| Titolo originale | The Father |
| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Gran Bretagna |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Florian Zeller |
| Attori | Anthony Hopkins, Olivia Colman, Imogen Poots, Rufus Sewell, Olivia Williams Mark Gatiss, Evie Wray, Ayesha Dharker, Roman Zeller. |
| Uscita | giovedì 20 maggio 2021 |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,99 su 37 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 10 febbraio 2025
Tratto dall'omonima pièce teatrale, il film racconta di una figlia alle prese con un bizzarro e divertente padre affetto da demenza senile. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 4 candidature a Golden Globes, 6 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 4 candidature e vinto 2 European Film Awards, ha vinto un premio ai Cesar, 6 candidature e vinto un premio ai Satellite Awards, 6 candidature e vinto 3 British Independent, 1 candidatura a Lumiere Awards, 4 candidature a Critics Choice Award, 2 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a Directors Guild, ha vinto un premio ai Goya, In Italia al Box Office The Father - Nulla è come sembra ha incassato 1,3 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Tra le vie residenziali della Londra benestante, Anne si reca a far visita al padre Anthony nel suo appartamento. L'uomo, ottantenne, è rammaricato quando la figlia gli annuncia un prossimo trasferimento a Parigi per raggiungere l'uomo che ama, e chiede cosa ne sarà di lui. Poco dopo, sempre in casa sua, Anthony trova un uomo seduto a leggere il giornale, il quale sostiene di essere il padrone di casa e il marito di Anne. Pur vivace e a tratti ben lucido, Anthony mostra sintomi del morbo di Alzheimer, dimenticando fatti, luoghi e persone. Nel rapporto con i suoi familiari e con la giovane badante Laura, ultima di una lunga serie, la vita di Anthony prosegue per frammenti confusi che la sua mente non riesce più a ricomporre.
Esordio alla regia del drammaturgo francese Florian Zeller, The Father è un dramma da camera elegante, essenziale e devastante dal punto di vista emotivo. Non certo il primo film a trattare le pene della terza età e in particolare i temi della demenza senile, stupisce però lo spettatore che ragionevolmente potrebbe aspettarsi un trattamento pieno di denso sentimentalismo.
Al centro dell'approccio di Zeller c'è il rovesciamento della prospettiva vista in opere simili (come Still Alice), trascinando il pubblico dentro la mente fallace del suo protagonista invece di osservarne le conseguenze e il deterioramento dall'esterno. E dunque spazio a situazioni e informazioni confusionarie, personaggi improvvisamente interpretati da nuovi attori, e un generale rifiuto della progressione narrativa comunemente intesa. Senza spiegazioni, e utilizzando la scena come orizzonte invece della storia.
Adattando una piece teatrale da lui stesso scritta (e di gran successo sui palcoscenici di Parigi, Londra e New York), Zeller cesella alla perfezione il ritorno ritmico di certi oggetti - l'amato orologio, il pollo per cena, il dipinto di una figlia perduta - e di alcuni eventi, tra cui un divorzio, un trasferimento all'estero e la "minaccia" di una casa di cura, che di continuo si ri-assemblano come nuove promesse e tradimenti agli occhi sperduti di Anthony.
Un espediente che funziona, ma che come a teatro sarebbe sterile senza una grande interpretazione centrale. The Father è allora soprattutto il veicolo che dà a Anthony Hopkins uno degli ultimi straordinari ruoli della sua carriera, che gli è valso un secondo Oscar come Miglior Attore dopo quello per Il silenzio degli innocenti. Un personaggio che si chiama come lui (Zeller ammette di averlo portato sul grande schermo proprio per donarlo a Hopkins) e che all'inizio strizza l'occhio alle tante figure intellettualmente dominanti e in fondo un po' sprezzanti già interpretate in passato, da Lecter all'amato Lear, ma che presto si ritrae in una vulnerabilità trasparente che strappa il cuore. È anche una recitazione insolitamente fisica, articolata a più livelli su tutto il corpo in ogni istante di girato.
La complessità tecnica è enorme, ma ciò che conta è il modo in cui l'attore gallese cuce il filo emotivo tra una scena e l'altra (grazie anche all'espressività di Olivia Colman, perfetta nel ruolo di figlia generosa), elevando la trovata di sceneggiatura e offrendo una catarsi autentica a qualunque spettatore che abbia mai avuto a che fare con questo tipo di malattia.
Ben oltre la frontiera dell'empatia, The Father spinge ad affrontare la prospettiva del declino cognitivo che vive in ognuno di noi, smontando la realtà sotto i nostri occhi.
Londra, oggi. Anthony è un pensionato ultraottantenne affetto da demenza senile: tende a dimenticare tanto gli avvenimenti più rilevanti della sua vita quanto i piccoli dettagli da cui è costituita la routine quotidiana, sostiene di essere pienamente autosufficiente e rifiuta l'aiuto della badante fino al punto di costringere la figlia Anne a sostituirla e a cercarne una nuova. Il rapporto tra Anne e suo padre, del resto, si è fatto più complicato, nel corso degli anni: il rifiuto della malattia da parte di Anthony e il progresso sempre più evidente della patologia stessa mettono a dura prova la relazione tra genitore e figlia. Anne, inoltre, desidera trasferirsi a Parigi con il suo nuovo compagno, un'aspirazione che Anthony osteggia e irride come può, anche perché non ricorda affatto il divorzio della figlia ed è convinto che sia ancora sposata con il suo ex marito. La situazione, già tesa, si complica ulteriormente quando, un mattino, Anthony trova in casa uno sconosciuto, che dice di chiamarsi Paul e di vivere in quell'appartamento insieme con lui e con Anne. La stessa Anne sopraggiunge poco dopo portando con sé il pollo da cucinare per cena quella sera ma Anthony è ancor più confuso: la donna non somiglia a sua figlia per come lui crede di ricordarla.
The Father - Nulla è come sembra è un dramma familiare che intende seguire in parte le logiche del thriller.
Il viaggio all'interno della quotidianità frammentaria e frammentata di Anthony, il protagonista, è vissuto come un mistero intricato, un enigma complesso di cui bisogna trovare la soluzione. E la vicenda viene raccontata proprio come è stata raccontata sul palcoscenico, a teatro, dove la sceneggiatura è stata originariamente concepita da Florian Zeller, regista e autore dell'adattamento cinematografico del copione insieme con Christopher Hampton (già sceneggiatore di un grande successo come Le relazioni pericolose, vincitore di tre Oscar nel 1989, tra cui quello per la sceneggiatura, appunto). Il film è stato premiato durante la notte degli Oscar del 2021 con ben due statuette - quella di Miglior attore protagonista a sir Anthony Hopkins e quella per la Miglior sceneggiatura non originale a Zeller e Hampton. Per quanto concerne il cast, infatti, oltre al già citato e, per l'ennesima volta, superbo Hopkins, non si può non menzionare gli altri straordinari talenti che hanno condiviso il set con il protagonista de Il silenzio degli innocenti a cominciare da Olivia Colman, che interpreta Anne, proseguendo poi con Mark Gatiss, Imogen Poots, Rufus Sewell e, infine, Olivia Williams.
Prendete un quadro di Picasso, dividetelo in tanti piccoli pezzi, rimescolateli e poi cercate di ricomporre la figura originale come in un puzzle. Magari, per rendere l'operazione ancora più complessa, togliete qualche frammento. Nella migliore delle ipotesi, verrà fuori un insieme un po' diverso, all'interno di una composizione che ha già alterato i rapporti spaziali [...] Vai alla recensione »
Arriva da noi con la luccicanza dell’Oscar vinto da Anthony Hopkins – un Oscar per il Miglior Attore che, quest’anno, era anche l’ultimo evento, dunque il più importante, della cerimonia. E mentre noi comuni mortali, in Italia, tiravamo mattina per sapere chi avrebbe vinto, lui se ne stava a casa sua, in Galles, a dormire.
Con sublime distacco dalle cose di questo mondo, il mattino dopo Hopkins avrebbe acceso il telefonino e filmato un breve messaggio di ringraziamento, mentre dietro di lui c’era un paesaggio di prati e cielo che veniva voglia di attraversarlo in bicicletta.
Arriva da noi – esclusivamente nelle sale: dal 20 in originale, dal 27 in versione italiana – The Father, con il prestigio dell’Oscar alla Miglior Sceneggiatura non Originale, e con quel pizzico di sospetto che si accompagna sempre ai film tratti da un’opera teatrale. Ma saranno noiosi? Saranno un diluvio di parole, due persone che si guardano negli occhi, e noi annoiati a guardare lo schermino dello smartphone.
I film tratti da opere teatrali, chi ama il cinema li vede sempre con sospetto. Perché vuole che il cinema sia cinema, e non teatro filmato, come ancora troppo cinema e troppa tv. Chi ama il cinema è affamato di immagini, vuole girellare nelle inquadrature come un cane in un bosco.
Beh, una notizia: questo è cinema. Ed è grande cinema. Perché quello che vedi ti fa stare incollato allo schermo, e perché quello che vedi ti sorprende sempre. È grande cinema anche se non ci sono effetti speciali, anche se non ci sono esterni se non per trenta secondi nei titoli di testa. Ma è grande cinema, è un po’ Shining e un po’ Luis Bunuel. È la storia di una disgregazione umana. È un puzzle si ricompone nella mente dello spettatore, mentre il personaggio segue il percorso inverso, si sfalda, si sgretola, si scompone come il computer Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.
È un’odissea nello spazio della mente del protagonista, The Father. Uno spazio nel quale non ci sono riferimenti certi. Anthony Hopkins si aggira fra le stanze della sua casa come Jack Nicholson nei corridoi dell’Overlook Hotel. No, non ci sono corridoi interminabili, qui: bastano un po’ di stanze, e ogni porta può spalancare un abisso.
Inutile dire quanto sia bravo Anthony Hopkins, lo scriveranno tutti. Sul suo volto lascia affiorare intelligenza, smarrimento, euforia, disperazione, sex appeal. La scena in cui incontra la giovane caregiver, bionda, ventenne, già preparata alle stranezze del vecchio, e in cui tuttavia riesce a sorprenderla mille volte, in cui riesce a essere divertente, leggero, spiritoso, sensuale, imbarazzante, patetico, e improvvisamente sgarbato, adirato, passando da uno stato d’animo all’altro con una velocità stupefacente, è da manuale. Hopkins riesce a essere smarrito, disarmato, confuso, e l’attimo dopo minaccioso, velenoso ancora come Hannibal Lecter. E poi crolla ancora.
Ma non è quanto sia bravo Hopkins il punto. O quanto sia brava Olivia Colman, nel ruolo della figlia – e lo è, enormemente: un misto di dolore, premura, rassegnazione, impotenza, delicatezza. Il punto è come il film riesca a rendere ogni momento inquietante, difficile da decifrare per lo spettatore. È come se fosse una continua soggettiva della mente di Hopkins.
In The Father, Anthony Hopkins incarna un ottuagenario che rifiuta tutte le badanti che la figlia gli propone, aggrappandosi al suo diritto di vivere da solo. L’uomo ha perso la ragione o è vittima di un complotto che mira alla sua eredità? Vive nell’appartamento della figlia o è ricoverato in una clinica privata?
Ricordi, allucinazioni, macchinazioni, Anthony (il personaggio) scivola progressivamente in uno stato mai conosciuto prima. Impaurito, disorientato, non comprende più niente di quello che gli accade intorno, la realtà gli sfugge.
Servito a meraviglia da Olivia Colman, che interpreta la figlia impotente davanti alla degenerazione del padre, Anthony Hopkins abita un essere di incredibile presenza benché assente, preso in una tempesta interiore che spazza via tutto, rabbia, tristezza, amore e rimpianti.
Quello che rimane è il disordine di un personaggio shakespeariano, un vecchio re Lear straziato e perduto nella brughiera. La malattia neurodegenerativa recide ogni legame, ipoteca soprattutto quello con la figlia che sovente diventa un’estranea.
Che cosa resta del giorno e della persona quando tutte le teorie filosofiche sembrano incoerenti a definirla? Anthony Hopkins mette in scena quello che rimane in fondo alla vita e al cuore di questo film quasi onirico e sorprendente nel trattare la dimensione intima della demenza.
Attore magistrale, Hopkins disegna un protagonista adorabile quanto odioso, in preda ai capricci della memoria e pieno di una vulnerabilità disarmante. E così vulnerabile sullo schermo l’attore britannico non lo abbiamo visto mai. Intelligente, segreto, manipolatore, sempre un passo avanti agli altri e agli spettatori, è questo lo spettacolo a cui ci ha abituati Hopkins nel corso della sua lunga carriera. Raramenteha interpretato ruoli fragili, a fior di pelle, fuori controllo.
Florian Zeller gioca precisamente con la personalità dell’attore, sfidandolo e affidandogli il ruolo principale nel suo esordio, adattamento della sua pièce teatrale (Le Père). Il ruolo che ogni attore sogna perché costantemente in schermo e in bilico tra emozione e irritazione, umanità ed egoismo, malizia e innocenza, cinismo e smarrimento.
Si ‘gioca’ tutto Anthony Hopkins, a suo agio in tutti i generi e particolarmente nei personaggi freddi e mostruosi. L’indimenticabile interprete di Hannibal Lecter non batte ciglio davanti alla richiesta di Zeller e scivola navigato nei panni di un vecchio uomo vinto dalla demenza senile. Il valore di The Father, che restituisce i turbamenti della ragione attraverso impercettibili ritocchi del décor, non si limita al suo attore ma è comunque a Hopkins che deve la sua pienezza e la sua maturità. Come nessuno, l’attore contribuisce a quel puzzle dove il reale cede all’immaginazione a ruota libera di Anthony.
L’interpretazione di The Father gli vale l’Oscar trent’anni dopo quello del Silenzio degli innocenti, dove appare per sedici minuti, tanto basta, in un film di due ore. La performance ‘mordente’ nel thriller psicologico di Jonathan Demme lo consacra all’olimpo disegnando un mostro che sembra uscito da un film di Fritz Lang.
È il vincitore morale degli Oscar 2021. Purtroppo però non possedeva i requisiti che ormai sono il lasciapassare per vincere in quel di Hollywood, con quei protagonisti caucasici e un tema, l' Alzheimer, lontano da razzismo, femminismo e ogni «ismo» che, grazie alla spinta delle giurie liberal, significa statuetta sicura. Poco importa che questo sia, di gran lunga, il più bel film dello scorso anno. [...] Vai alla recensione »