| Titolo originale | La brigade |
| Anno | 2022 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Louis-Julien Petit |
| Attori | Audrey Lamy, François Cluzet, Chantal Neuwirth, Fatou Kaba, Yannick Kalombo Amadou Bah, Mamadou Koita, Alpha Barry, Yadaf Awel, Demba Guiro. |
| Uscita | mercoledì 7 dicembre 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,15 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento mercoledì 7 dicembre 2022
Una commedia con François Cluzet e Audrey Lamy dove la cucina risolleva gli animi e accende una speranza sul futuro. In Italia al Box Office Si, Chef! - La Brigade ha incassato 210 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Cathy è una sous-chef con il sogno di aprire un ristorante. Quando si troverà in difficoltà accetterà un lavoro come cuoca per minorenni migranti. Un lavoro che piano piano le piacerà: sarà il modo con cui saprà contagiare i giovani con il suo amore per la cucina e per avere lei stessa consapevolezza sul tema della migrazione e dei rimpatri.
Madeleine de Proust è un termine francese che indica un oggetto, un colore, un sapore o un profumo capace di evocare ricordi speciali del passato.
La sous-chef Cathy sta guarnendo un piatto che le sta a cuore mentre la sua chef la gela imponendole la propria idea di guarnizione. È così che va la quotidianità lavorativa di Cathy, il sogno di aprire un ristorante tutto per sé ha ceduto ormai posto a una continua frustrazione. Tutto può immaginare tranne che la soluzione sia la Brigade del titolo, un gruppo di minori migranti (così detti irregolari) a cui trasmettere giorno per giorno tutta la passione per la cucina e da cui in cambio imparare tanto, a livello umano soprattutto. Saranno loro a restituirle la genuinità di un mestiere fatto con le mani, con amore e con la voglia di condividere e prendersi cura degli altri. Parte come fiaba buonista il nuovo film di Louis Julien-Petit, già autore e regista di Le invisibili sul tema della disobbedienza civile. Se lì lo sfratto di un centro di accoglienza per donne provocava per reazione l'apertura di uno sportello clandestino, qui la minaccia di rimpatri forzati fa scattare la voglia di dedicarsi fino in fondo a questi ragazzi migranti, volenterosi e pieni di entusiasmo, fino a esporli mediaticamente durante un reality di cucina. François Cluzet di Quasi amici e Audrey Lamy di Le invisibili fanno il resto, confermandosi interpreti d'eccezione che nei panni del supervisor dei ragazzi l'uno, e della chef militante l'altra, sanno convincere e farsi ben volere. Merito di una commedia sociale veramente deliziosa, calmierata nei toni e con una punta di denuncia notevole, mai retorica e sempre sul filo dell'equilibrio narrativo tra toni leggeri e drammatici. La fiaba cede progressivamente il passo a uno sguardo più allargato sul dramma contemporaneo dei rimpatri forzati e La Brigade si rivela in grado di restituire a chi guarda tanto la lievità dell'intrattenimento quanto l'urgenza della riflessione, specie sulla miopia di certe politiche che finiscono per stroncare sul nascere nuove carriere, vite, amicizie e sogni.
La ricetta è chiara: mettere insieme commedia e dramma sociale. Raccontare tanti temi: l’impegno di ricominciare per una donna di quarant’anni; ma soprattutto i sogni, i desideri, le frustrazioni di un gruppo di ragazzi immigrati, quelli che in Francia si chiamano “MNA”, mineurs non accompagnés.
Raccontare il riscatto attraverso il lavoro, e il ricatto della televisione, unico modo per farsi ascoltare, per rendersi visibili, per chiedere aiuto. Temi che avremmo potuto incrociare in un film di Ken Loach o dei fratelli Dardenne. Ma qui la sfida è farlo con leggerezza, facendo anche ridere. Per arrivare a un pubblico più vasto, meno “ideologico”.
LA RICETTA SEGRETA
Il punto, come sempre, è il dosaggio degli ingredienti: dramma e farsa; la cronaca e la sua trasfigurazione grottesca. La verità degli sguardi di attori non professionisti – i ragazzi di mille provenienze differenti che compongono la “brigade” del titolo – e la velocità, il brio degli sguardi di Audrey Lamy, la protagonista, già attrice di riferimento per il regista Louis-Julien Petit, nel film precedente, Le invisibili (guarda la video recensione). Film che cercava la stessa strada, quella della leggerezza nel raccontare un tema difficile, quello delle donne senza fissa dimora.
La cottura. L’intreccio dei due elementi, lo sguardo sul gruppo dei ragazzi “sans papiers”, quello sulla protagonista, sous-cheffe di talento fregata dall’orgoglio, costretta a ricominciare in una mensa per migranti; e l’elemento grottesco/comico, la satira sui programmi televisivi di cucina, sullo sfruttamento del materiale umano, carne da monitor in regia. La cottura è sorvegliata e precisa, per gran parte del film. Solo nell’ultima parte la voglia di un gran finale, di chiamare a raccolta le cartucce del comico, forza un po’ la mano al regista.
L’impiattamento? Ovvero la recitazione: è la cosa migliore. Audrey Lamy non spreca nessuna inquadratura: è credibile, di volta in volta offesa, sdegnata, intenerita, autoritaria, disarmata, sgualcita, spettinata e sola. I ragazzi, la sua armata Brancaleone di “commis”, di aiutanti, reclutati davvero fra gli ospiti di un centro migranti parigino, portano al film una verità che difficilmente si sarebbe potuta raggiungere altrimenti. Il più piccolo di loro, “Gusgus”, interpretato da Yannick Kalombo, è un’esplosione di vivacità e luce negli occhi nerissimi.
La chimica fra Audrey Lamy e i ragazzi funziona alla perfezione. E, leggendo fra le cronache francesi, si legge che alcuni chef, consulenti nel film, alla fine delle riprese hanno davvero preso alcuni di quei ragazzi come loro assistenti. La favola di Petit ha sfiorato, un poco, anche la realtà.
TRATTO DA UNA STORIA VERA
La sceneggiatura è scritta dallo stesso Petit con Liza Benguigui, cosceneggiatrice anche del film precedente, Le invisibili. Non sorprende scoprire che è ispirata alla vera vicenda di una scuola alberghiera di Treignac, un piccolo villaggio in Aquitania, e alla sua “cheffe” Catherine Grosjean. Da più di vent’anni, Catherine Grosjean si occupa della formazione di minori isolati e vulnerabili e li porta fino al CAP, il certificato di attitudine professionale, porta di accesso a un lavoro e a un permesso di soggiorno. Sulla sua storia, era uscito nel 2017 il documentario Les cuisiniers de Treignac, diretto da Sophie Bensadoun, chiamata a cosceneggiare Si, Chef! - La brigade.
In sala dal 7 dicembre con I Wonder, Si, Chef! - La Brigade di Louis-Julien Petit - storia di Cathy, chef che riscopre la genuinità della cucina lavorando con un gruppo di minori migranti – è solo l’ultima portata del menu con cui il cinema francese, il più gourmand che c’è, ha sempre amato mescolare gastronomia e cultura, cucina e politica, stomaco e testa, pancia e cuore.
PRIMI – I DRAMMI
Il grottesco si presta da sempre all’emulsione dei temi, basti pensare al capolavoro franco-italiano La grande abbuffata, film del 1973 di Marco Ferreri, che riunisce intorno alla tavola di una villa nei pressi di Parigi quattro uomini borghesi per un “seminario gastronomico” votato all’autodistruzione.
Critica feroce alla società dei consumi con quattro grandissimi attori, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli, l'opera di Ferreri precede di quasi vent’anni un altro film nerissimo, Délicatessen del pubblicitario Jean-Pierre Jeunet e del disegnatore Marc Caro, che in una Francia post-apocalittica e affamata aprono allo spettatore le porte di una macelleria in cui si fanno a pezzi disoccupati e candidi avventori. Favola pessimista sulle sorti della convivenza civile, fu record di candidature ai Premi César, diventando immediatamente un cult.
Chi nella cucina del cinema francese non può proprio mancare è Gerard Depardieu, buongustaio e cuoco appassionato nel privato, impeccabile nei panni di François Vatel nell’omonimo Vatel dell’anglo-francese Roland Joffé. La storia è quella – vera - del cuoco e maestro di cerimonie del principe di Condè, incaricato di organizzare un banchetto per il Re Sole, ma morto suicida perché incapace di sopportare il fallimento. Un viaggio sontuoso nelle cucine rinascimentali e un omaggio alla funzione pacificatoria e persino diplomatica del cibo.
Perché una tavola apparecchiata può essere più di quello che sembra, come ci racconta Cous cous di Abdellatif Kechiche, film del 2007 in cui una famiglia di magrebini cerca di avviare il proprio ristorante su una barca da rottamare, nonostante manchino permessi, languano i finanziamenti e la burocrazia – per chi vive ai margini - sia un ostacolo durissimo da superare.
Essere sous-chef può rivelarsi frustrante. Così accade a Cathy, che lavora in un ristorante stellato sempre a favore di telecamera, ma in cui non viene riconosciuto il suo talento. Finisce per licenziarsi, irritata dall'ennesima prevaricazione della chef titolare. Senza lavoro, risponde a un'inserzione e si ritrova cuoca in un centro d'accoglienza per migranti (forse) minorenni.