone i colpi subiti, il rigetto, l’impossibile autostima, la necessità di una transizione di genere, che non viene mai evocata direttamente. Nel suo rifiuto di un realismo concreto o di una psicologia esplicativa, Monica si rivela straordinariamente singolare, orientato verso una forma di dolce distensione.  

Introversa e silente, Trace Lysette offre una performance prodigiosa, dentro un’opera che affronta la transessualità senza farne il carattere unico del racconto e del suo personaggio. Lysette è la tela, il pennello e la tempera che fa brillare Monica. Con lei il film raggiunge un equilibrio delicato e raro per il ‘genere’, offrendosi come una storia umana universale che non ignora né ossessiona la transessualità dell’eroina. Monica alza l’asticella delle narrazioni trans sullo schermo e Trace Lysette prende il posto che le spetta come musa.


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