| Titolo originale | Rambo 5 |
| Anno | 2019 |
| Genere | Azione, Avventura, Thriller, |
| Produzione | USA |
| Durata | 100 minuti |
| Regia di | Adrian Grunberg |
| Attori | Sylvester Stallone, Paz Vega, Sergio Peris-Mencheta, Adriana Barraza, Yvette Monreal Óscar Jaenada, Louis Mandylor, Joaquín Cosio, Sheila Shah, Jessica Madsen, Nick Wittman, Atanas Srebrev, Owen Davis (II). |
| Uscita | giovedì 26 settembre 2019 |
| Distribuzione | Notorious Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 2,38 su 23 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 16 ottobre 2019
Argomenti: Rambo
Rambo abbandona la sua vita tranquilla per iniziare una nuova missione in Messico. In Italia al Box Office Rambo - Last Blood ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione 1,5 milioni di euro e 733 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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John Rambo si è ritirato in Arizona, presso la tenuta di famiglia dove vive con la domestica e amica Maria e con la nipote Gabrielle, entrambe di origini messicane. L'uomo è più integrato che mai, tanto che aiuta anche la forestale nel corso di una alluvione, ma è sempre tormentato dai fantasmi della guerra, infatti vive in un ampio labirinto di tunnel che ha scavato sotto il terreno del ranch. Gabrielle sta per andare al college, ma un'amica trasferitasi in Messico le ha detto di aver trovato suo padre e la ragazza vorrebbe conoscerlo. John e Maria non sono d'accordo, ma Gabrielle non si lascerà convincere e finirà in grave pericolo, obbligando lo zio a imbracciare ancora una volta le armi.
Non c'è pace per un guerriero come Rambo, che dice di aver solo imparato a mettere un tappo alla propria violenza. Una rabbia la sua ormai gelida e metodica ma sempre pronta a esplodere con estrema ferocia.
John è assediato dal passato e non ha altro modo per placarlo che scavare gallerie come un viet-cong o forgiare affilatissimi coltelli, con il pretesto di regalarli come tagliacarte. Come già nel capitolo precedente, per compensare ai limiti del budget, Stallone e il regista Adrian Grunberg puntano dichiaratamente sullo splatter, in puro spirito da cinema di serie B, ma per giustificare una mattanza di rara brutalità servono avversari assolutamente spregevoli. Mentre John Rambo metteva il personaggio nel mezzo di una crisi umanitaria contro i soldati di un regime criminale, ora è il turno dei trafficanti sessuali messicani, dipinti come mostri dal sadismo spesso gratuito.
Si tratta di due fratelli - il più massiccio dei quali interpretato da Sergio Peris-Mencheta (tra i protagonisti della serie Snowfall) - dove uno a un certo punto si dedica ad azioni aberranti per vendetta. O meglio così dice, ma in realtà nessuno gli ha dato alcuna ragione di vendicarsi e sta invece rovinando senza motivo la sua sua fonte di guadagno. Guadagno su cui la sceneggiatura non risparmia momenti di "trivia" su quanto frutti una prostituta, in un improbabile dialogo tra schiavisti e papponi che non hanno alcun bisogno di spiegarsi certe cose l'un l'altro.
Il peggio però si raggiunge quando Gabriella si reca dal padre che la accoglie con parole raccapriccianti. Tanto che viene il sospetto l'abbia trattata male per farla scappare dal pericoloso Paese centro-americano, ma no: scopriremo che è semplicemente cattivo senza un perché. E non ha altra ragione che l'invidia per un braccialetto l'amica di Gabrielle, che nel giro di una mezza giornata conduce la nipote di Rambo verso la peggior fine possibile.
Che bastino pochissime ore in Messico per essere ridotti in schiavitù, oltretutto gestita come una tortura disinteressata alle logiche del profitto (per questo diversissima dalla crudeltà dei cartelli in film come Sicario o The Counselor), è esattamente quello che serve a Stallone per motivare l'ultimo atto del film. E non si ferma neppure qui: arriva a far agire John senza la furtività che caratterizza il personaggio, facendolo pestare (e non uccidere solo perché i cattivi sono così cattivi che vogliono soffra per anni e anni). Del resto anche il dolore e l'immancabile cicatrice/stimmate sono ulteriori motivazioni alla sua ferocia.
In questo abominevole ritratto dei messicani non può ovviamente mancare il muro al confine, che viene agilmente superato con un tunnel. Forse a dire che il mondo di Rambo è così privo di salvezza che nemmeno un muro terrà alla larga i messicani (a ben vedere il vero muro è proprio Rambo stesso), o forse a suggerire che il muro va costruito meglio, più in profondità. Infine, dopo oltre un'ora di film estenuante e spesso pedestre, Rambo scatena l'iperviolenza in una sequela di trappole micidiali, dove John infierisce pure sui nemici già feriti a morte, crivellandoli di colpi con gusto sadico. Qui i messicani oltre che cattivi si rivelano pure scemi, continuando a morire nelle trappole uno dietro l'altro senza mai pensare a una ritirata, mentre la coreografia dell'azione è comodamente coperta dalle ombre. A tenere desta l'attenzione non rimane che lo splatter, magra consolazione.
Nonostante i palesi problemi di razzismo, dove non basta certo la piccolissima parte di una buona giornalista messicana per riequilibrare le cose, Rambo: Last Blood evita toni trionfalistici e alla fine la mattanza è una vacua soddisfazione per il protagonista. Che si ritrova più solo che mai, ancora una volta a pensare ai suoi compagni caduti (in un voice over di vuota retorica). La sua è una figura tragica, ma il nichilismo in cui è avvolto è fin troppo chiaramente un pretesto per scatenare fantasie di vendetta, più o meno consciamente di propaganda trumpiana.
Arriva poi l'epilogo con scene riprese dai film precedenti, rallentate e desaturate, in un "amarcord" che include anche il film appena concluso, in una sorta di cortocircuito volto a suscitare nostalgia del presente. Un commiato stucchevole del tutto indegno sia del capitolo precedente, sia soprattutto dell'amaro primo film e del romanzo da cui era tratto.
John Rambo sembra essersi ritirato e vive finalmente in tranquillità nel ranch di famiglia in Arizona, ma non ha superato i traumi del Vietnam. Ha un rapporto quasi da fratello con Maria Beltran, la donna messicana di servizio che in realtà per anni ha mandato avanti il ranch e vive lì con la nipote, Gabrielle. Questa, che per Rambo è quasi come una figlia, decide di andare in Messico per trovare il suo vero padre e finisce rapita dagli uomini del cartello, quindi John attraversa la frontiera ed entra in un nuovo territorio di guerra per salvarla. Lo aiuta anche una bella reporter, Carmen Delgado, che da anni copre le vicenda dei cartelli della droga.
«In ognuno dei film Rambo non torna mai a casa, va nella giungla o in Afghanistan. Questa volta invece torna a casa, ma in un certo senso non ci arriva mai. È lì ma al tempo stesso non è lì. È su questo che è costruita l'intera storia».
Sylvester Stallone
Annunciato in pompa magna allo scorso festival di Cannes e con un titolo per certi versi definitivo, che richiama quello originale del primo capitolo, ossia First Blood, Rambo: Last Blood potrebbe non essere in realtà l'ultimo capitolo, visto che in caso di successo Stallone si è detto pronto a continuare. Del resto il laborioso percorso per arrivare a questo film è passato per molte idee e proposte, una delle quali con il coinvolgimento di Stallone e dell'autore del personaggio originale, lo scrittore David Morrell. La Lionsgate ha preferito alla fine ritornare sulle prime idee per il nuovo film: lo scontro con il cartello messicano era stato proposto da Stallone, co-sceneggiatore del film, già nel 2009, mentre si era parlato di farlo tornare a casa in Arizona addirittura nel 2008.
Il trailer di Rambo: Last Blood sembra però raccontare una storia leggermente diversa, o meglio successiva, rispetto alla sinossi del film. Il protagonista pare infatti intento a difendere il proprio ranch da un assalto degli uomini del cartello. Probabilmente una rappresaglia dopo gli eventi che avranno luogo in Messico, insomma sembra che il trailer per la promozione abbia puntato direttamente sul terzo atto del film, ossia sullo scenario più americano (seppure girato in Bulgaria). Nelle immagini si vedono anche i tunnel sotterranei di cui ha parlato Stallone a Cannes: «Ha ancora il complesso del sopravvissuto, perché non ha potuto salvare i suoi amici in Vietnam. Così pur avendo un bel ranch vive sottoterra, è il suo modo di affrontare questo dilemma. Perché c'è qualcosa di sotterraneo nel Vietnam».
L'attore e autore ha colto l'occasione di Cannes per spiegare come a inizio anni 80 fosse stato una delle ultime scelte per il ruolo di John Rambo, che nessuno più quotato intendeva accettare. Ha anche raccontato come abbia voluto un finale diverso da quello del romanzo «Nel libro è un Frankenstein, un uomo che alla fine della storia si uccide per la macchina da violenza che è diventata. Io volevo qualcosa di diverso [...] ho proposto di non farne un mostro, di farne un figlio rigettato dalla sua stessa madre, l'America». Non pensava però a una lettura politica del film, lo vedeva come una storia di alienazione, non sui reduci, ma poi Ronald Reagan ha abbracciato il personaggio come repubblicano e così è stato visto da allora in poi.
Rambo: Last Blood vede nel ruolo della giornalista la spagnola Paz Vega, recentemente apparsa anche nella seconda stagione di The OA, ed è diretto da Adrian Grunberg. Regista all'opera seconda, dopo Viaggio in paradiso del 2012 con Mel Gibson che finiva in una prigione messicana, Grunberg ha una solida carriera come assistente alla regia specializzato proprio in storie mesoamericane, da Amores perros di Iñárritu e Traffic di Soderberg fino ad Apocalypto e Man on Fire - Il fuoco della vendetta, senza dimenticare la serie Narcos che nell'ultima stagione si è spostata proprio in Messico. Un'esperienza che di certo porterà autenticità a un film che rischia di finire bollato come l'ennesima opera hollywoodiana con il complesso del "white savior", ossia dove un bianco risolve i guai di una minoranza.
Leggendo riconosciuti critici sparsi qua e là, ritengo inopportuno ed imbarazzante cercare di immettere la solita politica pro deboli o pro classi sociali meno abbienti come si rispecchia nell'eroe Rambo con l'eccezione del primo della serie. Quindi dovremmo analizzarlo sotto l'impegno artistico relativo al suo genere, senza andare a cercare intellettualismo o messaggi sublimi.
John Rambo, il reduce del Vietnam diventato una scheggia impazzita in patria, era diventato l'icona del reaganismo popolare anni 80: ben presto arruolato, mandato a recuperare i compagni rimasti nella giungla, oppure in Afghanistan, si era sempre più ideologizzato diventando la bestia nera dei cinefili di sinistra. Eppure lui, come il pugile Rocky che lo aveva preceduto, nasceva come ultima propaggine [...] Vai alla recensione »
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